Domenica XXXIIIa T.O. – A

(Tempo di lettura previsto: 6 minuti)

 

In Ascolto del Santo Vangelo secondo Matteo, 25, 14-30

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: “Avverrà infatti come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.

Ogni parabola ti resta impressa, dalla più scomoda alla più assurda, dalla più enigmatica alla più fantasiosa e diretta.
Quasi degli episodi di una serie da seguire… ma soprattutto memorizzare, custodendoli nella propria coscienza e nel proprio cuore, sempre pronti all’uso per depurare la propria fede ed evangelizzare il proprio stile di vita. La facoltà insomma di autoeducarsi alla fede cristiana, al “adesso qui Gesù si comporterebbe..come?”… e scegliere di farlo non per senso del dovere ma perchè ho intuito che vivere come Cristo è la mia salvezza. Non “imitarlo” ma fare mie le sue scelte, i suoi sentimenti e attenzioni, per bonificarmi e raffinarmi dal punto di vista umano.
Insomma…per amare e vivere…da Dio…. realmente portando a compimento la Genesi che ci dice di essere stati creati a Sua immagine e somiglianza…
Questa parabola viene spesso interpretata come un appello al miglioramento delle proprie risorse…i talenti, come termine, hanno valicato il senso biblico approdando a quello psicologico, motivazionale, sociale… un invito alla realizzazione di sè, dare il meglio ecc.
Messa così non è sbagliato ma molto, molto ambiguo e scivoloso. Il rischio del “self made man” è dietro l’angolo.
Molto riduttivo e poco evangelico. Non si tratta solo di sfruttare al meglio le proprie risorse e non sprecarle, anche se…sarebbe già ottimo farlo…
Innanzitutto si abbatte..abbatta…il pudore di parlare di doni di Dio, non di risorse proprie. E già questo è scomodo (anche solo socialmente e pubblicamente)…ma comunque apre ad una percezione di sé differente e colloca in un’altra prospettiva.
Qui Gesù non sta facendo l’allenatore o il motivatore…(sarebbe comunque potuto essere utile alla nostra nazionale di calcio!!) ma vuole aiutarci a riconoscere la qualità dei talenti, dei suoi doni…non solo belle qualità ma qualcosa di Suo in noi. I talenti appartengono a Dio… allora penso sia importante distinguere i talenti dalle qualità del singolo.
Infatti al v.15 si dice che i talenti vengono consegnati a ciascuno secondo le sue capacità.
Allora forse i talenti sono gli strumenti che Dio offre a noi e alle nostre comunità per restare sintonizzati con Lui e annunciarlo… la capacità ed il desiderio di diffondere e far portare frutto.
(talenti allora sono…Dio stesso, la Sua presenza nella Parola, i sacramenti, la grazia, la Sua voce nella nostra coscienza, il silenzio e la preghiera, alla fine Dio ci ha dato sé stesso, nel Figlio….)
Nelle nostre comunità ci interessa che l’annuncio porti frutto? Che la gente viva meglio e da protagonisti la propria fede? che viva da salvata?
O abbiamo paura di cambiare, preferiamo la comunità “museo”, la pastorale di conservazione, dove si è sempre fatto (noi!!) così e quindi guai a mettermi in discussione…geni della personalizzazione e dell’appropriazione indebita di iniziative feudo che non siamo altro…
La paura di cambiare, di cambiarci…di metterci in discussione, ci trasforma in pigri attivisti del sociale, felici perchè la gente esce, viene, consuma, sta assieme…
ma dobbiamo fare questo, innanzitutto?
Uno abbiamo ricevuto e uno restituiamo… siamo convinti che il senso di tale parabola sia questo?
quale è la nostra più grande paura?

Domenica XXXIIa T.O. – A

(Tempo di lettura previsto: 6 minuti)

In Ascolto del Santo Vangelo secondo Matteo, 25,1-13

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: “Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora.

Vi ricordate? per un mese la liturgia della Parola delle domeniche ci presentava un Gesù che attraverso le parabole invitava a lavorare nella vigna, (operai in diverse ore, due figli, contadini…) a diventare protagonisti della crescita del Regno, a sporcarsi le mani, a non essere cristiani sdraiati o a parole ma con le scelte e l’impegno corresponsabile… poi c’è stato l’invito a nozze, con il vestito giusto da mettere (cioè guarda caso lo stesso senso di impegno e “mettici la tua parte”…)..ritorniamo con la parabola odierna ad un altro invito a nozze. (che bello, Gesù ha sempre e solo invitato…)
Il Regno ci viene descritto come 1a capacità di prevedere tempi diversi e avere con s’è l’olio giusto…
Mi piacerebbe anche solo velocemente recuperare innanzitutto l’insistenza di Gesù su sto benedetto Regno. Noi che chiediamo che “venga il tuo…” nel Padre Nostro… quanto lo abbiamo presente e a cuore? c’è un regno da costruire e vivere… non solo pratiche sociali e socievoli da compiere. Quello che sto facendo, fa crescere o meno il Regno di Dio? il mondo come Dio l’ha sognato, desiderato e offerto, affidato agli uomini  alle donne di ogni tempo? 

Lo sposo tardava…sottolineatura interessante: potremmo pensare che lo sposo sia Gesù e le vergini, noi, la Sua chiesa, i cristiani che non sanno gestire al meglio l’invito…
Lo sposo tardava…la relazione fondamentale…tarda…non è come me l’aspettavo, ovvero non vedo risultati o effetti. Prego, vado a messa, ma la mia vita non cambia; credevo che bastasse schiacciare il bottone e andasse tutto a posto ed invece…; la fedeltà costa, la motivazione vacilla, pensavo fosse più facile…mi ero così emozionato in quel viaggio, durante quel momento di preghiera, dopo quell’esperienza, quel santuario, quel… ed invece ora… mmm… lo sposo tardava…non deve sottostare ai miei tempi, impaziente, ai miei criteri e disponibilità…la fede è relazione non gestione, conquista, scambio. E’ un rapporto vivo… non un negozio di cose sacre ed emozioni spirituali da vivere… lo sposo tardava e io come faccio? non sento più dio vicino, buono, utile…non lo sento più come una volta… è la prova della fede, del risultato, dell’efficienza, del “a modo mio!”, del “come piace a me”, sono abituato e… la prova della libertà e l’abisso del vuoto, l’horror vacui, l’assenza della presenza, la presenza dell’assenza… e chi lo sa…chiediamo olio… che lenisce, da gusto, ammorbidisce, idrata.. olio che libera serrature inceppate, fa andare cuori motore ingrippati, l’olio dei freni, per gestirsi meglio, olio di una pittura, di un quadro da sognare assieme… l’olio della pazienza, della preghiera fiduciosa e non a mani basse, del confronto con chi camminando al tuo fianco possa farti da sponda… l’olio…di una Parola sempre nuova, scomoda, buona. Non facciamo finta di niente…troviamo il fornitore giusto e custodiamolo con pazienza.

Domenica XXXIa T.O. – A

(Tempo di lettura previsto: 5 minuti)

In Ascolto del Santo Vangelo secondo Matteo 23, 1-12

Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente.
Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato.

Bel vangelo, complimenti… serve un commento? qualcosa di innocuo magari, così per stemperare i passaggi più crudi e duri da digerire. Rileggetelo piuttosto…
Pesanti fardelli…già: si deve, bisogna, devi, fai, non fare, non devi, non puoi…
Quando poi diventano mentalità, necessità, condizione minima e garanzia per….
Dicono e non fanno. Fanno…senza dire.
Siamo tutti alla canna del gas, Gesuùùbbbeello, suvvia… non esser così duro con noi. Titoli, ruoli, onorificenze e riconoscimenti.
Come pure quando in parrocchia vogliamo fare tutto noi, 4, 5, 6 incarichi…a modo nostro…perchè così facciamo prima, meglio…
Credo poi che anche la “chiesa più visibile e pubblica” faccia fatica in questo, spesso connivente con un certo apparire civile, mondano, di riconoscimento…che comunque le è “richiesto” da laici politici o simili che lo considerano importante, doveroso ecc. ecc.
Umiliato…”non fatevi un’idea troppo grande di voi stessi”..raccomanderebbe San Paolo ai Romani…
credo sia più che sufficiente…