“Qual’è il nostro tessssoro?” – Omelia Domenica XVIIa TO – A

Nel romanzo Il Signore degli anelli, Gollum, personaggio ambiguo, sospeso tra il bene ed il male, cerca continuamente l’anello prezioso, il suo tesoro. E’ disposto a tutto pur di recuperarlo, aiutare o tradire i suoi compagni. Ma quello è il suo tessssoro.
Oggi per la terza domenica consecutiva, il vangelo ci fa meditare sul regno di Dio. Il seminatore e i terreni, la zizzania nel campo e oggi: quel regno che chiediamo venga nei Padre Nostri…perché deve venire? perché è il nostro tesoro. Cioè una scoperta importante che orienta in maniera diversa la nostra vita.
Fa scegliere e rinunciare, desiderare e smettere, impegnarsi e relativizzare
E per noi? per le nostre parrocchie abbiamo il sospetto che la fede sia risposta adulta ad un tesoro che seduce? le scelte, le priorità, il riferimento del nostro agire cristiano, personale e comunitario, testimoniano questo?
Tesoro è parola rara, immagine da innamorati, da favole.
Oggi, è sinonimo di Dio. Un contadino e un mercante trovano tesori. Uno lo trova per caso, di sorpresa; l’altro invece  è intenditore appassionato e sa bene quello che cerca: Gesù pare ricordarci che è possibile a tutti…incontrare o essere incontrati da Dio. E’ un dono ma anche una ricerca.
Trovato il tesoro, l’uomo pieno di gioia va, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. La gioia è il primo tesoro che il tesoro regala. Dio ci seduce ancora perché parla il linguaggio della gioia, che muove, mette fretta, fa decidere. E’ il segno che stai camminando bene, sulla strada giusta. Noi avanziamo nella vita non a colpi di volontà, ne per ordini o doveri ma per una passione, per scoperta di tesori (dov’è il tuo tesoro, là sarà il tuo cuore, ricorda il vangelo di Mt); ci muoviamo perché attratti da qualcosa e per la gioia che promette, per suggestioni magnetiche, ci si muove per una passione, e la passione sgorga da una bellezza, dall’aver intravisto la bellezza utile del vangelo, fonte di qualità eterna per la vita di ciascuno. Per noi cristiani la bellezza è la vita e lo stile di Cristo, la vita bella e buona del Vangelo. Le cose da fare in parrocchia, per la parrocchia… dovrebbero venire dopo.
Il giovane ricco, pur stanco di essere religioso, se ne va triste…perché non ha coraggio di lasciarsi andare, non vuole fidarsi di Gesù, preferisce accontentarsi e vivere la propria religiosità da schiavo, a testa bassa. Ateo devoto.
Ma il dono va accolto, alla scoperta deve rispondere l’impegno: il contadino e il mercante vendono tutto. Lasciano molto, ma per avere tutto. Non perdono niente, lo investono. Così sono i cristiani, non più buoni degli altri, ma più ricchi: hanno un tesoro di speranza, di luce, di cielo, di cuore, di Dio. Sapranno metterlo al centro della vita? Tesoro e perla sono nomi di Dio.
Con la loro carica di affetto e di gioia, la travolgente energia, con il futuro che aprono, si rivolgono a me, a ciascuno di noi un po’ contadino e un po’ mercante, e mi domandano: ma Gesù per te è un tesoro o soltanto un dovere? È una perla o un obbligo? È tesoro, perché il Vangelo non è mortificazione, ma dilatazione di vita; il cristianesimo non è sacrificio o rinuncia, ma offerta di luce che fa rifiorire instancabilmente la vita di qualità.
Ecco come si vive il regno, ecco come scovare dentro ciascuno di noi… il nostro tesoro.

“Il Regno di Dio è come Don Matteo” – Omelia Domenica XVIa TO – A

 

La  serie televisiva Don Matteo risulta essere da quasi 20 anni, una tra le più apprezzate: grazie a Terence Hill e a una struttura semplice ma interessante.
Il Regno di Dio è come il telefilm don Matteo.
Nella bellezza di quei luoghi accade ogni puntata qualcosa di male (omicidi, furti, rapimenti). Carabinieri e parroco si mobilitano, chi per lavoro, chi per missione o provvidenza.
Don Matteo, fine conoscitore dell’animo umano, riesce a intuire con saggezza qualcosa che sfugge ai più. Ha sempre un punto di vista diverso, dialoga con le persone e sostiene poi il maresciallo Cecchini-Frassica. Alla fine, i carabinieri arrivano per arrestare il colpevole ma don Matteo è già lì. Sempre. Ha già intuìto la verità, che loro confermano, facendo il proprio dovere. Lui ha colto il cuore delle persone, si fa presente, dà speranza pur nel male, i carabinieri fanno giustizia e seguono lo svolgersi doveroso della responsabilità civile. Ognuno fa il suo, in modo complementare, la verità risplende, il bene trionfa.
Nel nostro mondo, così bello il male è presente. Da sempre.
Come la zizzania nel campo. Ed è quasi sempre causa dell’uomo ingordo, avido, indifferente, orgoglioso. La cronaca ce lo ricorda ogni giorno. La fede cristiana, come per don Matteo, ci può aiutare, a essere saggi, avere un punto di vista diverso, intuendo cosa è bene, giusto e vero. Questo per noi è il regno di Dio.
Il mondo come Dio lo ha sognato, affidandolo a ciascuno di noi, alla nostra responsabilità e libertà di figli.
Venga il tuo regno, diciamo nel Padre nostro, si realizzi, cresca un mondo giusto, buono e bello per tutti. Si ma … come?
Si tratta di iniziare ad avere uno sguardo cristiano sulla realtà non superficiale o ateo; a fare come don Matteo che da credente cerca il bene e aiuta le persone a cambiare punto di vista, collaborando poi con chi voglia fare verità e giustizia. Come lui nel film, il bene è sempre già presente prima, nella realtà, va scovato, intuìto, riconosciuto; quel bene è lo Spirito Santo che mai ci abbandona e rende il Signore Gesù presente, al lavoro. Siamo chiamati a riconoscere che Dio è già all’azione, il mondo è Suo, il regno è affidato a noi, suoi collaboratori, per costruirlo con le nostre scelte coraggiose, giorno per giorno. Altrimenti ci ridurremo come i servi della parabola. Si scandalizzano del male e mettono in discussione il seminatore. Pensate a tutte le volte che ce la prendiamo con Dio di fronte al male, come se non sapessimo che fa parte della vita; cfr. sacramento del matrimonio.
Rischi di vedere sempre e solo il negativo, lamentarti di tutto e dare per scontato il tanto bene, il grano già seminato e abbondante, che sta crescendo, senza far rumore. Diventi un cristiano ateo che non vuole ne sa riconoscere il Signore presente, al lavoro.
O al limite, come i servi, ti agiti e vuoi essere tu a sradicare, sentendoti perfetto, vuoi creare la tua comunità perfetta, gli eletti, quelli bravi e buoni, noi e loro, creando muri, fazioni, divisioni illusorie.
Quante volte purtroppo le nostre devote parrocchie indaffarate danno pessimi esempi in questo, coltivando la zizzania, ignorando il seminatore, tradendo il vangelo.
E’ più facile coltivare la zizzania o il grano?
La parabola di Gesù ci annuncia che il male sarà sradicato e che i giusti splenderanno come il sole nel Regno del Padre loro.
Quel regno, come don Matteo, aspetta che ciascuno di noi inizi a fare la propria parte, a cambiare prospettiva, a guardare il mondo in maniera cristiana. Sembrerà poco, come il granello di senape o inutile come il pizzico di lievito ma porterà molto frutto.
Il Seminatore trovi nei nostri cuori l’ umiltà ed il coraggio di farlo.

“La parte di me che non posso controllare..” – Omelia Domenica XVa TO – A

(F. Levini, La pulce nell’orecchio – 2013)
 
Abbiamo cinque sensi con cui entrare in relazione con noi stessi, gli altri ed il mondo; li usiamo di continuo, liberamente. Eppure ce n’è uno che non possiamo comandare: quale? l’udito!
Posso chiudere occhi e bocca, evitare un contatto, trattenere il respiro col naso per non annusare ma non posso controllare le orecchie. Non posso impedirmi di ascoltare: è interessante. 
Anche se non lo volessimo siamo fatti innanzitutto per sentire. Come se Dio creandoci l’avesse fatto a posta, per insegnarci qualcosa; non scordando poi il dono di 2 orecchi e una sola bocca.
  Chi non può sentire, perché sordo, di fatto poi non saprà parlare, restando muto. Il cristiano vive in ascolto. Altrimenti è schiavo di sé stesso o spettatore della vita. Ce lo conferma la prima lettura:  un volto di Dio che prima di essere sepolto di preghiere e raccomandazioni, desidera rivolgerci una parola buona e utile, una parola che porti frutto. Bellissimo. Noi veniamo a messa da decenni, ogni domenica: viviamo l’ascolto continuo dei tre vangeli quasi per intero…ma possiamo dire di conoscere Gesù? la nostra vita porta frutto? La Sua Parola ci sta dando la forza di perdonare, accogliere, ci sta insegnando a indignarci, stimare, collaborare? 
ad avere i suoi stessi criteri di giudizio, il suo modo di guardare alla realtà? Cosa significa altrimenti dirci cristiani? 
Le nostre parrocchie indaffarate e socievoli hanno la Sua Parola al centro, come motivazione e ispirazione di stile? Quante persone, energie e risorse si dedicano, in una comunità parrocchiale, all’ascolto della Parola? quante ad attività sociali, sagre, iniziative? dov’è il centro? dove il cuore dell’appartenenza? lasciamo porti frutto questa parola? 30,60, 100…o ci arroghiamo il diritto di poter essere cristiani lo stesso? ma ne siamo sicuri?
   Il seminatore è generoso e continua a seminare da sempre. La Sua Parola ci vuole aiutare a costruire il regno di Dio. Venga il tuo regno. Non è uno sprecone incapace di seminara ma un’appassionato incallito della nostra vita che vuole nutrire con la Sua Parola. La parabola spiegata da Gesù ai discepoli è per noi.
E che disponibilità trova? un terreno, Gesù usa questa immagine diretta e semplice. Non sono quattro categorie di persone…ma disposizioni interiori che ciascuno vive in modo diverso nel proprio cuore a volte duro o incostante, inquieto o recettivo: che il Signore ci conceda l’umiltà di farci piccoli, come ci chiedeva nel vangelo di domenica scorsa, per fargli posto. 
 Diamoci alcuni istanti per rientrare in noi stessi, offrirgli il terreno del nostro cuore e le due orecchie che abbiamo e non riusciamo a chiuderci. La Sua Parola, seme di vita nuova, trovi in noi cuori coraggiosi e audaci per lasciarla entrare e convertirci: cosa abbiamo da perdere? cosa rischiamo? sia essa un nuovo criterio per scegliere atteggiamenti, correggere mentalità, accogliere speranze e crescere nella carità reciproca. Diamoci qualche istante per  formulare almeno un desiderio da offrire al Seminatore, disponibili a portare frutto secondo la nostra responsabilità, da veri cristiani che non possono più rinunciare all’ascolto.