“Impariamo dal girasole..” – Omelia IIIa TO B 2018

 

Tutte le volte che mi son fermato, magari in Toscana, ad ammirare magnifici campi di girasoli, non son mai riuscito a capire se siano chiamati così perché …si girano davvero insomma…realmente cerchino, quasi con lo sguardo, il sole…al di là di questo: credo li dovremmo imitare: pensate alla liturgia: il Signore sia con voi, e con il tuo spirito, in alto i nostri cuori…
Sono rivolti al Signore”. Bellissima questa frase, forse non ci abbiamo mai fatto caso: i nostri cuori sono girati verso di Lui…qui c’è tutto il senso della fede cristiana: cercare giorno per giorno di rivolgerci a Lui: sia come cercarlo, sia nel senso di andare verso, in quella direzione…
cercarlo.. quindi conoscerlo, rivolgersi a Lui, al Suo vangelo, al suo stile di vita riconosciuto come degno e promettente anche per noi.  andare verso… quindi vivere la propria vita come chiamata, i discepoli oggi ce lo ricordano, andare verso di lui, come attratti, calamitati…in cammino. La fede è un cammino, una cosa viva.
E coi cuori rivolti a Lui, come lo incontriamo? come si mostra a noi? bello, vincente, rassicurante..? no! Di spalle! Gesù ci dà le spalle. Ci chiede di andare dietro e seguirlo: per due volte il vangelo lo ricorda. Non “con” Lui; sarebbe stato più normale e educato…ma dietro! Pensate anche a quando rimprovera Pietro, dicendogli che pensa come Satana..vai dietro di me, ..gli dice. Non nel senso di un castigo (dietro alla lavagna) ma di una posizione. Come quando segui la guida al museo…o in città.
C’è una parola che descrive per noi cristiani questa scelta: la parola “sequela”. Il cristiano vive la sequela, la chiamata a seguire Cristo. Il cristiano non è tale perché fa pratiche cristiane, devoto religioso veneto impegnato socialmente nel far del ben e far tante cose per la parrocchia: il cristiano autentico lo riconosciamo quando vive la propria vita innanzitutto come una risposta. Risposta significa che agisco così perché sono rivolto verso Gesù e mi fido di Lui, come fosse il navigatore satellitare della mia vita. 
Che tutto quello che faccio in parrocchia e soprattutto fuori, lo faccio non da schiavo della religione, della morale o di tradizioni, meriti o consensi ma come risposta ad un Suo appello.
Pensate a quando il Battista indica l’Agnello di Dio e i suoi due discepoli lo lasciano li per andare dietro a Gesù (domenica scorsa) o alle rive del lago di Galilea, nel vangelo di oggi…come devono essersi sentiti guardare Andrea, Simone, Giacomo e Giovanni per lasciar li tutto e andare dietro di lui?
Dietro significa che la strada la fa lui. Io mi devo fidare, rispondendo con la fede di cui sono capace, giorno per giorno.
Dietro significa che la strada lui la vede per primo, riesce a scorgere meglio e un po’ più in là di quello che accade, devo accogliere che veda più in là del mio orizzonte, che ci sia una distanza. Io so il mio bene per me, Lui il meglio per me…
Seguo solo una persona che conosco e di cui mi fido…quanto possiamo dire che questo abiti la nostra fede?
Dietro significa che il quel cammino c’è tutta la vita cristiana come qualcosa di vivo, una relazione da costruire, su cui investire: convertitevi e credete nel vangelo…non al..come fosse una idea…nel..immersi nella relazione con Lui, coinvolti ed implicati con la nostra libertà. Tutto quanto viviamo e facciamo…come credenti, è una risposta a Gesù? o è altro? stiamo vivendo rivolti a Lui, desiderando conoscerlo, frequentarlo, ascoltarlo?
Ad es. in questi giorni tanti studenti sono chiamati ad iscriversi a scuola e magari a scegliere se avvalersi o meno dell’ora di religione. Credo sia una scelta importante, che riguardi tutta la famiglia. Per restare rivolti verso…
Infine…i discepoli, sono chiamati mentre lavorano: come cristiani siamo consapevoli che il nostro lavoro è esperienza profonda e indispensabile per la nostra vita di fede? che non serve essere cristiani in parrocchia ma innanzitutto sono i luoghi di lavoro ad aver bisogno della luce del vangelo e di cristiani credibili? chi ci incontra, colleghi ad es. vedono in noi dei cristiani illuminati e rivolti al Signore tanto da far loro “invidia” o provocarli?
I nostri cuori sono rivolti al Signore, come i girasoli, perché vogliamo ascoltare Gesù e rispondergli con la nostra vita. E metterci in cammino dietro di lui verso il nostro meglio. Chiediamogli la grazia di questo desiderio.

“Domande infinite: di che siamo fatti..” – Omelia IIa TO B 2018

 

Che cosa cercate?
Le prime parole di Gesù che il Vangelo di Giovanni ci offre sono una domanda. È la pedagogia di Dio, che sembra quasi dimenticare se stesso per mettere in primo piano quei due giovani, quasi dicesse loro: prima venite voi. L’amore vero mette sempre il tu prima dell’io: si fa silenzio, premura, attesa, ascolto, accoglienza. 
Anche all’alba di Pasqua, Gesù si rivolgerà a Maria Maddalena con le stesse parole: Donna, chi cerchi? Le prime parole del Gesù storico e le prime del Cristo risorto, due domande uguali, rivelano che il Figlio di Dio non vuole imporsi, non gli interessa stupire, abbagliare o indottrinare, ma desidera solo mettersi a fianco, in ascolto, rallentare il passo per farsi compagno di strada, navigatore satellitare di ogni cuore in ricerca.
Che cosa cercate? Con questa domanda Gesù non si rivolge all’intelligenza, alla cultura o alle competenze dei due discepoli che lasciano Giovanni, o della Maddalena, ma alla loro più autentica umanità. Si tratta di una domanda alla quale tutti sono in grado di rispondere, dotti e ignoranti, laici e consacrati, giusti e peccatori, indifferenti o praticanti. 
Perché Lui, il maestro, fa le domande scomode, apparentemente facili ma che fanno vivere: si rivolge innanzitutto al desiderio profondo di ciascuno. 
Come quando camminerà a fianco dei due di Emmaus, delusi e arrabbiati… chiedendo loro che cosa avessero…
Che cosa cercate? significa: qual è il vostro desiderio più forte? Cosa volete più di tutto dalla vita? 
Gesù, vero maestro ed interprete del desiderio, ci insegna a non accontentarci, a non lasciarci anestetizzare da risposte facili e superficiali, a non continuare a bere da fonti che non dissetano, come dirà alla samaritana al pozzo, nemmeno a confondere bisogni e desideri, diritti e capricci. A guardare la luna, non il dito. 
Ci salva dalla noia, dalla superficialità, dalla banalizzazione sistematica, da tutto quello che è luccicoso ma evanescente. E che ci logora dentro.
Con questa semplice domanda: che cosa cercate? Gesù fa capire che la nostra identità più umana è di essere creature in ricerca e di desiderio. 
Perché a tutti manca qualcosa: infatti la ricerca nasce da una assenza, da un vuoto che chiede di essere colmato. 
Cosa mi manca? Che cosa recrimino? Perché non so stare da solo, perché senza cellulare o connessione mi sento vuoto e sperduto?
E’ questa consapevolezza che ci fa ricordare che non “basta la salute..” importante certo, ma non basta. C’è in ciascuno di noi una vita nello spirito che pretende altro. 
Quanta gente sana, è molto triste e sopravvive o si toglie la vita: aveva tutto, si dice sconcertati, eppure…eppure cerchiamo l’essenziale!
E’ la parte sacra di noi, che ci rende come “domanda” di fronte a Dio o all’assoluto, all’infinito o al nulla.
Se è vero che siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio significa anche che è normale sentirsi incompiuti, 
perché saremo completi o meglio completati e compiuti, solo in cielo, a casa nostra, ritornando alla pienezza dell’amore di Dio.
Vado a prepararvi un posto, dirà ai dodici, vi prenderò con me…perché dove sono io siate anche voi ..e voi conoscete la via..
Se noi siamo domanda, Gesù è la risposta: via verità e vita, ci rassicurerà.   
Venite e vedrete, sia l’invito ad affidarci a lui, ricentrando su di Lui e la strada da fare assieme, la nostra fede e il cammino delle nostre comunità.

“Pezo el Tacòn chel sbrego” – Omelia Battesimo del Signore 2018 A

 

Una porta sbattuta in faccia, un silenzio ostile, uno sguardo indifferente, il telefono che squilla invano. Come un muro: il senso impotente di vuoto, non sai dove aggrapparti. Non mi va di parlare, vai via, non voglio più vederti. Che male fa, ci stiamo chiudendo in noi stessi, cioè lasciando, perdendo…morendo.
  Ci siamo mai sentiti trattare così?
   Negli ultimi secoli prima della nascita di Cristo, il popolo di Israele aveva la sensazione che Dio, esausto e nauseato dalle infedeltà, sdegnato dai suoi peccati lo avesse volutamente dimenticato, interrompendo le comunicazioni. Aveva smesso di inviare profeti e cercare il popolo stesso. Schiavo a Babilonia, si sentiva punito, tradito e abbandonato, descrivendo quella situazione angosciante di silenzio e indifferenza di Dio…come se il cielo si fosse chiuso. Allora chiedendosi quanto sarebbe durato questo silenzio doloroso, lo invocava ad es. con le parole del cap. 64 del profeta Isaia: ”Signore (…) non adirarti troppo, non ricordarti per sempre delle nostre iniquità…ah se tu squarciassi i cieli e scendessi…”
  Ecco: il vangelo di oggi va colto da qui. Gesù uscendo dall’acqua del Giordano, vede i cieli squarciarsi. Lui ha squarciato i cieli. Non li ha aperti: squarciare significa rompere, lacerare in modo definitivo, non puoi più chiuderli o ricomporli ne tornare indietro. L’inizio della vita pubblica di Gesù, il suo ministero di quasi 3 anni che i vangeli ci annunciano fino alla morte e risurrezione, Ascensione e Pentecoste poi che ce lo rendono presente, ci dicono questo: Dio, in Gesù, non ci lascia più. Non si torna indietro, il suo amore è definitivo!   Questo fa dire a Dio “Tu sei il mio Figlio, l’amato, in te ho posto il mio compiacimento.”
 E poi, questo verbo “squarciare” lo ritroviamo al momento della morte di Gesù, quando “il velo del Tempio si squarciò”, il velo nascondeva la stanza segreta dove si credeva ci fosse la presenza di Dio, la Sancta Sanctorum: nel momento in cui Gesù muore in croce, il velo si squarcia e si rivela chi è realmente Dio.
Sotto la croce, il centurione dirà:“era davvero il figlio di Dio”.
Da allora la comunicazione di Dio con l’umanità non si è più fermata: stiamo celebrando la messa assieme per riconoscerlo ancora e sempre qui presente. Allora arriva la 1a lettura, ancora Isaia: Dio sembra un commerciante al mercato che invita tutti gli assetati e affamati a rivolgersi a Lui..venite, mangiate, comprate…non spendete soldi e tempo per le cose che mai vi riempiranno ne daranno soddisfazione piena…io stabilirò, continua, per voi un’alleanza eterna…(toh, le parole che sentiamo durante la consacrazione del vino..)..e poi ci rivolge la Parola che come la pioggia e la neve..porta vita, irriga i cuori, non torna indietro senza aver compiuto ciò per cui l’ha mandata..cioè ridare vita e vigore a chi la accolga…bellissimo, ci mettessimo in ascolto così…
  E da questi cieli squarciati per sempre Gesù vede la colomba: il dono dello Spirito, per iniziare il suo ministero pubblico di salvatore, inviato; garanzia della presenza di Dio al suo fianco, come per noi la cresima. La stessa colomba che dopo il diluvio ritorna all’arca di Noè col ramoscello di ulivo a sancire la pace ristabilita tra cielo e terra, l’arcobaleno. La colomba dice anche lo stile pacifico, mite. Pensate poi ai piccioni viaggiatori…qualcuno dice si sia usato questo uccello perché era l’unico animale in grado di ritornare sempre a casa per quanto distante fosse andato…Gesù da qualsiasi parte tu ti sia cacciato ti riporta sempre a casa tua, a casa del Padre…Da quel giorno, sul fiume Giordano, è ancora e sempre così. Gesù si è messo dalla nostra parte.
Allora penso al nostro di battesimo, alla cresima, al matrimonio in cui si dice “con la grazia di Cristo io accolgo te”, agli altri sacramenti e ai tanti modi in cui, magari attraverso le attività parrocchiali, quei cieli definitivamente squarciati ci annunciano e ricordano un Dio che si rivolge a noi. Per salvarci.
Chiediamogli l’umiltà di accoglierlo presente, attraverso il dono dello Spirito, in tutto quello che facciamo: Dio non è più rinchiuso nei cieli ma nel suo figlio Gesù, continua a camminare e vivere con noi. Non impediamoglielo.