“Operatore di iniquità? A me??” – Omelia XXIa T.O. – C

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Chi ha avuto la grazia di un pellegrinaggio in Terra Santa, ricorda che la porta di ingresso per la Basilica di Betlemme, dove contemplare il luogo della nascita di Gesù, non è maestosa o imponente, ma molto, molto piccola. Per entrarvi ci si deve proprio abbassare. Quasi un invito a farsi piccoli di fronte a certe cose: quella nascita povera di Gesù che già ne annunciava lo stile, una vita con gli ultimi, a fianco degli emarginati, contro i cultori di religiosità vuote che tenevano distante il volto paterno e misericordioso di Dio, fino a quando si chinerà a terra per lavare i piedi ai dodici; uno stile di vita libero, umile e pieno di fiducia nel Padre.
Forse questo ci aiuta a digerire un vangelo piuttosto pesante.
Abbassarsi significa farsi piccoli per riuscire a passare per la porta stretta. Gesù nemmeno risponde alla preoccupazione del tale che gli domanda quanti si salvano. Non è importante il numero ma come ci si salva. Ci si salva facendosi piccoli, abbassandosi. Cioè?
Significa non guardando te stesso, gli altri e Dio dall’alto in basso. Non ritenendosi grandi, autosufficienti, autonomi. Non sentendosi a posto. Vuol dire che ti devi accorgere degli altri, averne bisogno, vivere in relazione con loro. Pensiamo alla parabola del buon samaritano: sacerdote e levita, addetti al culto e alla liturgia passano oltre, solo chi ha avuto compassione e si è fatto prossimo viene indicato da Gesù stesso come modello di vita.
Oggi Gesù è spietato. Ci ricorda che abbassarsi per passare per la porta stretta non è facile, infatti dice “Sforzatevi”. E’ una vera lotta interiore contro sé stessi e il bisogno di sentirsi a posto, bravi, la tentazione di percepirsi già degni, riusciti e meritevoli.
Ci capita di sentirci così? Credo di sì, quando veniamo in chiesa per inerzia, partecipiamo alla messa come ad uno spettacolo, per abitudine, assistendovi in modo passivo e sterile, quando ci sembra di aver fatto quel che dovevamo fare e aver messo a posto anche il Signore.. o la nostra coscienza religiosa.
Quando essere cristiano diciamo sia solo fare cose cristiane, credere in vaghi valori, barattando la fede in Cristo risorto col volontariato, la sua salvezza con una coscienza anestetizzata.
Gesù parla di una porta che si chiude in faccia a chi si senta così, perché presuntuoso di sé. Lo chiamano “Signore”, cioè si riconoscono suoi amici e discepoli, cattolici praticanti, potremmo dire.. glielo ricordano che son bravi, “Abbiamo mangiato e bevuto  in tua presenza”. Cosa significa se non l’intimità dell’eucaristia? Delle messe celebrate, vissute per anni. “Hai insegnato nelle nostre piazze” cioè ti abbiamo ascoltato, siamo stati fedeli e devoti, abbiamo fatto catechismo e frequentato la parrocchia.. e fatto tante cose cristiane.
Vorrei vedere voi a dover commentare un vangelo così.. questi, come noi, si sentono dire “allontanatevi da me, operatori di iniquità”, cose inique, cioè vane, inutili.
Gesù è folle: ci sta dicendo che se non ci abbassiamo, se non ci accorgiamo degli altri, se non passiamo per la porta stretta.. tutto il nostro credere è presunzione, cose inique, vane, inutili.
S. Paolo ci ricorderà che la carità viene prima della fede e della speranza. Il vangelo di Matteo, nel giudizio finale, farà dire a Gesù che aveva fame, sete.. che saremo giudicati sulla misericordia avuta verso gli altri e sulla carità condivisa.
Non so di dove siete, aggiunge, cioè non vi conosco..
Non basta mangiare Gesù, che è pane, occorre farsi pane per gli altri. Non basta essere credenti, dobbiamo essere credibili. E la misura è nella vita, nello stile di vita che come lui, vorremmo avere. Non ci si salva se non si trasforma in vita concreta, in servizio agli altri, quello che si è celebrato e ascoltato, le messe e la parrocchia. L’eucaristia non ingrassa la nostra vita spirituale facendoci sentire bravi o a posto, ma è forza e nutrimento per vivere come viveva Cristo, con le sue attenzioni e il suo stile. La salvezza, per noi, inizia da qui, quando ci lasciamo salvare, cioè raggiungere dalla misericordia con cui Dio.
Ti preghiamo, Gesù, accompagnaci nel desiderio di abbassarci ogni giorno al tuo livello, la porta stretta della relazione con te allarghi il nostro cuore alla carità e all’amore misericordioso del Padre.

 

“Lasciamolo servirci a qualcosa..” – Omelia XIXa T.O. – C

08082016

Il punto centrale di questo vangelo è che Dio è a nostro servizio.
Cerchiamo di comprenderlo assieme. Perché per quanto sia vero noi non siamo abituati a pensarlo ne a viverlo, anzi lo rifiutiamo.
Fermiamoci su un dettaglio: il padrone torna di notte, è stato a nozze, bussa e trovando i servi svegli e operativi, compiaciuto, che fa? Se ne va a dormire perché han fatto solo il loro dovere per il quale li paga? No. Prepara loro da mangiare e si mette a servirli!? Troppo strano per non insospettirci. Cerchiamo di coglierne il senso: forse paragonare Dio ad un padrone che torna all’improvviso ha fatto più male che bene, se spontaneamente ce lo fa/ha fatto percepire minaccioso ed esigente.
Ecco perché questo brano va colto nei dettagli.
I servi erano stati pronti. A che? Ad accoglierlo. A riconoscerlo alla porta che tornava.. Pronti a fare il loro dovere quindi, disponibili.
Un dettaglio sono le vesti ai fianchi: a quel tempo le persone indossavano tuniche lunghe alle caviglie. Ma per mettersi in viaggio o fare dei lavori, se le dovevano cingere ai fianchi con cinture, per essere più agili.. un po’ come rimboccarsi le maniche.
Ma questo non deve farci agitare nel senso della frenesia del lavoro, delle affannate cose da fare, no.. Gesù ci sta annunciando quel Dio al mio servizio, di cui parlavo. Solo se lo colgo così, come un padre premuroso che ha a cuore la mia vita e la vuole servire allora comprenderò come e perché rimboccarmi la veste, cioè le maniche, insomma.. vivere da “pronto”. Pronto allora significa disponibile, ricettivo. Direi innanzitutto a credere a tale annuncio. Smantellare in noi l’idea di un Dio che si aspetti sempre da noi chissà cosa, da compiacere e soddisfare, che io tra i miei mille impegni, devo anche fare le cose cristiane per farlo star buono. No, il contrario! Lui è felice quando gli lasciamo fare il suo lavoro, di Padre nostro e ci facciamo salvare. Quando è Lui a bussare alle porte del nostro cuore per servirci, dare cioè alle nostre vite direzioni inedite e prospettive insperate. Lui vuole preparare la tavola per noi, e servirci. Proviamo ad esempio solo a pensare a cosa risponderemmo ad una domanda come questa: a cosa ci serve, Dio? A cosa ci serve essere cristiani? Noi faremmo solo e subito l’elenco delle cose che facciamo, dei valori, delle tradizioni e poi resteremmo miseramente muti e confusi.
Quel che Gesù ora racconta in parabola, la notte del giovedì santo lo farà davvero, nella lavanda dei piedi. La fede parte da qui. Nella messa tante volte sentiamo dire che Lui è il nostro salvatore, che ci dona salvezza.. ma che significano concretamente per noi queste parole? Chi fa cosa, chi salva chi.. come..
Lasciamoci ristorare oggi, carissimi, da questo sollievo, nella fede. Come la più bella delle ombre, la più dissetante delle bibite, la più fresca delle brezze marine..
Beati loro, dice Gesù. Ma dove fare questa esperienza? Penso ad esempio al matrimonio come sacramento. Gesù Cristo si offre con la propria grazia agli sposi perché continuino ad amarsi, accogliendosi giorno per giorno. La Sua misericordia, anche se l’anno ad essa dedicato sta per concludere, è per noi un bagno rigenerante di umiltà e semplicità, penso al sacramento della riconciliazione o alla buona pratica serale di un esame di coscienza per restare vigili e pronti, protagonisti di quanto viviamo. Un ascolto bello del Vangelo da vivere come una Parola viva, al nostro fianco, col quale restare sintonizzati per cogliervi direzioni, suggerimenti, attenzioni da avere, una buona notizia continua per noi, per come siamo. Una pausa di solitudine e silenzio ogni tanto, entrando in una chiesa, spegnendo la tv, lasciando riposare il cellulare. Rientrando in noi stessi e ascoltando la Sua voce nelle nostre coscienze dove Lui parla sempre per primo e ci sussurra il meglio qui e ora per noi. Beati noi quando ci lasciamo servire, lasciamo che sia Lui a prendersi cura di noi, come un navigatore che indica soltanto direzioni che non conosciamo, ma di cui abbiamo così bisogno.
Chiediamo allora a questo Padre a nostro servizio di donarci un cuore disponibile a lasciarlo entrare, riconoscendo che con delicata determinazione lui continua a bussare alle porte delle nostre vite, lasciamolo entrare. Al resto, ve lo assicuro, penserà Lui.

 

“Contrattare o pregare? ” – Omelia XVIIa T.O. – C

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Contrattare sul prezzo in Oriente è indispensabile. Fa parte della cultura, del loro modo di fare affari: certo che ci vuole tempo, anche molto, pazienza, intelligenza, determinazione. Ma solo così arrivi a chiarire la qualità del prodotto e del tuo desiderio di averlo. Chi paga e basta fa loro un affronto. A me è successo più volte: tra il te alla menta che ti offrono, i dollari e l’inglese stentato, siamo riusciti a concludere, anche divertendoci
Chiedono a Gesù di insegnare loro a pregare; a ricordarci che la preghiera non sono filastrocche soporifere a memoria, ma un modo di affrontare la realtà e noi stessi assieme a Dio; noi siamo vivi, quindi lo è anche la nostra preghiera. Da qui la necessità di sentirsi mai a posto ma sempre bisognosi di verificarla e in ricerca della giusta sintonia con Dio.
Gesù in tutto il vangelo ha cercato di dire che solo conoscendo Lui, potremo iniziare a vivere Dio come un padre. Per questo motivo è stato crocifisso da chi aveva altre idee di Dio e della religione. Le cose si fanno interessanti. Ecco quindi, potremmo riassumere, che io dovrei pregare per questo motivo e per raggiungere nella mia vita questa consapevolezza nella fede, Dio è mio Padre, mi ama, gli sto a cuore, mi fido di Lui, lo ascolto.
La prima cosa da dire, quasi un maestoso portale, per rivolgersi a Dio è dirgli Padre: non onnipotente, altissimo, signore o altro. Innanzitutto Padre. Quella cosa che facciamo così fatica a dire quando a messa il prete invita a dirlo e tutta l’assemblea inizia il padre nostro da “che sei nei cieli”:..
Ma tanta nostra devozione popolare, realtà bella e buona, fatta di santi e reliquie, cosa significa? Se io mi fermo a pregare loro forse che immagine ho di Dio, emotivamente, nel cuore? Di un papà come vorrebbe Gesù o di qualcuno di ostile, difficile, lontano, estraneo? Cosa dicono certe nostre preghiere? Io sono peccatore, non vado bene, non so, il santo fa da mediatore o mi rivolgo solo a Lui, mi fermo prima, mi accontento, a me basta ricevere o star sereno.. Dio non importa, è lontano. Pensiamoci.
Ci sarebbero ore di cose da dire bellissime ma credo sia almeno un desiderio da coltivare nei nostri cuori e trasformare in preghiera: aiutami a riconoscerti come un padre, Gesù mostrami il volto del Padre.. che io abbia nel cuore questo desiderio. Ecco come posso imparare a pregare, come chiedevano i discepoli.
Tra le tante credo ne prendiamo una dalla prima lettura, così curiosa e originale che non la possiamo ignorare: Abramo va a trattare con Dio il futuro della città di Sodoma: è un siparietto audace e simpatico, ma di quelli che fanno bene al cuore. Possiamo dire i padrenostri finché vogliamo, ma poi abbiamo bisogno di qualche “applicazione” pratica: Abramo, come tutti gli orientali, lo dicevo all’inizio, con una gran faccia tosta si mette a contrattare, a tirare sul prezzo. Sa che la realtà di quella città pur gravemente peccatrice non è tutta negativa, ma c’è qualche germoglio di bene, ci son brave persone che potrebbero fare del bene per la città dove vivono e la sua conversione.. Abramo è ottimista e guarda con speranza il futuro certo affidato solo al poco bene presente.
Il brano è bello, da 50 a 10 giusti.. la confidenza di Abramo nel dialogo con Dio è insistente, come l’amico importuno del vangelo. A ricordarci che la preghiera cambia il cuore di chi la fa.. come nel contrattare ci si rende conto davvero di quanto si tenga a quel prodotto e alla sua qualità; noi non preghiamo per dire a Dio di cambiare idea o spiegargli cosa fare. Un Padre sa di cosa abbiamo bisogno, dirà Gesù altrove, come se servisse ricordarlo. Preghiamo per fare nostro lo sguardo di Dio sulla realtà, fare nostro lo stile di Gesù, comprendere come il vangelo e le sue logiche portino vita e speranza in noi. La realtà non cambia è la nostra testa ad essere più lucida, il nostro cuore più grande, della misura quasi di Dio.. perchè pregando un padre, più cogliamo questo più ci trasformeremo in figli e vivremo di conseguenza. Ecco perché pregare. Il resto è magia, scaramanzia figlie della paura e dell’ignoranza, mai della confidenza in chi vuole il nostro meglio e ha posto al nostro fianco Gesù Cristo come fratello.
A Lui allora con semplicità chiediamo di continuare a guidare la nostra preghiera per vivere in noi la pace e la gioia di avere in cielo un Padre che ci ama e in cui confidare con fede e speranza.