29 FEBBRAIO 2020, UN GIORNO IN PIU’…tra quarantena e quaresima? (da Roma)

Quattro anni fa scendendo da un rifugio innevato sul Grappa, a notte (molto) ben inoltrata, dopo una cena pazzesca tra sconosciuti invitati a caso, si programmava il 29 febbraio 2020. 

Una nota nel cellulare da allora mi vedeva ogni tanto aggiornare idee, spunti, ospiti, inviti, dettagli. E non ero l’unico, mitica Cristiana, grazie! ad attendere e ideare questo evento. 

Mi sono riletto dall’omonimo blog i deliri targati 2004, 2008, 2016…quanto tempo e che vita! un diario pazzesco di quel che mi vibrava o rimbombava dentro, inumidendo gli occhi o scaldando l’anima.

Non saranno i Mondiali o le Olimpiadi ma oramai questa storia del giorno in più mi accompagna da almeno 20 anni. Da mesi avevo prenotato il mega palazzetto e chiesto ad alcune persone di contribuire alla festa con talenti e passioni. Si voleva riprendere la festa del 2008, con tanta gente, (i temi dei miei studenti da leggere, le poesie, le sorane in rosso, i balli popolari…)

Mai avrei pensato di non poterlo celebrare. Effettivamente la cosa mi è sovvenuta un po’ dopo i calcoli e i preparativi che mi hanno portato qui a Roma, da dove scrivo. ‘Azz! mi son detto, peccato! Ma certi treni passano e così, con Cri, abbiamo sospeso i nostri programmi e ho molto mestamente liberato la prenotazione del posto. 

Ma in questi giorni mi son chiesto, con sto benedetto corona virus e il blocco totale delle parrocchie, vuoi vedere che sul più bello avremmo dovuto farlo saltare? Pazzesco.

   Cari affezionati lettori o quel che è, non avevo voglia di scrivere ma piuttosto che perdere una tradizione….miodddio!

E allora grazie a tutti quelli che da stamattina e in questi giorni mi stanno scrivendo e chiamando per augurarmi un buon 29 febbraio o reclamando la presente mail di auguri. Il famoso “giorno in più” regalato dall’astronomia o quel che è e che forse proprio a causa di quarantene, embarghi e divieti è passato in secondo piano.

Ma noi non ci spaventiamo e per quelli che solo da poco si fossero sintonizzati, voglio ricordare che questo giorno in più ci viene gentilmente offerto per noi stessi, è totalmente gratuito: promemoria un po’ folle per invitare a non prendersi sempre troppo sul serio e per qualche ora mettere il pilota automatico o regalarsi qualcosa con cui celebrare la vita, le cose belle, il sapore di qualche relazione, togliersi qualche sfizio o anche semplicemente non dare sempre tutto per scontato. Insomma è una sorta di giorno “civetta” cui agganciare un memorandum per dare qualità diversa alla propria vita…apparendo magari matti o poco seri, perché son facezie, sciocchezze, stupidaggini per noi veneti, concreti, pragmatici o indifferenti. E allora?

Un giorno in più per un po’ di poesia nella nostra prosa quotidiana, per i dettagli che fanno rallentare, alzando comunque un po’ la testa e socchiudendo gli occhi.

Allora buon giorno in più a tutti, che ve ne siate resi conto o meno, che lo abbiate in qualche modo celebrato o festeggiato o almeno lo abbiate desiderato. 

Se ci avete provato, tranquilli, va bene lo stesso.

Al limite recuperate nei prossimi giorni: fate anche cose semplici ma per questo motivo!

Un giorno in più per sentire una persona che non senti da una vita e non mandarle sms o uozapp che tanto ormai abbiamo tutti “minuti illimitati” ma per farne che? Un giorno in più per fare le cose con calma, cambiare bagnoschiuma, finire quel libro ormai impolverato, ascoltare un genere di musica nuovo, lasciare l’ascensore per le scale e le scale mobili …per le scale e basta.

Un giorno in più per guardarsi dentro e scoprirsi fragili e soli. Per provare ad addomesticare i morsi della frustrazione, placare la rabbia, buttare il cuore più in là e chiudere l’agenda.

Per dire, con Vasco “e pensare che domani sarà sempre meglio”. E che “panta rei…nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”, come diceva Lavoisier…e sentire che è l’unica cosa che hai capito o ricordi di 6 anni di liceo scientifico, di cui 4 sulla chimica…

Per camminare più piano e alzare la testa, tener dritta la schiena e darsi un tono diverso. Per non buttare in vacca i discorsi, aspettare prima di parlare, guardare negli occhi e prendere la mano. Per un abbraccio spontaneo e uno sguardo trattenuto con uno sconosciuto. Un giorno in più per le mani da tabacco kentucky piuttosto che da amuchina come pure per provare a togliersi la maschera piuttosto che scegliere la mascherina: la maschera del “io devo, io posso, io sono, io ho, io dimostro, io ho fatto, ho già capito…lo so” quella che ti impedisce di essere te stesso e farti raggiungere, sentire nudo, naturale, creatura volubile, fallibile o fallita, alle corde o in cordata.

Per essere cortesi, premurosi, miti o mitici! Per non far le vittime, per “imporsi” di essere generativi, non solo generosi. Persone che sanno con la propria umanità (abbiamo solo quella concessa dal buon Dio) sgangherata, scordata o puzzolente generare in modo creativo e appassionato, vita bella, cose saporite, relazioni diverse, sguardi inediti.

Un giorno in più per ricordare ciascuno i propri morti, sorridere loro con nostalgia ma magari con fede credere che in qualche modo un giorno saremo ancora uniti.

Un giorno in più per pensare a chi davvero non ci sarà, nel ’24!

Un giorno in più per allungare la strada per un panorama diverso, scrivere dei pensieri da qualche parte per non perderli o potercisi re-immergere, programmare una visita, una gita, un film con gli amici o un museo a km zero. 

Un giorno in più per arrivare trafelato e di corsa a Borgoricco e mangiare un toast pallido guardando catatonico il calendario del bar, per abbioccarsi sul Freccia con la bava alla bocca come un bulldog, ciucciare gli scampi spappolandoli impunemente, sputando ovunque le schegge per ridere (OU!), per le cene marittime, le birre notturne, i sigari sinceri fino alla fine.

Per andare a nuotare, per invitare qualcuno che non se lo aspetti a cena, passare per casa, andare a letto dopo pranzo, far colazione al bar e bere due caffè, un giorno in più per mangiare 3 Raffaello consecutivi ed estrarre altri numeri al folle lotto orientale del sushi e vedere che ti tocca mangiare ancora. Un giorno in più per avere nostalgia (quanto mi mancano le parrocchie!), sentirsi mordere dalla solitudine, percepire il rimbombo del tempo che passa con le sue voci, echi, sibili e suggestioni. E lasciare che sia. Tanto tutti parlano di tutto, di tutti, di te, di quel che sei o fai. Dipende solo da chi ha in mano il microfono, come sta, e se tu stai sentendo, sentirai o meno. Nulla che non si possa immaginare o smaltire. Per alcuni sei un eroe, per altri un pirla: dipende solo dal canale in cui sei sintonizzato. “Quante deviazioni hai?” (Vasco)

Un giorno in più per mordersi la lingua e non chiacchierare a caso, non giudicare, non mendicare commenti pur di sentirsi migliori. Per trattenere una battuta o anche mandare a quel paese qualcuno. Per sbattezzarsi o sbattersene. Un giorno in più per imparare a vivere diversamente gli altri giorni, o anche solo la settimana prossima. Per lasciarsi voler bene dagli altri come sono capaci di fare e accoglierlo con serenità e gratitudine. Perché poi…

Per permettere agli altri di essere premurosi con noi come pure per tracciare confini e spazi senza sentirsi in colpa di nulla. Per non ritenersi sempre indispensabili e dire “fasso mi” o eroi perché noi facciamo o martiri perché non possiamo andare a messa…che grande opportunità per il nostro battesimo poter essere preso sul serio e messo in gioco vista la forzata assenza dalle normali (e comunque necessarie!) celebrazioni liturgiche. Davvero credo che l’assenza possa provocare il desiderio. Ma forse abbiamo solo paura che se ci fermiamo, poi cadremo e sentiremo che magari…senza alcune “performance” religiose, mon dieu, staremo “bene” lo stesso? Che quel desiderio appassirà presto…Davvero non sappiamo essere provvisoriamente (almeno!) cristiani in modo diverso? Ci abbiamo mai provato? Tema scottante e delicato ma… stimolante.

Siamo cattolici ma non ricordiamo che milioni di nostri fratelli nel mondo non celebrano messa per mesi o anni. In alcune zone dell’Africa e dell’America Latina delle comunità cattoliche vedono prete e messa ogni 3 anni e son cristiani, tanto quanto noi che ci lamentiamo per fare 2 km per andare in chiesa, la “mia chiesa”e perché ci han spostato la messa di 15′. 

L’evangelizzazione della Korea è avvenuta attraverso i laici che hanno iniziato a leggere libri cristiani e quindi a poco a poco considerarsi tali! E il primo prete stabile lo hanno visto dopo quasi 60 anni per i primi sacramenti e la prima messa. Fa riflettere, se ne hai il coraggio. 

Un giorno in più per vivere da battezzati e scoprire sarebbe ben più che sufficiente intanto…per farsi domande scomode, per mettersi nella luce di Dio e guardarsi dal suo punto di vista, non solo e sempre dal nostro. Con quanto “noi stessi..io, io, io” continuiamo a ingombrare le nostre preghiere.

La quarantena viene imposta, la quaresima proposta. La Pasqua? appare così lontana.

Che ne abbiamo fatto della risurrezione dell’anno scorso?Abbiamo cercato di vivere da risorti?

Ci interessa? Rien ne va plus?

Un giorno in più per cambiare marca di whisky, fare il bis di dolce, fare quel che facciamo ma, lo ribadisco, con un senso diverso: di grato, di libero, sentendosi fortunati, amati, amabili, appassionati. Senza darlo per scontato ma nemmeno facendolo a caso. Un giorno in più pen pensare a un di più nei giorni.

Un giorno in più per provare il sorpasso in Ducati, fermarsi a fare una foto, per salutare con le due dita della mano sinistra chi viene dall’altra parte, per battere il tempo sul volante e programmare un viaggio. Un viaggio non è mai “in più!”

Un giorno in più anche se è il primo marzo, ma il numero 1 sa sempre di inizi, sfida, provocazione e semaforo verde. E molti di voi troveranno questo deliro quadriennale di lunedì, il 2 marzo. E se permettete magari aiuterà ad iniziare la settimana con un sorriso o un sospiro.

Cambierà qualcosa? no, lo sappiamo, ma almeno lo avremo sognato o sperato.

Un giorno in più per dire “Aooo’!” piuttosto che “ouh!”

Un giorno in più per “fumare che ti passa!”, per le MingiMungi, che “T’immagini”, per “quelli del radicchio.” Un giorno in più per dire “e perché no?” Dovete sapere che mi sto chiedendo, placida domenica sera romana umida e sonnacchiosa, se valga ancora la pena scrivere, spedire, raggiungervi. E perché no? La vita è fatta anche di piccoli gesti, di sputtanarsi senza pensare a come andrà, tanto di spam ne riceviamo tutti lo stesso…ma sentitela solo come una carezza da lontano o se permettete, da dentro, dal mio cuore.

Accoglierò sornione commenti, suggestioni, ritagli e dettagli sul vostro 29 febbraio o su quello che davvero non sarà stato in più ma bellissimo.

A tutti e ciascuno, uno sguardo e un occhiolino guascone.

vs

dmt

Scartati per non scartare….Omelia Va domenica to B ’24

Penso ad un mio carissimo amico educatore che dovendo gestire una comunità di minori abbandonati, li portava a fare la raccolta differenziata nelle discariche del feltrino. Voleva toccassero con mano quanto è fin troppo facile scartare e buttar via. 

Ma soprattutto quanto bene fosse possibile e recuperabile, tra la nostra comune spazzatura, educando quegli occhi a non sentirsi scartati né a scartare niente e nessuno. Papa Francesco più volte ha richiamato lo scandalo di una civiltà dello scarto, opulenta e superficiale come la nostra.

   Penso alla stupidità da record, tutta italiana, di uno spreco nel 2023, da 13 miliardi di cibo. Chi si abitua a scartare, buttare via, chi pensa “ma si tanto”, denuncia oggi un’incapacità di consapevolezza su cui riflettere e, secondo me, per cui indignarsi.

E quando ti abitui a farlo, ti viene in automatico: scarti e sprechi cibo, risorse, tempo, denaro, relazioni, corrente elettrica, acqua…ma si tanto. Forse stai buttando un po’ anche te stesso. Penso ai fratelli e alle sorelle nelle comunità di recupero…le sostanze hanno confermato una qualità di vita che sentivano degna solo di essere sprecata e buttata.

    Celebrare la vita credo inizi dal modo in cui uno si percepisce al mondo. Heidegger, famoso filosofo tedesco dei primi del ‘900 parlava in “Essere e tempo” di gettatezza: diceva che ogni essere umano è gettato nel mondo. Un mondo che non ci siamo scelti e che ci è sconosciuto. Nessuna consolazione né illusione possibile.

Soli e individualistici ci si ritrova così a dover contare solo su di sé…Se credi questo, a poco a poco anche lo vivi. E noi cristiani? Magari ancora li a percepirci, lo dico con rispetto ma anche un sorriso, “esuli figli di Eva, gementi e piangenti in questa valle di lacrime” ..certe parole lasciano un segno. Non è lo stesso mondo in cui Cristo, da Natale, ha deciso di abitare con noi? Ma noi magari chiediamo di vedere dopo questo esilio Gesù…come se da risorto non fosse presente. Non mi sento esule, non mi pare di vivere in una valle di lacrime, non sono in esilio. Ma vorrei che come cristiani recuperassimo il comune aspetto vocazionale di ciascuno, amato per nome, qui e ora!

Celebrare la vita significa partire da una visione del mondo in cui Dio padre abbia scelto di donarmi la vita e mi dia la forza di custodirla e moltiplicarla nel suo nome, sale e luce del mondo.  “La forza della vita ci sorprende” è il titolo di questa 46a giornata nazionale della vita. Un tema così trasversale che non può non interrogarci tutti. Dal diritto alla vita del nascituro a quello dell’anziano, dalla qualità delle cure negli ospedali al dovere della sicurezza nel lavoro, dalla ricerca di innovazione nelle cure sperimentali alla garanzia di un accesso comune minimo a quanto dovrebbe essere dovuto ma in realtà spesso è negato, dalla qualità delle cure possibili per persone segnate da disabilità mentale o fisica al diritto a condizioni umane per chiunque. Noi cristiani non possiamo sentirci gettati in esilio nel mondo, ma riconosciamo con stupore che proprio Gesù, invece, figlio di Dio nostro salvatore, si è gettato in mezzo a noi proprio per farci vivere in maniera diversa.  E sappiamo vivere così? La lue della candelora…

La vita ci sorprende, allora, se la guardiamo anche con gli occhi di Dio, come cristiani. Pensiamo al vangelo: incontrando gli ammalati, Gesù non predica mai rassegnazione, non ha mai atteggiamenti fatalistici, non annuncia che la sofferenza avvicina maggiormente a Dio, non chiede di offrirgli la propria sofferenza, non nutre atteggiamenti doloristici. Quelli ce lo siamo inventati noi nei secoli per gestire lo scandalo del male, del dolore, della morte, di tutto quello che non ci farebbe festeggiare la vita. I discepoli nel vangelo “gli parlano subito di lei” della suocera ammalata. Se ne accorgono, non sono indifferenti e lo interpellano. Che sia anche questo, come comunità cristiana, quello che siamo chiamati a fare? Accorgerci, pregare, prenderci cura, consapevoli che la qualità delle nostre relazioni e della vita ci viene consegnata col battesimo ed è un impegno che ci rende tutti corresponsabili….(lo dobbiamo anche ai nostri bambini)

Chiediamo al Padre il dono di una consapevolezza nuova della nostra esistenza, un dono che sorprenda noi per primi impegnandoci a coltivare la forza di riconoscerla anche negli altri.

Ci aiuti a vivere cristianamente il dono del tempo: a non sprecarlo ma a saperlo perdere per coltivare la qualità delle nostre vite dal suo punto di vista e soprattutto nel suo nome.

Parole eterne. Omelia IVa domenica t.o. B ’24

Certe parole sono eterne. Rimangono in noi per sempre; magari a far danni, perché ci hanno ferito. Ricordiamo fin troppo bene chi ce le ha dette, in che momento e perché. Conficcate nella nostra mente… un’eco silenziosa; dette per ferire e umiliare, continuano a rimbombare tra i nostri pensieri e gli sforzi a vivere, fanno male, zavorra legata al nostro valore o identità. Restano in noi finché non scegliamo di contestualizzarle, metterle in discussione, allontanarle, perdonare. Penso a chi per una vita si sia sentito sminuire, prendere in giro o paragonare, e continui a vivere così, avendoci solo troppo creduto, diventando quel che ti hanno detto.

   Oppure sono parole eterne perché ci alimentano per sempre, facendo germogliare e custodendo in noi un tesoro di fiducia, stima e credibilità, che ci ha fatto crescere saldi, amabili, protetti.

   Gesù colpisce quanti in sinagoga lo ascoltano, proprio perché parla loro con autorità. Lo conoscevano! Trentenne scapolo, ancora in casa con la mamma, artigiano nell’azienda di famiglia ma quel sabato il modo in cui parla, il come, fa cambiare le cose. 

Viene guardato in modo diverso. Il termine “autorità” traduce il greco exusìa, parola dai molti significati: non va intesa come qualcosa che vuole umiliare o sottomettere ma dice il potere, la capacità di rendere effettivo, di far cambiare le cose.

Ha il senso di una parola che ci interpella, affascina, promette.

   Penso ad un vecchio prof. al liceo: che fascino aveva quando, quasi commosso, commentava per noi cialtroni svogliati alcuni filosofi…la classe si fermava e ci teneva tutti a bocca aperta, rapiti da quanto ci stava quasi annunciando, facendoci emozionare.

   Gesù parla con autorità significa riconoscere che quello che dice è per noi, non solo destinatari passivi ma persone assetate di senso e novità. Gesù non parla di Dio come un argomento (vizio di noi preti, delle nostre comunità o attività educative) ma ce lo racconta Padre affidabile, che ti prende sul serio e vuole portare più avanti, altrove, in pascoli nuovi, migliori, insperati. Non è uno slogan religioso, altisonante ma vuoto, né la parola tronfia dei dotti, la parola strategica degli oratori, la parola astuta dei commercianti o la fake news che ingenuamente taggiamo nei social.   Una Parola che va dritta alla persona: raggiunge l’intelligenza, scalda il cuore, ne cambia la vita. Ed è questo che la rende autentica, vera. Porta con sé un vigore, un’energia, un dinamismo capace di generare senso e cambiare la realtà. Abbiamo tutti bisogno di parole di salvezza che scaldano il cuore dando brividi di vita e vertigini di speranza. “Signore io non sono degno di partecipare alla tua mensa ma dì soltanto una parola…. e io sarò salvato”. Sono parole di responsabilità, che ripetiamo ad ogni messa…

Si chiama valore performativo. Cioè una parola capace di creare qualcosa di nuovo, che prima non c’era. Io ti assolvo, io ti battezzo diciamo noi preti; io accolgo te, dice la sposa allo sposo e i due diventano marito e moglie per sempre…Nulla è più come prima! Io ti amo, ti perdono, mi fido di te, parole che ricostruiscono, fanno girare pagina… realizzano quello che dicono. 

Oggi sarai con me in paradiso, al ladrone in croce, nemmeno io ti condanno, alla donna, venite e vedrete ai primi discepoli, la mia gioia sia in voi, rimanete in me…

Mi domando quanto siamo consapevoli di questa realtà che la nostra fede ci offre, mentre preghiamo o ascoltiamo il vangelo. 

 Il giorno di Natale il vangelo di Giovanni ci ha annunciato che Gesù è logos, parola che si fa azione, cioè verbo…qualcosa che fa funzionare in modo diverso. Ne siamo consapevoli o almeno…curiosi? Chiediamo al Signore Gesù di renderci consapevoli del sapore e del significato delle sue parole per noi. Ci trovino attenti e affamati, terreno fertile per dare loro credito, tra i nostri pensieri, paure, ritmi e abitudini; siano parole fresche, frizzanti, saporite, col desiderio di essere quanto ci annunciano. Ci sostenga poi nel credere anche alle parole che sceglieremo per orientare la nostra cristiana quotidianità, consapevoli che sei le parole che usi, diventi le parole che scegli.

Perché certe parole, l’abbiamo capito, sono davvero eterne.