“Beato te.. che mi vuoi felice” – Omelia IVa Domenica T.O. – A

30012017
Beato te che sei già in pensione o sei ancora giovane o non hai più il mutuo da pagare o stai finendo gli esami…ecc. Beato te, sa sempre un po’ di invidia: riconosco qualcosa nella tua condizione che è bello e mi manca. Quando lo diciamo, stiamo manifestando non solo il desiderio ma il diritto ad essere felici, a posto, sereni…
  Le beatitudini: non mi pare ancora di averle comprese. Chiamato a commentarle per offrirle in omelia, danno sempre l’impressione di poterle sciupare. Forse vanno solo contemplate.  Gandhi diceva che sono «le parole più alte del pensiero umano». Interessante, non della fede, ma per l’umanità delle persone. 
Fanno pensare, disarmano, appaiono assurde e irritanti, guai se così non fosse; ma riaccendono la nostalgia prepotente di un mondo fatto di bontà, sincerità, di giustizia, senza violenza ne menzogna, un modo completamente diverso di essere umani. Allora sono anche amiche perché, scrive un biblista, non stabiliscono nuovi comandamenti, ma propongono la bella notizia che Dio regala vita a chi produce amore, che se ti fai carico della felicità di qualcuno il Padre si fa carico della tua felicità. Forse potremmo ripartire proprio da qui. E’ un cambio di mentalità radicale, dal sentirsi al centro della propria vita, metro unico di misura, convinti di avere ragione, buon senso, esperienza da vendere, all’accorgerci di altro, lasciandoci ad esempio…stupire. La speranza non può che nascere da quel che è totalmente altro e che non può venire da noi. 
   Pensiamo alla seconda lettura, Paolo spiega alla comunità di Corinto una cosa fondamentale: Dio non ragiona come noi, è oltre. Per questo spesso riteniamo stolto, debole, ignobile, il modo in cui Lui ci parla, es. alcune scelte di Gesù, qualche pagina del vangelo..questa in particolare. Vuole che lasciamo perdere il desiderio umano di essere potenti, esperti, saggi e nobili…dice…per confidare sia Lui a renderci tali, non noi a conquistarlo, senza mai riuscirvi. Lui, nel figlio Gesù, dice Paolo, si è fatto per noi sapienza, giustizia, redenzione. Perché possiamo vantarci di Lui, mai di noi stessi. Chi si vanta si vanti del Signore! E’ Lui a darci speranza.  Sei beato non perché stai così ma perché Dio vuole esserti accanto. A partire proprio da quelle situazioni più difficili.
  La prima cosa che mi colpisce è la parola: Beati voi. Dio si allea con la gioia delle persone, se ne prende cura. Il Vangelo mi assicura che il senso della vita è nel suo nucleo più profondo, ricerca di felicità. Che questa ricerca umana è nel sogno di Dio, e che Gesù è venuto a portarvi una risposta. Quindi..noi da sempre, vogliamo essere felici; Dio desidera noi siamo felici; vogliamo la stessa cosa. Ci crediamo? beati noi.
   Ieri era la giornata della memoria: tutti a ricordare, molto bene. Era dedicata in particolare ai disabili sterminati. Molto bene.
Mi chiedo: perché nessuno dice nulla sul fatto che la modernissima Danimarca abbia programmato per il 2030 l’estinzione della sindrome di Down attraverso l’aborto sistematico? Vogliono diventare la società perfetta, senza persone dicono, difettate. Se togliamo Dio dall’orizzonte, non c’è etica comune ne condivisa che tenga. Si ritorna tutti contro tutti, ricchi contro poveri, forti contro deboli. Ma chi decide e in base a cosa se una vita sia degna o meno di essere vissuta? chi sia beato o infelice? Forse a volte certe persone, esperienze o sensibilità che di primo acchito vorremmo evitare, perché ci infastidiscono…magari il Signore vuole parlarci di noi stessi, attraverso di esse. Chissà di quali strumenti la vita si può servire per stupirci. Chiediamo al Signore, contemplando questa domenica le beatitudini, di sceglierne una e portarcela a casa, impararla a memoria: possa dirci qualcosa di utile alla nostra vita, aiutarci a sentire che ci vuole più umani, come siamo, che Lui è al nostro fianco, che entrambe vogliamo la stessa cosa, la nostra felicità.. essere beati, alla fine.. è tutto qui.

“Basta parcheggi!” – Omelia IIIa Domenica T.O. – A

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Essere cristiani? è tutto qui: credere, sperare, venire a messa, la vita di una parrocchia, i vari servizi pastorali, vanno tutti riletti da qui. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini».” Scomponiamo questa frase, basta e avanza per questa domenica: diventi spunto, programma e verifica di un lavoro pastorale, anima e respiro di un cammino comunitario:
   Venite: è la dinamica della fede, non stare fermo, seduto sulle tue quattro idee religiose, fede è alzarsi, continuare a camminare, ripartire, aggiornarsi, è relazione viva, perché è vivo Gesù Cristo Risorto e noi siamo chiamati a vivere con Lui e di Lui, non a sopravvivere; non è un pacchetto confezionato di cose da credere ma una strada da percorrere, un modo di essere; venite significa fidatevi, mettetevi in discussione: riflettere e dire “non c’ho niente da perdere” e “magari ne varrà la pena”. Significa lasciar lì le reti delle nostre fragili sicurezze, le scuse con cui ci nascondiamo, le giustificazioni da bambini, la paure di perdere qualcosa. Significa, come Gesù ha appena detto, “convertirsi”, cambiare strada! lo ripeterà tante volte nel vangelo.
   dietro a me: ci dà 1 posizione e 2 direzione. Essere cristiani non significa essere bravi, buoni, disponibili, generosi. Abbiamo stravolto il messaggio cristiano trasformandolo in un manuale di comportamenti, in un banale galateo, si fa, non si fa. No! Abbiamo diluito la fede nel risorto in devozioni, pratiche religiose e valori. Ci scaldiamo dicendo che è essenziale il rispetto. Certo, ma Cristo non ha mai parlato di rispetto. Solo e sempre di amore. Non ha mai detto di rispettare e tollerare le persone ma di amarle. Essere cristiani non è qualcosa da fare: significa innanzitutto camminare dietro a Lui. Pensiamo quando a Pietro, Gesù dirà la stessa cosa chiamandolo Satana…perchè continuava a pensare a modo suo. Andargli “dietro”: come il capo cordata in montagna, la guida nel paese straniero che stiamo visitando. Lo segui per non perderti, per non sprecare tempo, per apprezzare il posto dove ti trovi. E’ Lui il faro, la luce, come nella 1a lettura. Ma ci si deve far addomesticare e mettere in cammino. Con me imparerai a vivere come me, significa fidarsi che sia Lui la risposta a tante nostre domande, inquietudini, paure e bisogni. La nostra umanità fragile, sola e ferita trova nel confronto con Cristo una risposta ai propri perchè…imparando a sentirsi amata e ad amare. Allora avrà senso dire che Lui è il nostro salvatore, riconoscerci come “cristiani!”.
Il Papa l’altro ieri ha messo in guardia diceva “dai cristiani che vogliono vivere nel frigorifero, perché tutto rimanga così, cristiani parcheggiati, hanno trovato nella chiesa un bel parcheggio…
  pescatori di uomini: cosa significa pescare uomini? Pescare il pesce si sa, significa tirarlo fuori dal suo habitat vitale, l’acqua, per dargli la morte, venderlo e guadagnarne un profitto. Pescare gli uomini invece significa salvarli, tirarli fuori dall’acqua che può dar loro la morte, e non per il proprio profitto, ma per il loro interesse, la loro vita.  Gesù non ha mai voluto fare le cose da solo o a modo suo: ha chiesto aiuto. La chiesa nasce qui e così. Da una richiesta di collaborazione, di corresponsabilità, cfr. le tre parrocchie ora. 
Se non nasce qui …e così, sicuramente muore qui e… così.
E’ come se Gesù dicesse: tu, cosa sai fare? di che ti occupi? bene, fallo in modo cristiano, come lo farei io, fallo per gli altri, per il bene comune ed un futuro migliore per tutti, con onestà, passione, impegno. Fallo in modo da dare qualità alla vita degli altri. Il nostro lavoro, qualsiasi possa essere, ha bisogno di essere fatto da cristiani! Essere cristiani oggi è una responsabilità sociale! Lì fuori hanno bisogno di noi, del vangelo, di pescatori di uomini! Di una nuova cultura cristiana.
La chiesa, oggi, le parrocchie: abbiamo questa attenzione? Una comunità parrocchiale cos’ha a cuore, a cosa dedica innanzitutto risorse ed energie? su cosa la pesiamo? se crea aggregazione o se favorisce la salvezza delle persone? se accontenta tutti, spaccia sacramenti, garantisce parcheggi o se va dietro a Cristo? Chiediamo al Signore di non vivere da parcheggiati; ci aiuti  a riconoscerlo, tenerlo davanti di noi, vivo; a seguirlo, lasciando qualche “rete” per fare strada con Lui, come comunità di chiamati ad essere giorno per giorno pescatori di uomini.

“Come un mantra..” – Omelia IIa Domenica T.O. – A

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Tra un po’, terminando lo scambio di pace, quasi in automatico diremo per tre volte “Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo!”. Ma che stiamo facendo? 
(Magari un triste “agnello di dio” ci costringere ad interrompere un allegro canto per la pace!!!)
  Pensiamoci: la liturgia ci fa imitare il Battista, nel vangelo che abbiamo appena ascoltato. Cosa accade? Gesù, dopo il battesimo, sta iniziando il suo ministero pubblico: il Battista incontrandolo, lo riconosce e dice: ”Ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”. Ad ogni messa siamo come il Battista. Invitati a riconoscere, in quell’ostia consacrata, il corpo di Cristo, che 
1) quello è l’agnello di Dio e che 2)“toglie i peccati del mondo”. Ecco la fede. Ma 1) che significa agnello? 
Nell’Esodo AT, il popolo di Israele viene liberato dalla schiavitù in Egitto evitando la morte perché le porte delle loro case erano riconoscibili per delle tracce di sangue di agnello… erano questi animali poi, ad essere uccisi a Pasqua nel tempio a mezzogiorno. Era il sacrificio più prezioso da offrire ad un Dio distante per tenerlo buono, vivendo da schiavi impauriti. Ricordiamo i mercanti del tempio. Ma Gesù era l’opposto e il Battista, pur a fatica (non lo conoscevo dice 2 volte) cambia idea e lo scopre. 
Un’immagine inattesa di Dio, una rivoluzione totale: non più il Dio che chiede sacrifici, ma Colui che sacrifica se stesso. 
E sarà così per tutto il Vangelo: un agnello invece di un leone; una chioccia invece di un’aquila; un bambino come modello del Regno; un germoglio di fico, un pizzico di lievito, i due spiccioli di una vedova. Il Dio che a Natale non solo si è fatto come noi, ma piccolo tra noi. Indifeso, non autosufficiente.
Un Dio che non si impone, si propone. Che non ti fa paura, ma che ha paura tu non riesca a lasciarti amare e per questo cammina vicino a te. Arriva la croce!   Noi siamo chiamati, come il Battista, guardando a Gesù, non più dal vivo ma realmente presente nel suo corpo appena consacrato a dire per 3 v…ecco l’agnello: ecco il vero volto di Dio, quello autentico. Non posso continuare a pensare male di Lui…e di me. Ricordiamolo…
    E poi, seconda domanda: che significa che toglie il peccato del mondo. Toglie il peccato: verbo al presente; non al futuro, come una speranza; non al passato, come un evento finito e concluso, ma adesso: ecco colui che continuamente, instancabilmente, toglie via, se solo lo accogli in te. Cosa sono i nostri peccati? occasioni sprecate per essere quel che siamo: avrei potuto essere generoso, invece sono stato pigro o egoista. Occasioni sprecate per vivere meglio. Per essere più umani.
Ma il peccato è una mentalità, io vengo prima di Dio. Posso essere  devoto, praticante, parrocchiano, credente ma a modo mio, dove le mie idee su di Lui valgono più di quel che Lui ha detto di sé o fatto per me. IL Battista e la liturgia ci fanno guardare al vero volto di Dio per noi. Ecco l’agnello di Dio, ribadiamo..quasi a doverci educare o convincere!!
Qui la fede ci illumina e sostiene, donandoci la possibilità di estirpare da noi questa mentalità.  In tutto il Vangelo Gesù ci spiega davvero chi è Dio attraverso la sua vita, il suo stile: per questo sale sulla croce: per interrompere quel tipo di rapporto religioso falso con Lui. La croce è l’ultimo sacrificio necessario, quello definitivo. Cristo accettando la morte per noi ha inaugurato un rapporto diverso con Dio. Si è fatto agnello perché noi potessimo accorgerci che Dio è diverso, è padre.
   E consapevoli di ciò, cosa faremo? faremo la comunione: mangeremo il corpo di Cristo, quell’agnello, ultimo sacrificio definitivo. Mangiare significa nutrirsi, quel che mangi ti aiuta a vivere meglio. Fate questo in memoria di me, diventate agnelli, non sacrificatevi per Dio ma gli uni per gli altri. Fare comunione tra di noi. Allora non è gesto di devozione vuota ma di impegno sociale. Lo riconfermiamo ogni volta che guardando all’eucaristia tra le mani del prete, diciamo agnello di dio che togli i peccati del mondo abbi pietà di noi… che continuiamo a fraintendere il tuo amore e dona a noi la pace. L’amen che diremo alla comunione, nutrendoci di questo agnello, ci sostenga in questo atto di fede e ci faccia vivere così.