Domenica XXXa T.O. – A

(Tempo di lettura previsto: 5 minuti)

“Quando sarò capace di amare… “
(Gaber – Luporini, “E pensare che c’era il pensiero”, 1994)
In Ascolto del Santo Vangelo secondo Matteo 22,34-40

Allora i farisei, avendo udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento.
Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Amare… AMARE… A.. MARE..DE CHI?
eh, mamma mia..Gesùbbbbello…addirittura. Non abusare di ‘sto Verbo. Non sono mica come te. Lasciamo stare le frasi da Bacio Perugina. Amare.. Mi basterebbe saper sorridere di più, sdrammatizzare contro gli insolenti, non rispondere male o di getto, saper fare silenzio e mordermi la lingua..ma nemmeno dispiacermi per non aver fatto quella battutaccia giusta per redarguire o zittire al momento opportuno. Mi basterebbe saper lodare più spontaneamente, incoraggiare con vigore, accogliere con premura materna, ringraziare meno automaticamente e guardando negli occhi, saper sostenere di più lo sguardo altrui, ricordarmi i nomi delle persone che incontro, ..amare… mamma mia..contare fino a 10 e capire che non ne vale la pena.
Come pure..sapendo che non ne varrà la pena..restare..per amore..gratuito…
Mi basterebbe almeno desiderare e provare ad essere meno permaloso e suscettibile, meno rigido e sulle difensive, mi basterebbe ricordarmi di chiedere davvero come sta al mio prossimo, figuratevi amarlo. Pazientare, stemperare, comprendere.
Mi basterebbe guardare gli altri con metà dei pregiudizi o dei calcoli bilanci etichette che ho già messo, mi basterebbe avere la libertà di lasciarmi stupire e sorprendere, non coltivare una presunta libertà o disincanto..
mi basterebbe non essere frettoloso e sgarbato ma attento e premuroso, non dimenticando quasi subito quel che mi è stato detto o affidato… amare… mi basterebbe non serbare rancore, non sentirmi bravo o superiore se sto zitto o non rinfaccio, ne santo se non controbatto… amare.. mi basterebbe essere accogliente e più disponibile, soprattutto con le cose che mi pesa fare, le persone che non mi va di incontrare, quelle di cui mi voglio liberare appena possibile…non cercando di guardare l’orologio di nascosto o pensando a cosa devo fare dopo…
mi basterebbe non sentire più quella vocina infame in me che si aspetta sempre il “bravo!” o il “Grazie”… mi basterebbe smetterla di dire io…io…io… io sono, io ho..e smetterla di coniugare sempre passati prossimi…”ho fatto, ho detto,ho vissuto..ho ..ho…”
mi basterebbe non voler più rimarcare..te l’avevo detto, lo sapevo, me l’aspettavo… è sempre così
mi basterebbe non sentire quella parte di me che ha bisogno di sottolineare, dirsi, raccontarsi, farsi vedere, dichiarare con finta umiltà titoli, meriti, competenze, ruoli e capacità..mi basterebbe dire meno “lo so” e più “ti ascolto”.
mi piacerebbe relazionarmi a volte con meno affettata nonchalance, sapermi indignare di più, difendere e prendere le difese..
mi basterebbe saper coniugare davvero meglio e con verità gli avverbi di tempo… saper usare da galantuomo autentico i vari “mai”, “sempre”… tutti…nessuno…. il mondo sarebbe incredibilmente migliore. Dovrebbero mettere ore in più a scuola per insegnarci ad usare meglio questi avverbi e l’uso scorretto e iperbolico paranoico che ne facciamo, guastando la nostra comunicazione…  amare, amare, amare…accorgermi di chi qui e ora è ultimo accanto a me e sta solo cercando di volermi bene come può, come riesce, come glielo sto permettendo, stronzo che non sono altro…
amare amare amare..goccia di io..che evapori… buoni propositi da derubricare.. amare amare amare.
Mi piacerebbe, basterebbe… non so, fate voi. Quando sarò capace davvero di amare (cfr. Gaber) e non mi tremeranno le labbra e la pancia a coniugare tale verbo… vi farò un’altra goccia più seria e biblica. Scusate. Amen.

Domenica XIXa T.O. – A

(Tempo di lettura previsto: 3 minuti)

In Ascolto del Santo Vangelo secondo Matteo 22,15-21

Allora i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Frase delicata e molto fraintesa: usata da alcuni per invitare la chiesa a non immischiarsi in faccende politiche, da altri per ricordare alla vita politica-pubblica il diritto a esprimere idee e posizioni, (quindi l’esatto contrario), da chi è per la laicità dello stato (laicismo?) a chi sogna una sudditanza statale al potere religioso (religione civile)..fino ad arrivare a chi banalmente la usa per dire…a ciascuno il suo, ciò che gli spetta.
Farisei ed erodiani: che ci fanno assieme? evidentemente li unisce provvisoriamente l’essere contro quel Gesù che disturba entrambe.
Pongono un tranello a Gesù. Qualsiasi risposta lo farà schierare e condannare dall’una o dall’altra parte. La questione pratica viene dalla moneta, coniata con l’immagine di Cesare. Quindi quel pezzo di metallo è suo. E’ quindi un dovere morale pagare le tasse e non rubare allo stato, al bene comune. Invito quindi ad essere cittadini responsabili, nel rispetto delle leggi. Essere religiosi, cristiani, passa anche di qui, uscendo da visioni dicotomizzate della realtà. Ma il colpo di genio è la seconda parte. Rendere a Dio ciò che è di Dio. Cioè? una bellissima interpretazione di un padre della chiesa dice che è l’uomo l’unica cosa su cui è impressa l’immagine di Dio. Cesare sulle monete, Dio sull’uomo. cfr. Genesi…”facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza…creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò…” (Gn 1,26-27)
Non possiamo impossessarci dell’uomo, renderlo schiavo, oggetto, sfruttarlo, dominarlo, possederlo…è di Dio… lo dovremmo iniziare a rispettare e trattare proprio a partire da questa consapevolezza…solo in Dio l’uomo e la donna ritrovano pienamente loro stessi, la verità di quel che sono, ha Lui il loro libretto delle istruzioni.

Domenica XXVIIIa T.O. – A

(Tempo di lettura previsto: 8 minuti)

 

 

 

“Black” Ten, 1991. (Pearl Jam)
(…) Quanto velocemente può tramontare il sole?
Ed ora le mie mani amare cullano i vetri rotti
Di ciò che era ogni cosa
Le immagini sono state tutte tinte di nero, hanno tatuato tutto…
Tutto l’amore diventato malvagio ha tramutato il mio mondo in nero
Ha tatuato tutto ciò che vedo, tutto ciò che sono, tutto ciò che sarò… già…

So che un giorno avrai una vita meravigliosa, so che sarai una stella
Nel cielo di qualcun altro, ma perché?
Perché, perché non può essere, perché non può essere il mio?
In Ascolto del Santo Vangelo secondo Matteo 22,1-14

Gesù riprese a parlare loro con parabole e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: “Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Dario era un affezionatissimo lettore della Goccia…assiduo e fedele, da sempre.
Me lo ripeteva ogni volta; l’ho anche verificato stupidamente ed incredulo dal programma che le spedisce.
Era seduto al tavolo della festa di nozze, di cui parla Gesù nel vangelo, pur con alti e bassi e un abito di festa un po’ sgualcito…ma c’era:
la messa della domenica, le chiacchierate, il volto del Cristo tatuato sul cuore, enorme, la fede trattenuta con le unghie…scetticismi e conquiste, il bisogno costante ed inquieto di pace, casa, un porto, la ricerca ed il desiderio di prospettive non a corto raggio…
Eppure da quel pranzo di nozze ha deciso improvvisamente di venir via giovedì scorso, a 43 anni: come dire… ha scelto di fermarsi dopo i primi. Il più pareva fatto ma…
Pareva gli desse fastidio la vita oppure…una perversa voglia di pace e luce, di stare finalmente bene per sempre, in cielo.
Non è così che deve andare: lo abbiamo salutato ieri col cuore confuso e tramortito.
Quel posto a tavola era per lui, resterà vuoto e inespresso… la cena era ancora lunga e saporita…
    Parabola difficile, quella che la liturgia ci offre. Passiamo da una sbornia di un mese di viti e vino e lavoratori…ad una festa di nozze.
Non siamo più invitati a lavorare collaborando nell’azienda di famiglia del regno di Dio ma a festeggiare, a mangiare succulenti buoi e animali ingrassati per noi.
Quel posto a tavola dove siamo seduti…ci aiuti a riflettere sulla nostra vita, sulla fede cristiana non come orpello ma come orizzonte, anche di senso e significato, su cui collocarci. Il padrone di casa che ha organizzato furibondo la festa…e prende provvedimenti assurdi …sia solo e sempre la passione che si trasforma in immagine iperbolica… la passione di fare della nostra vita una festa, una gioia, una cosa bella. Non ci faccia (almeno sempre) fastidio vivere…
Eppure una voce perversa in me, pensando alla cena interrotta da Dario, mi fa dire…”allora non serve a nulla essere cristiani” meditare la Parola, credere, andare a messa ecc. ecc. se poi tutto questo non mi impedisce di “lasciare la festa sul più bello…”
Già…come dar torto a questa voce? eppure…la libertà di indossare l’abito della festa, di sentirsi invitato davvero, di non viversi da abusivo o in prestito… sta a noi…
Spesso in modi diversi siamo tutti impermeabili agli inviti a nozze e ai buoi grassi. Viviamo la nostra fede in un angolo della festa, senza assaggiare nulla, senza concederci o concedere nulla… ci basta una bustina di grissini in piedi…
Ci aiuti il Signore a non essere impermeabili, ne troppo abituati agli inviti, a trovare concretamente di cosa è costituito il nostro abito di festa e perchè.
Non lasciamo la cena a metà, ma nemmeno sprechiamo il cibo restando in un angolo.
Buon appetito.