XXXa Domenica T.O. – C

(Tempo di lettura previsto: 5 minuti)

decalcomania

Decalcomania, 1966 – Rene Magritte

In Ascolto del Vangelo secondo San Luca 18, 9-14
In quel tempo Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».
Il fariseo sa di essere migliore degli altri. Altri non molti. Altri qui vuol dire “tutti”: si ritiene giusto, bravo, devoto, indaffarato e impegnato,
alla sua preghiera manca solo, da parte di Dio stesso un bell’ Amen.
Dio gli serve come sigillo. Lui è già a posto così.
Non si attende nulla da Dio se non che gli dica.. bravo.
Il pubblicano è uno che si sente continuamente gli occhi addosso; sa che gli altri lo hanno pesato, valutato e condannato. Non lo possono vedere.
“Liquida” la preghiera e Dio in poche parole. Non ha nulla da perdere. Non ha nulla da offrire, per questo riceve tutto.
Non può pretendere nulla da Dio, per questo può chiedere tutto.
Sa di essere ammalato e che Gesù è venuto non per i sani ma per quelli che hanno bisogno di un medico.
Gesù non elogia la vita del pubblicano ma nemmeno condanna le buone azioni del fariseo.. la questione è il modo in cui quest’ultimo si pone, attraverso le sue azioni, davanti a Dio stesso.
Come se lo guardasse negli occhi.. o al limite, dall’alto in basso.
Quanto il nostro agire pastorale, la nostra morale, le nostre devozioni, le nostre immagini di noi, i nostri bisogni di sicurezza, conferma, prestazione.. ci allontanano da Dio?
lo rendono inutile.. perché annulliamo la fede in Lui scegliendo e confermando un essere “religiosi”, “de ciesa”, devoti, impegnati.. sempre in parrocchia..
In tutto il vangelo di Luca, Gesù continua ad indicarci come modelli non di vita ma di fede e di vita spirituale gli ultimi, i maledetti, quelli che non hanno nulla da perdere perché tutto da ricevere..
Perchè nulla hanno da dare (nemmeno le messe settimanali, il chierichetto da piccolo, una zia suora, i tanti anni di catechismo, gli studi teologici, la’ver tanto laorà pa a parrocchia e aver cucinato branchi interi di suini alla sagra..)
Il suo esordio, presentato dal Battista era stato (Lc 3,8) che Dio può far nascere figli di Abramo dalle pietre.. così per dire..
Questa pagina ci deve rimanere sullo stomaco. E aiutare a metterci davanti a Lui consapevoli solo di essere fragili, feriti, vulnerabili e amati. Il resto lo fa Lui.
non saremo giudicati su quanto o meno siamo stati religiosi ma su quanto abbiamo lasciato a Lui di salvarci e volerci bene.

XXIXa Domenica T.O. – C

(Tempo di lettura previsto: 3 minuti)

“Prima pensavo che la preghiera cambiasse le cose; ora ho capito che la preghiera cambia noi e noi cambiamo le cose.” (Santa MadreTeresa)

12102016

 

In Ascolto del Vangelo secondo San Luca 18, 1-8
Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”». E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».
Oddio.. se dalle spalle dei discepoli si fosse alzata timidamente una mano, mentre un colpo di tosse diplomatico attirava la Sua attenzione come per dire.. ”Arèo, scusa, capo.. ehi, mister..” e di spalla si fosse fatto posto chiedendo permesso tra Pietro e Giovanni.. avesse guadagnato il centro della scena dicendo tipo.. oddio, mister, Gesùbbello.. io sono stanco di aspettare.. ad oggi Dio non mi sta facendo nessuna giustizia, sarò anche un suo eletto ma ho smesso di gridare giorno e notte..
come la mettiamo? E mica te la puoi cavare dando la colpa alla “terra” dove non trovi più fede; perché 2000 anni fa o adesso, cosa vuoi.. camminiamo sui carboni ardenti parlando di giustizia e attesa, pensando alle cronache locali o internazionali, o interiori e famigliari, o sociali e pastorali.
Ognuno di noi, credo e spero, arriverà al Suo cospetto con un 2-3 post it con qualche domandina da appendergli in fronte.. come facciamo nelle zuccherose attività esistenziali coi “giovani”..
Ma ad ogni modo.. rallenterei volentieri sull’invito a pregare. Non c’è scritto “chiedere”: siamo intossicati da una idea di preghiera come domanda, richiesta, necessità, elenco, conto..
Di un Dio a cui insegnare il mestiere o da trattare come un distributore di bevande..
La preghiera è dialogo, relazione, scambio. Stare in ascolto e balbettare scelte e atteggiamenti fiduciali che dicano “mi fido”.
Pregare sempre è avere sempre in mente e nel cuore che Lui è al mio fianco, sempre reperibile, posso a poco a poco imparare a guardare la realtà come la guarda Lui.
Fede e preghiera secondo me si incrociano qui. Non prego per cambiare Lui ma per comprendere un nuovo modo di guardare la realtà. Che resta quel che è.. dura o bella, romantica o letamica, profonda o superficiale. Io non posso cambiare la realtà. Al limite sarà essa a mutare in me lo sguardo.. e farlo divino, come Lui mi offre la possibilità di fare.
Vedere fratelli e sorelle e non gente, opportunità e non rotture, occasioni invece di imprevisti, vedere creato e non natura, vedere ingiustizie e non furberie, bellezza e non noia, passione e non semplice entusiasmo, servizio e non egoismo, fedeltà e non stupidità, determinazione e non ingenuità, qualità e non quantità, purezza e non rigidità, libertà e non vagabondaggio, autenticità e non massificazione..
quindi io prego, poco.. solo per cambiare me stesso e chiedere a Gesùbbbello di portare tanta pazienza.
Amen

XXVIIIa Domenica T.O. – C

(Tempo di lettura previsto: 5 minuti)

 

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In Ascolto del Vangelo secondo San Luca 17, 11-19
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».
Dieci dal punto di vista simbolico è la pienezza: quindi significa tutti. Anche noi. Un messaggio o meglio un monito universale che si espande nello spazio-tempo. Tutti siamo in qualche modo lebbrosi, cioè peccatori. A quel tempo la lebbra era considerata un giusto castigo di Dio per punire una persona profondamente peccatrice.
Quindi Luca ci mette in guardia dal sentirci a posto. Tra i dieci poi c’è un samaritano, la peggior categoria di persone del tempo e gli altri nove evidentemente sono giudei.
Quasi a dire.. il mondo non è diviso tra buoni e cattivi.. tra credenti e non credenti, tra bravi e devoti e lazzaroni. Tutti..
Una cosa bella è che vanno assieme, solidali nel male ma non a chiedere guarigione.. ma solo compassione.
Chiedono compassione.. bellissimo. Il lebbroso era rifiutato, allontanato, marginalizzato, escluso.
Quando mi son sentito lebbroso in vita mia? La lebbra è una terribile malattia che corrode e mangia la carne, cioè la vita.
Forse anche in noi c’è qualche lebbra che ci consuma.. un viziaccio, una immagine di noi da cui non sappiamo più uscire, una connivenza col male, un doppiofondo, un rancore che ci gestisce, l’incapacità a perdonare o perdonarci, una paura e un’ansia quindi folli che ci bloccano..
Abbiamo bisogno di compassione.. di chiederla e riprendere il cammino.. la luce tornerà. La tua fede, non Gesù.. ti ha salvato.