«Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore Dio – in cui manderò la fame nel paese; non fame di pane né sete di acqua, ma di ascoltare le parole del Signore». (Am 8,11)
Partiti di là, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».
La prima cosa che noto è la paura ad interrogarlo: quante volte non abbiamo coraggio di dire “non ho capito, scusa, me lo rispieghi? oppure..cosa intendi dire? aiutami a comprendere bene”…ci facciamo problema a chiedere e così nascono tensioni, fraintendimenti, pregiudizi, confusione e ci si fa male per niente.
Si preferisce restare sulla propria bella figura piuttosto che agevolare una comunicazione efficace. Come se fosse umiliante farlo…i discepoli se ne fregano, sentono ma non comprendono, ascoltano ma non reagiscono..hanno nel cuore altro. I primi posti. E Gesù, come un prof che rientri all’improvviso in classe, li “sgamma” facilmente. A Gesù che era un mago delle domande giuste per provocare fede e conversione…non sanno fare la domanda giusta, stanno bene lo stesso.
Chi infatti è nei primi posti forse non ha bisogno di capire nulla.
E poi il bambino, che si fida, si abbandona, sa stupirsi e meravigliarsi, prendendo anche un po’ la vita per gioco…viene posto come modello.
O forse semplicemente, perché i bambini, soprattutto ad una certa età, non la smettono mai di fare domande con i loro geniali “perché?”
In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti». Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?».
Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».
Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà.
C’è solo la strada, su cui puoi contare…cantava Gaber. Immenso. Gesù era sempre per strada, gli incontri, le persone, i segni miracolosi, i dialoghi… dirà di se di essere “strada”, viaveritàvita…i primi cristiani non venivano chiamati così ma “quelli della via”.
E’ bello allora sostare su questo spunto per vedere che anche la nostra fede è sempre per strada. Con Lui e come Lui. Non significa la costante insoddisfazione di chi è in continua ricerca e non sa dove andare…ma sa fare della propria esperienza di vita, un’esperienza sempre provvisoria, senza sedersi o accontentarsi (che non vuol dire vivere nell’affanno della performance! o non saper contemplare…) ma camminare, ripartire, scegliere ai bivi le direzioni giuste, l’equipaggiamento agile, la lotta all’essenziale…
Sulla strada questa domanda è sempre termometro: sguardo fisso negli occhi, ti mette all’angolo per passare dalle chiacchiere tradizionali, dalle risposte abitudinarie a qualcosa che ti abbia toccato dentro…ad un’esperienza viva ed efficace.
Anche perché la dichiarazione d’intenti non è poi delle migliori. Non andrà tutto bene, non sarà facile ma reale. E anche questo sguardo di Gesù su noi e la realtà mentre ce la spiega, la racconta, la annuncia è bello. Gesù fa discorsi apertamente, sa fare le domande giuste, di cui abbiamo così bisogno per essere illuminati e riordinarci dentro, in modo da viaggiare più agili e leggeri, consapevoli, attrezzati…ma sa anche insegnarti l’approccio giusto alla realtà, concreta, bella ma scomoda, inevitabile ma risolvibile, da affrontare con Lui. Non facciamo come Pietro allora, orecchie da mercante, che saprebbero sempre insegnare il lavoro a tutti. Noi, così spesso popolo di presidenti del consiglio, papi, allenatori della nazionale, “tutti tuttologi” cantava Gabbani… siamo chiamati a camminare dietro, a mettere Lui davanti come capo cordata, come il navigatore che dice…se… altrimenti vai tranquillo, sai dove e come trovarmi.
Avete notato? l’abbiamo appena fatto. Cosa? che gesto abbiamo appena compiuto? 3 segni di croce: fronte, labbra, cuore.
3 tappi da togliere, 3 canali su cui sintonizzarsi, 3 porte da aprire.
Li apriamo all’ascolto attento dei vangeli perché diventi Parola di Dio che può realizzare in noi quel che annuncia. Che differenza c’è tra un cristiano e un ateo mentre leggono la Bibbia?
Per noi non è un racconto edificante o curioso, che già sappiamo come va a finire ma un annuncio di qualcosa che sta accadendo mentre lo ascolto. Gesti e racconti di un Gesù che sta dicendo…se vuoi, posso farlo anche a te. Infatti, forse senza rendercene tanto conto, gli rispondiamo…lode a te o Cristo, dandogli del tu!
Mi lodi perché, se vuoi, se ti fidi, questa parola è per te, darà gusto alla tua vita, ti farà riflettere e sperare, vivila, mettila alla prova.
Ecco perché facciamo questi 3 segni di croce. Per aprirci!
È anche il gesto che conclude il rito del battesimo, sacramento che non ci fa aderire al partito del galateo religioso dei valori cristiani o dell’impegno volontaristico per la parrocchia ma ci inserisce innanzitutto nella relazione con Gesù Cristo risorto, ci rende cristiani, figli di Dio Padre, fratelli di Gesù stesso e nel loro nome, chiamati a vivere la fraternità con uomini e donne di ogni ordine e grado di cultura, religione, credo politico e soprattutto, oggi, livello di abbronzatura, colore.
Effatà, in aramaico, l’abbiamo sentito, significa “apriti!”: il giorno del nostro battesimo, il sacerdote l’ha fatto su di noi, che ad ogni messa, scegliamo di riviverlo. Ma cosa abbiamo da aprire?
Quello che si è chiuso, magari durante la settimana: giorni fa mi son trovato a tavola per 2 volte con persone che non conoscevo, si chiacchiera, sentono che sono dMt e allora, come spesso accade, mi raccontano le loro prestazioni religiose, lavori in parrocchia, servizi in canonica, messe, processioni, cori, parenti suore, zii missionari, bravissimi, dico, bene! Poi, non so come, il discorso va sugli immigrati. Un disastro! I soliti discorsi, frasi fatte e luoghi comuni, impossibile ragionare, calmare, allargare un discorso critico, impossibile! tanto credenti quanto creduloni.
Tantissime urgenze più gravi ma solo quello specchietto per le allodole…benzina sul fuoco, musichetta facile per le vittime di un pifferaio magico che crea consenso e rabbia cieca.
Mi sono chiesto: come siamo diventati? non eravamo così incattiviti, incapaci di stare davanti alla complessità, sulla difensiva. Non eravamo così ignoranti. E allora contemplando i frutti maturi di tante mentalità sbagliate e di tanta pseudo politica che fa di una comunicazione di parte, facile, emotiva, estremista, vittima e carnefice, noi-loro, e che tenta solo per stare in piedi di denigrare l’altro…che cerca solo avversari e mai alleati, mi sono chiuso. Ho rinunciato ad ascoltarli, ho rinunciato a riflettere tra me e me, ho rinunciato a sentire il Signore vicino e anzi me la sono presa con Lui perché non ne posso più di bigotti e falsi cristiani.
Potrebbe essere interessante fare un esame di coscienza a partire da qui! In cosa e perché mi sono chiuso? ne vale la pena?
Nella normale vita immersi di lavoro, stress, preoccupazioni, bisogni, paure, esposti al clamore mediatico selvaggio di certa politica…possiamo rischiare di esserci chiusi la testa,cioè l’intelligenza, lo spirito critico, schiavi della stupidità banale e calcolata di 3/4 dei programmi televisivi, senza comprensione per la complessità delle cose, di fronte a chi se ne frega del senso per il consenso.
Oppure ci si è chiusi a poco a poco il cuore: la fatica ad essere empatici, metterci nei panni dell’altro, assertivi, cioè capaci di comunicare davvero ciò che siamo senza ipocrisie, il lasciarsi andare all’egoismo, alla pigrizia, all’orgoglio…in famiglia, nella coppia, silenzi ostili, coi figli, superficialità e scorciatoie… individualisti e soli, svuotati, freddi e calcolatori.
Infine magari ci siamo chiusi le labbra, incapaci di parlare con Dio ma solo di Dio…affaticati nel dire grazie, scusa, bravo, permesso, posso, ti aiuto, ho bisogno, distratti dal poter annunciare che abbiamo fatto esperienza che vale la pena fidarsi del vangelo.
Ecco tre esempi semplici.. per dire come in una settimana…rischiamo di chiuderci, in noi stessi, rintanarci, tornare indietro, sospettosi, spaventati, ansiosi. e sempre più arrabbiati e soli.
Credo siano le condizioni migliori allora per venire in chiesa, mettersi davanti al Signore con le nostre orecchie chiuse, le labbra screpolate e il cuore freddo e pregarlo di aprirci! Lui che aveva un’attenzione tutta artigianale nel prendersi cura delle persone.
Uscire dalla celebrazione con cuore, mente e labbra aperte, recettive, rinnovate, in grado di donare e ricevere, di vivere non sopravvivere, di respirare non di stare in apnea.
Ripenso all’omelia di Giovanni Paolo II all’inizio del suo pontificato 22 ottobre 1978, quando, quasi urlando appassionato disse..Fratelli e Sorelle! Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà! Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono servire Cristo e, con lui, servire l’uomo e l’umanità intera! Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa c’è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa! Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! solo lui ha parole di vita eterna.
Apriamogli testa, cuore e orecchie e ascoltiamolo…