IVa Domenica DI Pasqua

BUON ONOMASTICO A TUTTI I MARCO…

Dal Vangelo secondo Giovanni 10, 11-18

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. 
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. 
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

DI Pasqua: non è un errore: quanto ci tengo… la liturgia ogni anno ci vuol far vivere la Pasqua ricordandoci che non è solo una domenica specifica ma soprattutto un tempo di 6 settimane, 50 giorni fino a Pentecoste. Ecco quindi che l’unica Pasqua si “snoda”, si dilata (non diluisce!) per diverse domeniche, oggi la quarta. Un invito a riflettere, pensare, vivere in modo diverso. Poi, lo sappiamo, le 54 settimane dell’anno, con le loro 54 domeniche…saranno ancora Pasqua. Ma anche la messa delle 7:00 del mattino del lunedì di pioggia… mica è qualcosa di tanto diverso. Ma noi a furia di innalzarne una, di creare l’evento, ci dimentichiamo di quel che conta davvero. Il tempo che viviamo. Siamo spesso come drogati di eventi, emotivamente coinvolgenti ma poi… Per questo credo che la pedagogia che la chiesa, attraverso questo riferimento liturgico ci offre…almeno non vada considerata come qualcosa di stucchevole, vano o da addetti ai lavori ma come un diritto. Ci siamo lamentati giustamente per anni di una chiesa dei no, dei divieti, delle cose da fare, delle vecchiette della prima messa, dell’ipocrisia… ecc. e questo magari ci ha fatti allontanare o deluso: ma, mi chiedo…poi in concreto, io cosa scelgo di fare? come desidero provare a vivere, come cerco di equipaggiarmi per cercare di essere un cristiano di diritto e non solo del dovere?

Ultima chiosa… il famoso nuovo messale ha modificato un po’ una formula che ora sentiamo così, nella fine della preghiera eucaristica: “”Ricordati anche dei nostri fratelli e sorelle che si sono addormentati
nella speranza della risurrezione e, nella tua misericordia, di tutti i defunti: ammettili alla luce del tuo volto.” C’è un passaggio delicato, che mi pare trovi nel vangelo un eco profondo: chiediamo a Dio si ricordi dei nostri fratelli e sorelle, cioè dei cristiani…qui in genere si aggiungono magari nomi dei nostri cari in cielo, ma poi vi si aggiunge anche che Dio nella sua misericordia si ricordi anche di chi non è cristiano, al di là della religione, nazionalità o scelta e ..che Dio se li ricordi. Un po’ come quelle pecore che non fanno parte del recinto, che non sono dei “nostri” ma… che bello questo volto di Dio che ci riporta tutti ad una visione del mondo ben più ampia dei nostri parametri e riferimenti. Chiediamo a Dio di ricordarci…che Lui si ricorda di tutti e non fa differenze… leggere l’enciclica “Fratelli tutti” pò fare molto bene, a questo proposito, le parole di Papa Francesco sono davvero molto belle e sane.

IIa Domenica di Pasqua -B ’21

Shining (S. Kubrick – 1980)

L’occhio con cui io vedo Dio è lo stesso occhio con cui Dio vede me. (Meister Eckhart)

Dal Vangelo secondo Giovanni 20, 19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. 

Queste porte son sempre chiuse: i discepoli rannicchiati dentro, da soli, confusi e disorientati, sul divano, a guardare la tv e fumare. Il senso del fallimento, del tempo sprecato, delle illusioni – delusioni li sconvolge pigramente. Una stasi strana, quasi sinistra. Hanno paura dei Giudei… ma perché? In fondo questi hanno già ottenuto quel che desideravano con la morte di Gesù. Ad ogni modo sono lì: hanno visto morire ben più di un amico ma quella Vita verso il quale si erano con forza orientati negli ultimi due anni e mezzo della loro esistenza. Il modo drammatico, violentissimo e oltraggioso con cui è avvenuto questo fa il resto. Aspettano accada qualcosa per smaltire questa strana sbornia e ritornare nella loro quotidianità. Abbiamo capito male, d’accordo. Continueremo ad essere bravi religiosi nel nostro dio e la sua legge, sabati e attese. È qui che entra Gesù. Li dove la paura ci tiene chiusi e incatenati, quasi addomesticandoci. Tanto da sostituirsi alla nostra razionalità e buon senso comune, di realtà…condannandoci a vivere in suo nome. La paura che attanaglia e avvelena delicatamente, ammantandosi di scuse, motivi e giustificazioni. Mettete voi la paura di cosa. In un colpo direi, per fare prima, paura della risurrezione. Cioè di dover ammettere che ci possa essere un’alternativa, di riconoscere che possa tornarci utile, di permettergli di farlo. Abbiamo paura della risurrezione. Della vita che promette, del tempo da vivere ora da risorti, che amano senza paura di morire, perché già morti e già risorti. Vorremmo subito tornare a pescare, a vivere come prima, nemmeno pensando ad un oltre, vivere di quello che abbiamo imparato ad accontentarci, devoti e fieri di ciò (Giovanni 21,1-14). Ma Lui prende a calci la porta ed entra. Chiede e concede pace. Organizza grigliate di pesce e mostra i segni delle mani e del costato. Mica poco. Risorto non vuol dire restaurato. La paura della risurrezione è la paura di poter sperare davvero in un modo diverso di essere a me stesso. Di dare spazio a quell’altro me, conficcatomi dentro col battesimo, che mi vuole far riconoscer non solo umano ma anche divino. Amato, creduto, risorto perché figlio. Quel noi abbaia dentro ciascuno perché gli si faccia posto.e poter cominciare a dargli da mangiare, ascolto, vita. La logica del chicco di grano, che a volte assaporiamo, magari asciugandoci i piedi, lavati su un catino d’amore improvviso, non immeritato ma gratuito, non da meritare ma da accogliere. La Paura della risurrezione ci fa essere cristiani a modo nostro ma donne – uomini a metà. Per questo la liturgia, le parole contano, proseguirà per altre 5 domeniche a dirci che è sempre Pasqua. Restiamo immersi per inzupparci in questa luce diversa. Come dire…prima che richiudi subito la porta ecco un’altra domenica di (non dopo!!!!) Pasqua, la 2a, la 3a, la 4a e via così… Bon voyage.

Va Domenica di Quaresima -B ’21

portano dio…

Dal Vangelo secondo Giovanni 12, 20-33

In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». 
Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». 
Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».
La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

Portatemi Dio…gli devo parlare, gli devo raccontare di una vita che ho vissuto e che non ho capito, a cosa è servito?(…) Adesso voglio esser pagato!“. Così cantava Vasco Rossi, con le mani in tasca, nell’ 83, quasi 40 anni fa. 12 anni dopo, nel ’95, Ligabue canta “Hai un momento Dio?“. Sarò anche di parte ma… come son cambiate le cose, l’atmosfera, la riflessione esistenziale e i sentimenti “trascendenti”. Gesù non gliele manda a dire a chi fa il giro di conoscenze e raccomandazioni per avere il posto in prima file nel poterlo conoscere. Magari i Greci, politeisti, filosofi, uomini di mondo e riflessione, volevano farsi un selfie. Il nostro JC più che farsi vedere indica loro come riconoscerlo. Amare fino in fondo. “Love will tear us apart”..biascicava Ian Curtis. Gesù è il biglietto da visita definitivo di Dio. La sua password. La sua risposta e ultima Parola. Cercare ogni giorno di vivere amando fino in fondo (“Li amò fino alla fine”, Gv 13,1). Essere cristiani è iniziare la giornata chiedendosi: oggi come sarò in grado di essere chicco di grano? L’esame di coscienza prima di andare a nanna serve a niente se la mattina non sei partito così. Oggi come riuscirò a fare gesti di amore…non “ad amare”. A mettermi da parte per far vivere, attraverso il mio battesimo, il fatto che io sia risorto e figlio di Dio? Se non si parte da qui, “tutto il resto è noia.” Essere cristiani è vivere una relazione. Con un Tu vivo, presente, col quale “indignarsi & innamorarsi”, da fiutare e frequentare, decifrare e col quale…rilassarsi. Meglio una chiesa vuota o “devuota”?