La gente della notte… Omelia Notte di Natale 2024 durante Cristo

Che fascino ha la notte: quando da ragazzino contrattavo sempre per tornare a casa un’ora dopo. Suggestiva, misteriosa, per pochi, trasgressiva, perché c’è chi già dorme e chi fa ancora festa; e ti senti speciale, puoi fare tardi, trattenendo il giorno che se n’è andato, la sospensione magica tra ieri e domani, quello che deve ancora arrivare ma è già alle porte. E tu ci sei dentro…in bilico!

   Questa notte poi ha un sapore tutto particolare: ci troviamo qui come impazienti, non ci va di aspettare domani, Natale, non ci bastano le poche ore del 25 e allora giochiamo d’anticipo, ce lo veniamo a prendere, il giorno di festa, come una caparra. 

La notte in cui è nato, la notte in cui è risorto. Mangiatoia e sepolcro. Non è dato sapere ore precise e rassicuranti ma questa sospensione ci dà il diritto di dire…è nato, è già Natale, è risorto, è già Pasqua. E vogliamo questo fuso orario anticipato, perché l’abbiamo gustato tutti nella vita, il brivido magnetico dell’attesa, i preparativi aspettando qualcuno, del già e non ancora…a noi che abbiamo inventato l’apericena…immaginare, intuire, sognare, quello che stai pregustando ma non puoi trattenere, perché tutto è possibile e può ancora accadere.

La tensione della notte che si proietta su un di più, il sabato con la domenica davanti, non la domenica adombrata dal lunedì.

Che ansia profonda sale in noi quando iniziamo a pensare -inevitabile- che qualcosa sta per finire e finirà.

Forse amiamo la notte e l’attesa perché siamo stati -fatti -così.

Pensiamoci: quello che noi viviamo questa notte e non solo, è come la fede cristiana struttura la nostra vita: non è tutta qui, siamo solo di passaggio, in questo mondo “pellegrini sulla terra”, proiettati, senza fretta, su quell’ultimo incontro con un Dio che si pone come meta definitiva, trovandoci però già in comunione qui sulla terra con Lui, ma non ancora ammessi alla luce del suo volto, in questo pellegrinaggio verso l’eterno. Come le vergini sagge con l’olio però, non da passivi irresponsabili e superficiali ma per risplendere, al di là di tutto, bruciando nell’amore che consumandoci, rende sale e luce del mondo.

No, non è ancora giorno; non è già tutto qui anche se siamo chiamati a godere di tutto qui, ora. Noi cristiani, umanamente, siamo quelli del sabato. Chiamati a vivere nella fede qualcosa che è accaduto e però non riusciamo a vedere come vorremmo, ma sentiamo che c’è. Una speranza, ma compiuta. Natale o risurrezione che sia. Come la luce che rifulge nella notte, dice Isaia nella 1a lettura…”come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda”che immagini meravigliose. Ieri un amico mi ha mandato la foto di un prosciutto e mi invita a mangiarlo assieme ad altri vecchi amici… che gioia, dividere fraternamente la preda! Contempliamoci così, fratelli e sorelle in questa notte che ci richiama alla qualità della nostra vita, ora che lui “apparve visibilmente nella nostra carne” diremo nel prefazio di questa notte, generato prima dei secoli, cominciò a esistere nel tempo, il nostro 2024 durante Cristo, per reintegrare l’universo nel tuo disegno, o Padre, e ricondurre a te l’umanità dispersa. Ecco, siamo in questo viaggio, l’anno zero ha inaugurato un tempo nuovo non solo cronologico, come un movimento progressivo verso una  pienezza in Dio; lasciamoci portare, dove quel pastore ci condurrà, anche se, dice la 2a lettura, intanto “un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio” a dire di una vita da fare assieme, perché ci hai resi degni di stare alla tua presenza a compiere il servizio sacerdotale. 

In questa notte misteriosa, in questo Bambino, è Dio che si rivela suscitando tenerezza all’interno della persona. Bambino, Figlio significa proprio la provenienza dall’interno di noi: il Figlio infatti viene dall’umanità. Siamo stati tutti figli e bambini, siamo tutti più vecchi di quel neonato e quindi è come parte di noi, ci siamo già passati verrebbe da dire. Il Figlio non appare poi nel mondo come qualcosa di esterno, spettacolare e affascinante perché esotico, esoterico. Non è sceso sulla terra come un extraterrestre. È piuttosto qualcuno che viene dal di dentro. E che così desidera venire in mezzo a noi, partendo dalla gavetta, accettando la storia, il suo divenire, gli eventi che formeranno il suo corpo, si faranno vicende, forgiando la sua immagine fino alla piena maturità, nel dono definitivo come Cristo nella notte di Pasqua.

E da allora agisce nei sacramenti che celebriamo, nella Parola che accogliamo dalla Bibbia, nell’eco nella nostre coscienze dei gesti d’amore offerti, vivendo da protagonisti, qui e ora, senza paura, col corpo che ci è stato dato, dicevamo domenica, ma diretti al compimento definitivo, giorno senza tramonto, ottavo giorno, quello della risurrezione, un giorno talmente diverso da non avere, -per fortuna…domani.

A noi che spesso non abbiamo più tempo, voglia o coraggio di alzare lo sguardo al cielo o che rischiamo di continuare a cercare vagamente “qualcuno” lassù, tra le nuvole, in mezzo alle stelle, Dio stesso risponde mettendosi più in basso non si può, per terra, in quella mangiatoia, così da poter essere visto e adorato da chiunque, soprattutto da chi si ritrova incapace di rialzare lo sguardo, per paura e umiltà o per umiliazione e vergogna ma potrà così incontrare lo sguardo di tenerezza di Dio, che lo osserva dal basso verso l’alto, quello sguardo poi che nelle strade di Israele non condannerà né accuserà più nessuno, innervando la storia di ciascuno di misericordia e fiducia.

“Se guardi a lungo, nel buio, c’è sempre qualcosa” scriveva Yeats, poeta irlandese del romanticismo.

Che sia il nostro uno sguardo capace di scrutare oltre e a lungo, per accogliere giorno per giorno il sapore nuovo di questo tempo così diverso. Nessun buio ci faccia più paura. Questa notte, caparra tutta nostra del Natale di Gesù, chiediamo di vivere questo nostro tempo nella comunione con Lui da figli e da pellegrini nel suo tempo.  

Buon Natale.

“Voglio un corpo nuovo” Omelia 4a Avv. C-2024 durante Cristo

Concerto gospel? Molto di moda sotto Natale, bellissimi! Una sera a un concerto tutti che alzavano le braccia, si muovevano, andavano a tempo cantando e battendo le mani ma le stesse persone il mattino a messa erano rimaste ferme, immobili, serie. Battere le mani è da ragazzini, certe facce ogni tanto…

Eppure possiamo pregare con il corpo. Tutta l’Africa, l’America Latina, India, Asia.. vi si celebrano messe ben più movimentate, vivaci, piene di ritmo, vitalità, gioia, coinvolgimento.

Che questione sociale, religiosa e culturale è il corpo: nascosto, occultato coi veli, condannato o mercificato, esposto a volte con ostentata tracotanza, strumentalizzato, banalizzato, svergognato, pompato di steroidi, siliconi o cose chimiche, ingrassato o vomitato con le malattie, tragedie, dei disturbi alimentari.

  Eppure noi cristiani abbiamo un messaggio e una speranza uniche al mondo sul corpo perché noi crediamo di essere il nostro corpo non di averne uno da usare. Ma lo continuiamo a tradire. 

La risurrezione è profondamente diversa dalla reincarnazione. 

Noi conserviamo la nostra identità, a memoria di noi, cose belle e cose sofferte, la nostra storia sacra.

“Io credo risorgerò, questo mio corpo vedrà il Salvatore…”

Va bene, come dice qualcuno,,, per favore non fatelo, sa troppo di funerale… eppure poi durante il Credo diremo, coscienti o meno, di credere nella risurrezione della carne: nessuna anima, nessuno spirito, nessun fumetto che sale ma un corpo. I due saranno una sola carne, Genesi, nel matrimonio. Difficile, lo so. Per questo si chiama fede… ti fidi che se anche non hai compreso tutto al 100%, Dio non ti voglia fregare e quindi sia così e lo scopriremo solo vivendo, cioè proseguendo la nostra vita oltre la morte. Infatti nel vangelo di Giovanni, Gesù dice di andare a prepararci un posto. E anche se non siamo nelle culture che ho elencato, io credo che tutto il nuovo testamento sia molto esplicito nel chiederci di essere cristiani solo attraverso il nostro corpo. Eh già. Pensiamo alla seconda lettura, che mette in discussione, da 2000 anni il modo di credere ed essere religiosi. L’abbiamo profondamente tradita: no a sacrifici olocausti offerte…cioè tentativi di commerciare e gestire il rapporto con Dio…e i fioretti, e le candeline, e una forma non sana di ascesi…ci pensiamo?

E veniamo fregati perché messi davanti a una questione centrale: hai ricevuto un corpo e con questo devi essere cristiano cioè amare. Più facile saltare i dolci, o essere accoglienti coi nuovi condomini?  Accendere candele a una statua o accostarsi alla riconciliazione dal vivo? Fare la novena a qualche santo o donare tempo e aiuto a chi ne ha bisogno? Eppure poi andando alla comunione ci sentiremo dire che ci viene consegnato il corpo di Cristo, non i valori morali del bravo cristiano, e ci sarà stato detto “fate questo in memoria di me”, cioè fatti corpo, gesto, azione per gli altri… una presenza reale, un impegno pratico. Sul presepe metteremo la statuina di una persona, in carne e ossa, un corpo da adorare e di cui prendersi cura, ecco la fede cristiana, Penso a S Paolo “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. 2Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”. Romani 12

Corpo:  materiale, concreto, pratico. Quel che noi in genere non colleghiamo spontaneamente alla fede o alla religione che ci appare sempre come una cosa “spirituale” cioè eterea, ideale, … vuota… e prendiamo le distanze o giustifichiamo dicendo delle cose materiali, siamo concreti…vorremmo essere puri…

l’unico strumento che abbiamo per essere in relazione: lo sguardo il modo in cui ci guardiamo e valutiamo… quello è pericoloso, mi metto una mano al portafogli, quella collega è carina, mi raddrizzo e tiro in dentro la pancia, quella persona è intrattabile e già mi metto sulla difensiva..      i nostri sensi..

sapore… che sapore lasciano in noi certe azioni? sto bene, mi sento felice, ho resto felice qualcuno oppure mi sento in colpa, sono sbagliato, sempre il solito … 

il tatto…mi coinvolgo, abbracci, piedi che vanno verso, carezze, delicatezze, attenzioni premurose da avere..

sentire che parole uso? da quanto non dico brava, grazie, scusa, sei bello, ti amo, ti stimo, ci sarò sempre..imparare a usare parole belle.. Sei le parole che usi, diventi le parole che scegli. 

emozioni… che confusione.. sentimenti, idee, pensieri, emozioni, facciamo tutto un caos… chiediamo perdono per aver perso la pazienza o esserci arrabbiati ma provare emozioni non è peccato ma un nostro diritto ..non possiamo censurarci, siamo noi le nostre emozioni… guai a noi se le rimuoviamo o ce ne vergogniamo.

Certo se per causa di questa rabbia ho fatto male a qualcuno…ecco il peccato.

Benessere del corpo: su questo siamo bravi perché è ambito di impegno pratico, per far stare assieme, e penso ai più poveri…qualcuno si possa lavare, dormire al caldo e comodo, mangiare 3 volte al giorno, vestirsi dignitosamente e tanto altro.. è il lavoro ordinario delle nostre Caritas, centri di ascolto e di altre centinaia di associazioni più o meno note che si prendono cura delle persone e del loro corpo.. nessun consiglio, raccomandazione o carta di identità o appartenenza religiosa ma solo quel che è più urgente.

Penso alla lettera di San Giacomo…. terribile…A che giova, fratelli miei, se uno dice di avere fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo? Se un fratello o una sorella sono nudi e mancanti del cibo quotidiano, e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, scaldatevi e saziatevi”, ma non date loro le cose necessarie al corpo, a che giova? Così è della fede; se non ha opere, è per sé stessa morta.

Sorelle e fratelli, chiediamo al Signore per questo Natale di fare pace col nostro corpo e di sentirlo un dono prezioso, non solo per la salute ma per quello che ci permette di essere, fare, diventare, ci aiuti a godere dei beni materiali, immagine di quelli spirituali per essere davvero cristiani secondo il suo cuore, con la certezza di essere amati e amabili concretamente e soprattutto nella gioia.

IIIa Domenica di Avvento -anno C – 2024 durante Cristo

Dal Vangelo secondo Luca 3,10-18

In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». 
Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». 
Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».
Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile». Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

Gesù è ancora in laboratorio col papà Giuseppe, forse a rifinire una sedia o un tavolo; immerso nei suoi 30 anni di vita privata, nascosta, sepolta nel più totale anonimato, scapolone d’oro (chissà) mentre suocuggggino Giovanni Battista è ormai stremato da annunci, testimonianze, da catechesi e dai “cazziatoni”. Eppure la gente lo ascolta (anche Erode lo ascoltava volentieri, così, per dovere di cronaca) e nella pagina di oggi gli fa una domanda precisa: che cosa dobbiamo fare? Pare quella del tale ricco che chiederà la stessa cosa a Gesù ma per “ereditare la vita eterna“. Mi piace notare che lo chiedano al plurale, come un noi, una comunità di scappati di casa, di gente che comunque ha capito di essere chiamata a seguire assieme e non come singoli individui con singoli bisogni… E la risposta, tocca dirlo, non è poi così devota: nessun aspetto religioso, nessun precetto morale, nessuna performance di fede da esibire ma li “condanna” a fare meglio quello che già dovrebbero fare. Accorgersi di quanto hanno già e condividerlo con chi avranno notato averne bisogno; i pubblicani erano peccatori pubblici perché tutti sapevano che facevano il pizzo ai loro fratelli ebrei riscuotendo le tasse per i romani, con cui colludevano. Terribile. Si sentono dire di non farlo più, cioè di esser onesti nel loro lavoro, scegliere la legalità, non approfittare del loro potere, dell’abuso del loro potere. E ai soldati, mica dice di porgere l’altra guancia (mancano ancora alcuni capitoli!!) ma di non essere violenti, intimidatori, prevaricanti…per niente. Anche per loro di non estorcere, non approfittare, non rubare. Insomma sembra che Giovanni ne abbia per tutti ma in realtà risponde solo alle domande di tre categorie di lavoratori eppure… il ritornello è lo stesso; fai al meglio possibile il tuo lavoro, con onestà, impegno, nella condivisione con chi ha più bisogno, prenditi cura del tuo prossimo, dirà suo cugino quando rileverà l’attività del Battista. E tutto questo grazie anche a quel battesimo in… nello Spirito Santo, come luogo, come persona. Non è un mezzo ma un’esperienza in cui entrare. In cui noi siamo già entrati, ma forse lo consideriamo poco. Non si tratta di fare bene le cose, ineccepibili e poi venire a messa, essere cristiani non è fare delle cose cristiane in mezzo alle altre non cristiane come il lavoro, il padel, l’apericena o quel che è …ma è dare uno sfondo e un vigore, una motivazione del vangelo a quel che faccio. Una vernice diversa: farlo perché questo mi salva, mi rende figlio/a, mi conferma fratello e sorella di tutti, in un creato a me affidato… non cose in più ma significati diversi. Chiediamo luce su questo, perché è un tema davvero centrale…la nostra salvezza è già nel tempo che viviamo e che decidiamo di darle.