Abramo 1 – Dio 0 – Omelia XVII a T.O. – Anno C –

Non ho recitato le preghiere, non ho pregato come dovrei, non ho tempo per pregare..l’ho fatto poco, male.. quante frasi nascondono in realtà una nostra cattiva abitudine alla preghiera. Sembra quasi una tassa da pagare o una sottile scaramanzia.
Penso alle cose che offriamo come preghiera: formule, parole, sacrifici, denaro, candele, ho in mente anche altre religioni pronte a offrire anch’esse incensi, pietre, cibo, riti.. la preghiera che si fa offerta per trovare una modalità di gestione del rapporto col sacro, con Dio o con l’opportuna divinità.
Mettiamoci oggi.. alle spalle di quel discepolo, che chiede a Gesù.. insegnaci a pregare. Facciamo nostra la sua umiltà:
Il contesto qual è? Gesù sta in un luogo a pregare. L’evangelista Luca è quello che, più degli altri, lo presenta in preghiera, ma mai in sinagoga o nel tempio. Quando Gesù ci va è per insegnare e il suo insegnamento consiste nel liberare le persone dalla pesante dottrina religiosa che veniva loro imposta per aprirli all’amore del Padre. Per farli passare dall’obbedienza alla legge, all’accoglienza del suo amore. Liberante. O non é preghiera!
Ebbene Gesù non da regole ne orari o formule: da uno stile di vita. Vediamolo.
Anzitutto, per rivolgersi a Dio, non ci si rivolge in maniera “religiosa”, con titoli altisonanti, ma nella comunità degli amici di Gesù ci si rivolge a Dio chiamandolo “Padre”.
Dio non vuole dei sottomessi, non vuole dei “devoti”, ma vuole dei figli. Padre, in ogni cultura ed epoca, è colui che trasmette al figlio tutta la propria vita, tutta la propria esistenza. Quindi si riconosce in Dio la fonte della vita, allora ci si rivolge a lui chiamandolo “Padre”.
Allora questo inizia a scardinare le nostre idee di preghiera dimostrando soprattutto quanto spesso nascano da un rapporto distorto e dis-umano con Dio. Dis umano = non umano.
Recuperare la qualità non la quantità della nostra preghiera.
Quasi dovessimo quotidianamente stordirlo a colpi di richieste o padrinostri recitati meccanicamente, di avemarie furibonde e narcotiche.. No, non é questo. Lui sta davvero bene lo stesso.
Basterebbe stare un attimo in silenzio e sentire che effetto fa dirGli “Padre” e magari ripeterglielo un po’ di volte.. fino a sentirsi sgretolare in noi paure, barriere, rigidità, sospetti.
Dirgli magari anche noi “insegnaci a pregare”.. e non a fare le preghiere della sera.. Questo è l’unico modo in cui Gesù ci ha parlato di Dio. Quello che vorremmo inconsciamente evitare.. glissare.. che facciamo fatica..
Il diritto del quale ci priviamo più volentieri perchè preferiamo frequentare e convincerci di ben altre immagini su di Lui.. perchè dei valori si possono gestire e ci si può arrangiare.. ma con una persona ti devi mettere in discussione..
Gesù non ha fatto altro.. e oggi la liturgia ce lo ricorda. La preghiera del padre nostro come la sintesi più bella ed efficace della liberante confidenza da avere con un Dio che vuole essere gustato e vissuto come Padre.. a partire o soprattutto qualsiasi possa essere stata la nostra esperienza di figli.
Allora pregare significa vivere da figli: non dire frasi. La nostra preghiera così si fa vita. La nostra vita diventa preghiera. Tutto può diventare occasione per pregare cioè..da figli, rivolgerci al Padre. La preghiera diventa il respiro della nostra fede.
Mi viene in mente un nostro modo di dire.. ”non farti pregare, su.. ”, ha una accezione negativa.. non tirartela, non essere troppo esigente da dovermi costringere a..
Paradossalmente é proprio quello che Gesù ci chiede. Insistere non perchè Lui sia sordo.. ma perchè pregando.. cioè vivendo la confidenza del figlio in dialogo col padre.. i nostri cuori si educhino al vangelo. Che differenza allora tra il recitare le preghiere.. al pregare; cioè al parlare al padre della nostra vita. Offrirgli quel che facciamo fatica a fare, ringraziarlo per quel che ci sta accadendo, chiedergli forza per superare o sopportare qualcosa.. ecc. La preghiera é il respiro della nostra fede.
Mi domando se ci sia una immagine più inconsueta, folle di quella della prima lettura. Abramo riesce a far cambiare idea a Dio.
Sembra di essere nel bel mezzo di una contrattazione d’affari in un suk arabo o in un mercato: due persone che tentino di portare a termine l’acquisto di un bene.. e uno cerca di ottenere lo sconto, di “battergli” all’altro pochi soldi.. una contrattazione. La pagina, non descrive altro, eh?
Come se Abramo, siccome a Dio erano girati i 5 minuti.. Abramo sta ricordando a Dio che.. é Dio.. che é buono e misericordioso.. Dio si fa ammansire e “rieducare” da Abramo. Tanta é la fiducia e la confidenza possibile con Lui.
Lo provoca, lo stuzzica.. si.. ecco il nostro Dio, ne parla la Bibbia.. non un blocco di marmo ma un cuore che sa farsi plastico e aderire alla realtà, cioè interpretarla, comprenderla.
Mettiamoci davanti a questo Padre che ci accoglie.
custodiamo nel cuore questa immagine.. ma non per fare altrettanto, non banalizziamola, ma per restare a contemplare la nostra vita guardata da quel volto di un padre che sa andare incontro ad oltranza, che sa cambiare idea, immagine, pensiero..
Ma non perchè incoerente o volubile o immaturo.
Non é che adesso dobbiamo prendere alla lettera tutto e aspettarci che Dio “cambi idea”.. con noi.. ma perchè ama.. educa.. corregge..incoraggia..
Portiamoci a casa questa immagine, il dialogo fiducioso e schietto tra Abramo e Dio, custodiamola.
Il Signore la usi per raggiungerci nei pensieri e nella fede tutte le volte in cui lo sentiremo distante, estraneo e poco appassionato alle nostre vite. Questa pagina della Bibbia ci ricordi il vero volto del nostro Dio, quello di un Padre. Il resto.. non conta.

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