“Domande infinite: di che siamo fatti..” – Omelia IIa TO B 2018

 

Che cosa cercate?
Le prime parole di Gesù che il Vangelo di Giovanni ci offre sono una domanda. È la pedagogia di Dio, che sembra quasi dimenticare se stesso per mettere in primo piano quei due giovani, quasi dicesse loro: prima venite voi. L’amore vero mette sempre il tu prima dell’io: si fa silenzio, premura, attesa, ascolto, accoglienza. 
Anche all’alba di Pasqua, Gesù si rivolgerà a Maria Maddalena con le stesse parole: Donna, chi cerchi? Le prime parole del Gesù storico e le prime del Cristo risorto, due domande uguali, rivelano che il Figlio di Dio non vuole imporsi, non gli interessa stupire, abbagliare o indottrinare, ma desidera solo mettersi a fianco, in ascolto, rallentare il passo per farsi compagno di strada, navigatore satellitare di ogni cuore in ricerca.
Che cosa cercate? Con questa domanda Gesù non si rivolge all’intelligenza, alla cultura o alle competenze dei due discepoli che lasciano Giovanni, o della Maddalena, ma alla loro più autentica umanità. Si tratta di una domanda alla quale tutti sono in grado di rispondere, dotti e ignoranti, laici e consacrati, giusti e peccatori, indifferenti o praticanti. 
Perché Lui, il maestro, fa le domande scomode, apparentemente facili ma che fanno vivere: si rivolge innanzitutto al desiderio profondo di ciascuno. 
Come quando camminerà a fianco dei due di Emmaus, delusi e arrabbiati… chiedendo loro che cosa avessero…
Che cosa cercate? significa: qual è il vostro desiderio più forte? Cosa volete più di tutto dalla vita? 
Gesù, vero maestro ed interprete del desiderio, ci insegna a non accontentarci, a non lasciarci anestetizzare da risposte facili e superficiali, a non continuare a bere da fonti che non dissetano, come dirà alla samaritana al pozzo, nemmeno a confondere bisogni e desideri, diritti e capricci. A guardare la luna, non il dito. 
Ci salva dalla noia, dalla superficialità, dalla banalizzazione sistematica, da tutto quello che è luccicoso ma evanescente. E che ci logora dentro.
Con questa semplice domanda: che cosa cercate? Gesù fa capire che la nostra identità più umana è di essere creature in ricerca e di desiderio. 
Perché a tutti manca qualcosa: infatti la ricerca nasce da una assenza, da un vuoto che chiede di essere colmato. 
Cosa mi manca? Che cosa recrimino? Perché non so stare da solo, perché senza cellulare o connessione mi sento vuoto e sperduto?
E’ questa consapevolezza che ci fa ricordare che non “basta la salute..” importante certo, ma non basta. C’è in ciascuno di noi una vita nello spirito che pretende altro. 
Quanta gente sana, è molto triste e sopravvive o si toglie la vita: aveva tutto, si dice sconcertati, eppure…eppure cerchiamo l’essenziale!
E’ la parte sacra di noi, che ci rende come “domanda” di fronte a Dio o all’assoluto, all’infinito o al nulla.
Se è vero che siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio significa anche che è normale sentirsi incompiuti, 
perché saremo completi o meglio completati e compiuti, solo in cielo, a casa nostra, ritornando alla pienezza dell’amore di Dio.
Vado a prepararvi un posto, dirà ai dodici, vi prenderò con me…perché dove sono io siate anche voi ..e voi conoscete la via..
Se noi siamo domanda, Gesù è la risposta: via verità e vita, ci rassicurerà.   
Venite e vedrete, sia l’invito ad affidarci a lui, ricentrando su di Lui e la strada da fare assieme, la nostra fede e il cammino delle nostre comunità.

Domenica IIa T.O. – B

(Tempo di lettura previsto: 4 minuti)

 

In Ascolto del Santo Vangelo secondo Giovanni 1, 35-42

Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa Maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

Che cercate?
Quando andiamo a messa e ci sediamo sul banco, ci fermiamo a pregare per conto nostro la sera, portiamo i bambini a scuola in auto, entriamo in una chiesa;
quando ci accostiamo (o facciamo accostare i nostri cari) ad un sacramento… che cerchiamo?
quando ci mettiamo a leggere la Goccia o un’omelia..che stiamo cercando? quando parliamo di Dio, della chiesa, della fede, di papa Francè… che cerchiamo?
quando apriamo un vangelo o un sussidio simile o abbiamo in casa o in auto o addosso un segno sacro…crocifissi, santini, statuine, orecchini, collanine, braccialetti… che stiamo cercando?
Questa è la prima domanda del vangelo di Giovanni: “che cercate?”…sono le prime parole che Gesù dice, che Giovanni gli fa dire, nel suo vangelo.
Non può essere un caso. Sono parole pesanti, che ti inchiodano, all’inizio del vangelo stesso e del cammino che ti farà compiere dietro di Lui in questo testo…
i discepoli iniziano a seguirlo come un lettore inizia a leggerlo.
Giovanni vuole aiutare il lettore a prendere consapevolezza di quello che lo sta muovendo nel profondo, delle motivazioni per cui vuol seguire Gesù: fede, devozione, tradizione, bisogno, abitudine, speranza…
Che cerchi, che stai cercando… un po’ come i magi dell’altro giorno o i tanti personaggi che cercheranno Gesù nel vangelo, cercandovi pane e pesce a sbaffo, guarigioni, miracoli, curiosità varie, magie, consigli, pareri…
Credo sia una domanda che ci fa molto bene riproporci spesso, a cui imparare a rispondere sempre con maggior precisione o meglio..maggior aderenza a noi stessi, a quello/quanto stiamo vivendo in quell’istante…raffinare con la domanda le motivazioni.
“Sono in ricerca”..si giustifica spesso qualcuno: cosa buona e giusta ma non eterna. Altrimenti sai che brutta vita si fa..abbiamo bisogno anche di piegarci un po’, fidarci, abbandonarci e abbandonarsi.. altrimenti la ricerca, molto privata e individualistica, diventa alibi raffinato e giustificazione intellettuale…ma di fondo ..non hai voglia di metterti in gioco, di scendere dal trono dove ti sei messo.
E metterti per strada, seguirLo. Gesù chiede di fare strada con Lui, di andare a trovarlo “dove abita-dimora”… noi ne abbiamo fatto paccottiglie di valori e prestazioni liturgiche spasmodiche a cui partecipare in apnea per poi dire che ci sono stato e sono apposto…. mmmmm…. visite al museo della fede e dei credenti imbalsamati o zombie…
invece qui ci ricorda che è un cammino. E si impara a camminare, camminando. A poco a poco, certo…
Penso a Battiato…..”e ti vengo a cercare”:.. cantava….bellissimo.
Ciascuno di noi possa vivere la consapevolezza di questo percorso, come la grazia di un “erano circa le quattro” per dire una certa capacità di riconoscerlo effettivamente e affettivamente accanto.
Discreto, delicato ma deciso… e via così!

“Pezo el Tacòn chel sbrego” – Omelia Battesimo del Signore 2018 A

 

Una porta sbattuta in faccia, un silenzio ostile, uno sguardo indifferente, il telefono che squilla invano. Come un muro: il senso impotente di vuoto, non sai dove aggrapparti. Non mi va di parlare, vai via, non voglio più vederti. Che male fa, ci stiamo chiudendo in noi stessi, cioè lasciando, perdendo…morendo.
  Ci siamo mai sentiti trattare così?
   Negli ultimi secoli prima della nascita di Cristo, il popolo di Israele aveva la sensazione che Dio, esausto e nauseato dalle infedeltà, sdegnato dai suoi peccati lo avesse volutamente dimenticato, interrompendo le comunicazioni. Aveva smesso di inviare profeti e cercare il popolo stesso. Schiavo a Babilonia, si sentiva punito, tradito e abbandonato, descrivendo quella situazione angosciante di silenzio e indifferenza di Dio…come se il cielo si fosse chiuso. Allora chiedendosi quanto sarebbe durato questo silenzio doloroso, lo invocava ad es. con le parole del cap. 64 del profeta Isaia: ”Signore (…) non adirarti troppo, non ricordarti per sempre delle nostre iniquità…ah se tu squarciassi i cieli e scendessi…”
  Ecco: il vangelo di oggi va colto da qui. Gesù uscendo dall’acqua del Giordano, vede i cieli squarciarsi. Lui ha squarciato i cieli. Non li ha aperti: squarciare significa rompere, lacerare in modo definitivo, non puoi più chiuderli o ricomporli ne tornare indietro. L’inizio della vita pubblica di Gesù, il suo ministero di quasi 3 anni che i vangeli ci annunciano fino alla morte e risurrezione, Ascensione e Pentecoste poi che ce lo rendono presente, ci dicono questo: Dio, in Gesù, non ci lascia più. Non si torna indietro, il suo amore è definitivo!   Questo fa dire a Dio “Tu sei il mio Figlio, l’amato, in te ho posto il mio compiacimento.”
 E poi, questo verbo “squarciare” lo ritroviamo al momento della morte di Gesù, quando “il velo del Tempio si squarciò”, il velo nascondeva la stanza segreta dove si credeva ci fosse la presenza di Dio, la Sancta Sanctorum: nel momento in cui Gesù muore in croce, il velo si squarcia e si rivela chi è realmente Dio.
Sotto la croce, il centurione dirà:“era davvero il figlio di Dio”.
Da allora la comunicazione di Dio con l’umanità non si è più fermata: stiamo celebrando la messa assieme per riconoscerlo ancora e sempre qui presente. Allora arriva la 1a lettura, ancora Isaia: Dio sembra un commerciante al mercato che invita tutti gli assetati e affamati a rivolgersi a Lui..venite, mangiate, comprate…non spendete soldi e tempo per le cose che mai vi riempiranno ne daranno soddisfazione piena…io stabilirò, continua, per voi un’alleanza eterna…(toh, le parole che sentiamo durante la consacrazione del vino..)..e poi ci rivolge la Parola che come la pioggia e la neve..porta vita, irriga i cuori, non torna indietro senza aver compiuto ciò per cui l’ha mandata..cioè ridare vita e vigore a chi la accolga…bellissimo, ci mettessimo in ascolto così…
  E da questi cieli squarciati per sempre Gesù vede la colomba: il dono dello Spirito, per iniziare il suo ministero pubblico di salvatore, inviato; garanzia della presenza di Dio al suo fianco, come per noi la cresima. La stessa colomba che dopo il diluvio ritorna all’arca di Noè col ramoscello di ulivo a sancire la pace ristabilita tra cielo e terra, l’arcobaleno. La colomba dice anche lo stile pacifico, mite. Pensate poi ai piccioni viaggiatori…qualcuno dice si sia usato questo uccello perché era l’unico animale in grado di ritornare sempre a casa per quanto distante fosse andato…Gesù da qualsiasi parte tu ti sia cacciato ti riporta sempre a casa tua, a casa del Padre…Da quel giorno, sul fiume Giordano, è ancora e sempre così. Gesù si è messo dalla nostra parte.
Allora penso al nostro di battesimo, alla cresima, al matrimonio in cui si dice “con la grazia di Cristo io accolgo te”, agli altri sacramenti e ai tanti modi in cui, magari attraverso le attività parrocchiali, quei cieli definitivamente squarciati ci annunciano e ricordano un Dio che si rivolge a noi. Per salvarci.
Chiediamogli l’umiltà di accoglierlo presente, attraverso il dono dello Spirito, in tutto quello che facciamo: Dio non è più rinchiuso nei cieli ma nel suo figlio Gesù, continua a camminare e vivere con noi. Non impediamoglielo.