Omelia TUTTI I SANTI ’25

  Dei santi sappiamo praticamente tutto cioè niente. Non son solo quelli del calendario, ci son quelli della porta accanto, sono in cielo in compagnia di Dio, non lo erano nati ma son stati riconosciuti dalla gente e o dalla chiesa. Ognuno sceglie i propri, ce ne sono intere squadre per cui fare il tifo, scegliendo il proprio eroe o coltivandone una conoscenza per cui ad ogni occasione o ad esempio lavoro ci sia un santo adatto, più efficace. E Santa Rita per i miracoli impossibili, matrimoni difficili, madri e mogli sofferenti e donne che desiderano avere figli e  Santa Barbara patrona dei VDF, Sant’Antonio patrono di poveri, affamati, viaggiatori, donne incinte e oggetti smarriti, mentre Sant’Antonio Abate è protettore degli animali, dei contadini, dei macellai e del fuoco. Insomma ce n’è per tutti i gusti, fino forse….a banalizzare la santità. Come allontanandocela. Perché rischiamo di farne un mercato. Anche perché nessuno di noi si considera un santo, anzi, sa sempre ben schernirsi di ciò…mica lo è…

Sarà per questo che sia il Concilio Vaticano II da 60 anni che il magistero dei papi ci tornano spesso.

È dunque evidente che tutti coloro che credono nel Cristo di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità e che tale santità promuove nella stessa società terrena un tenore di vita più umano. (LG 40)

   Papa Francesco in Gaudete et exultate al n. 32 “Non avere paura della santità. Non ti toglierà forze, vita e gioia. Tutto il contrario, perché arriverai ad essere quello che il Padre ha pensato quando ti ha creato e sarai fedele al tuo stesso essere. Dipendere da Lui ci libera dalle schiavitù e ci porta a riconoscere la nostra dignità.”.. parole bellissime su questo tema…

    Vi invito a leggere quanto sentiremo poi proclamare a nome di tutti nel prefazio, all’inizio della PE e che può accompagnarci a comprendere meglio alcuni dettagli di tale santità per noi:

  verso la patria comune: noi qui sulla terra siamo in prestito, stiamo giocando in trasferta, non siamo stati creati e pensati per rimanere qui. Certo qui ci misuriamo con il dono della vita che Dio ci ha offerto e siamo chiamati a portare frutto, mica ad aspettare con le mani in mano ma essere sale e luce del mondo!

  Siamo davvero pellegrini sulla terra: da tempo ormai molti di noi hanno l’ossessione dei passi da fare in un giorno, contandoli con l’app… sarà per questo che passeggiare fa bene ma che l’andare a piedi e fare strada aiuta, pensate al successo sempre crescente per pellegrinaggi a Santiago di Compostela o altro… noi lo siamo per opera di Dio ben più di quanto si possa riconoscere… 

sorretti dalla fede… se no stiamo per terra come un sacco vuoto a fare nulla. Affrettiamo il nostro cammino  oddio…

i santi stanno vivendo una sorte gloriosa, celebrare la città santa…Gerusalemme come nostra madre,  cioè siamo felici di avere una direzione e una meta e ritrovarci un giorno, dove i santi non sono tutti seri e devoti perché perfetti o imperturbabili ma assemblea festosa… come noi spesso, no? certi musi qui in chiesa…perché glorifica in eterno il suo nome… una lode perenne, un feston. Non è facile, già da oggi pomeriggio: quando ci sbarazzeremo in fretta della festa dei santi per andare in cimitero e ricordare i defunti… che effetto ci fa credere che i nostri cari defunti siano parte di un’assemblea festosa? 

nella nostra debolezza…quanto è vero: le nostre scuse, le giustificazioni, gli alibi, quando ci sentiamo come Calimero perché vorremmo essere considerati di più o ci sentiamo sbagliati… ci ricordiamo dei santi solo grazie al Halloween, per un’apologetica permalosa sempre un po’ retorica con cui diventiamo forse paladini di una cristianesimo che altrimenti ci esalta solo quando a Roma viene santificato l’ultimo caso che ci faccia sentire ancora sul carro di chissà quale vincitore, come chiesa che riempie le piazze, strappa consensi ma resta di fatto, forse un po’ sterile di fronte al mondo.

Sono “modello e sostegno”. non solo li a raccogliere le nostre richieste ma vorrebbero ispirare il nostro agire, lo stile cristiano evangelico della nostra vita quotidiana

Chiediamo al Signore che ci doni il desiderio di approfondire quanto ogni domenica la liturgia ci offre come opportuna consapevolezza nel vivere da beati quanto Lui ci chiede di accogliere.

Commemorazione di tutti i fedeli defunti – 2025 durante Cristo

Dal Vangelo secondo Giovanni 6, 37-40

In quel tempo, Gesù disse alla folla: 
«Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. 
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. 
Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

Vi presento la mia spatola di silicone. Un regalo graditissimo, in bianco nero poi, di alcuni anni fa dopo una cena. Non è un oggetto così comune nelle cucine ma insegna e dà l’opportunità di raccogliere davvero tutto (e magari di cucciarla alla fine!) da un vaso di Nutella, una pirofila carica di ragù, una pentola sporca di sugo… Insegna davvero a non buttar via niente dicendo “ma si, è finito, non ce n’è più“. Con essa, ce n’è sempre un po’ che non va sprecato. Portate pazienza ma mi viene in mente proprio questo vangelo. Gesù ci assicura che Dio non butta via nulla, non vuole perdersi nulla di noi. Di quel che ci ha dato e ora raccoglie, anche grazie al figlio Gesù. Oggi la commemorazione dei defunti potremmo vederla anche da qui. Fervono le pulizie in cimitero, si prenotano e vendono fiori ad hoc, i preparativi per Allouin ormai sono scontati… Potremmo metterci a ricordare i nostri cari, come pure ricordarci di noi, di come stiamo vivendo, affrontando il rischio di riconoscere nelle nostre vite qualcosa di atrofizzato, non vivo, morto! Permettete alcuni passaggi un po’ densi: Gesù ci annuncia che Dio ci ha dati a lui. (“Egli mi ha dato”, sta parlando di noi, delle nostre identità e vite!). Riusciamo a contemplarci così? Nel pensiero e nelle mani di Dio, nel suo cuore. Dio ci affitta e affida a Gesù: e questo per farci vivere sempre più da risorti, senza più paura di morire o non vivere. La relazione con lui, mediata dalla chiesa in tanti modi, ci dona la vita eterna. “Abbia” significa un desiderio possibile adesso, non è al futuro, ma al presente. E verremo risuscitati. Credo sia bello oggi tenere assieme come sempre le due metà di questa festa, tra defunti e santi, chi ci ha preceduto. Possiamo sentirli accanto ma sentire anche la nostra vita accanto a Lui. Infine, la spatola: una visione della vita così non fa distinzioni, come spesso ancora pensiamo in maniera banale, tra materiale (brutto!) e spirituale (bello!) … come se parti della nostra vita, le più concrete, pratici, sensibili e sensuali…non fossero buone ma sconvenienti… ma siamo esseri materiali con una vita spirituale, viviamo da risorti, con quella vita nuova che ci è stata installata dentro dal battesimo e ci permette sempre una qualità differente e liberante di quello che siamo. Il Salvatore, la salvezza è proprio questo. Lui non butta via nulla di noi, ci aiuta ad accoglierlo e offrirglielo perché lo bonifichi e ci salvi proprio così. Liberandocene…assieme a Lui.

Omelia XVIIIa t.o. C ‘25

L’anno scorso a Mumbay in India ho avuto modo di vivere alcuni giorni in un lebbrosario gestito da suore Dorotee: a stretto contatto con lebbrosi di tutte le età, ascoltando le loro storie e vedendo da vicino i loro corpi che perdono pezzi e quindi capacità: mani, piedi, pezzi del viso…non riesci più a fare quel che eri da sempre in grado di fare. Pensate a quando abbiamo il gesso…che disagio.

   Il vangelo di oggi ce ne presenta ben 10: diversi dettagli denotano questa pagina di Luca come una catechesi e un annuncio per gli ascoltatori da poco cristiani.

I lebbrosi non potevano essere nel villaggio, perché sappiamo che vivevano da emarginati e reietti, significa che forse erano le persone che vivevano lì e vanno incontro curiosi a Gesù.

Nella Bibbia dieci, come le dita delle mani, significa tutti totalità… Siamo tutti un po’ lebbrosi, abbiamo cioè qualche lebbra o peccato che ci consuma, con cui io mi condanno, mi tengo distante, mi giustifico, perdo come nella lebbra, sensibilità. 

Il mio corpo, la mia vita perde col tempo delle capacità innate, se non le coltivo o vivo con superficialità: la voglia o la capacità di perdonare, di accogliere, l’umiltà di mettermi in discussione o farmi da parte, il desiderio di pregare, di essere giusto, premuroso, caritatevole; perdo pezzi di me e alcune sensibilità. Che peccato…

   Bello notare la loro confidenza: sono i primi, nel vangelo di Lc a chiamare Gesù per nome: dopo di loro solo il cieco e il ladrone in croce. Non chiedono guarigione ma un gesto di pietà. Guarire dalla lebbra al tempo era considerato impossibile, come risorgere dai morti, quindi non potevano nemmeno immaginarlo. Chiedono attenzione, comprensione, umanità, tenerezza, conforto. Che bella richiesta: nessuna pretesa ma come un diritto…vorremmo essere trattati con umanità, almeno tu accorgiti che ci siamo anche noi!

  Nel lebbrosario a Mumbai spesso qualche persona festeggiava il proprio compleanno comprando dei dolci e venendo a fare festa coi lebbrosi, senza conoscerli, solo per portare loro gioia e prossimità. Bellissimo partecipare a queste feste improvvisate scoprendo che non erano parenti ne amici ma volevano solo condividere. Mi chiedo quanto possa farci bene stare con questa stessa richiesta davanti al volto di Gesù…darsi il permesso di chiedergli tenerezza e consolazione.

   La guarigione avviene per strada: molto strano, in genere i vangeli raccontano di un Gesù che in pochi secondi compie un miracolo (col cieco, l’indemoniato, il paralitico…)

Qui invece c’è un salto di fede da fare, cfr. domenica scorsa e l’invito a mettersi in cammino. Non fa tutto lui ma ti devi fidare e iniziare a camminare nella direzione giusta, coi tuoi tempi e la sua presenza. 

Diceva lo psicanalista Carl Jung che “Il viaggio più difficile di un essere umano è quello che lo conduce dentro sé stesso, alla scoperta di chi veramente egli è.”

La salvezza non è la salute…va scelta giorno per giorno e lui è il nostro salvatore perché ci provoca a questo. Come?

Non si lamenta che nessuno ringrazi lui ma che solo uno renda gloria a Dio, cioè riconosca che è Dio a volerci salvare e non solo guarire. Il samaritano capisce questo, gli altri fanno solo il loro dovere; la relazione salva, le pratiche no. Si rende conto che il senso della vita non viene dalla religione ma dalla fede; 9 giudei pronti ad assolvere precetti e stare davanti a Dio compiaciuti, il samaritano, quindi ancora un lontano e un escluso, viene lodato.

La vera religione non dovrebbe mai spingerci a fermarci compiaciuti di quel che siamo e facciamo, sclerotizzarci, ma piuttosto a camminare continuamente verso la verità. Ci dovrebbe formare non all’obbedienza cieca al passato, ma all’obbedienza appassionata al futuro. Gesù ha detto di essere via, verità e vita.

C’è tutto quel di cui abbiamo bisogno. Una vita intera per stare nella via, la relazione con Lui per frequentare il più possibile la verità di noi, quel che siamo davvero e spesso dimentichiamo o ignoriamo stando a testa bassa.Chiediamo anche noi al Signore di riconoscere con umiltà le nostre lebbre, per iniziare o riprendere un cammino con lui, non di cose da fare ma di strada autentica e liberante da percorrere insieme.