Amen! Omelia XXa to B-2018

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Anni fa, durante una messa, sto dando la comunione: è il turno di un uomo, tutto austero, devoto, pio: il corpodicristo!-guardandomi quasi con sufficienza, mi risponde: ”lo so!”… “beato lei”, gli ho sussurrato. Ad oggi la risposta per me più ..”originale”, ecco.

 La liturgia per fortuna non ci chiede tutta quella fede ma solo di rispondere Amen: significa..ci sto, così sia! ci metto la firma. Siamo chiamati a dirlo non in automatico ma come risposta consapevole, senza anticipare il prete; magari guardando quel frammento di pane che sto per consumare.

E’ come se…solo così.. potesse iniziare a fare effetto in noi…

Siamo abituati a dire “vado alla comunione, ho fatto la comunione” ma che significa? Credo possa essere interessante e utile fermarci su questo punto, altrimenti resta una parola vuota…e lo dico io, chiamato a far mie le parole della consacrazione: ”questo è il mio corpo, il calice del mio sangue”.. più e più volte!

   Il 6° cap. di Giovanni, che da 4 domeniche stiamo seguendo passo passo, ci presenta il discorso di Gesù sul pane… vorrà pur dire qualcosa questa precisa e meticolosa insistenza!

Vuol dire mangiare il corpo di Cristo. Nutrirsi di Cristo per diventare come Lui, vivere come Lui. Nel Natale celebriamo l’incarnazione: Dio si fa uno di noi. La risurrezione, invece, di domenica in domenica, noi diventiamo come Lui, viviamo di Lui.

La nostra fede non è un insieme di cose da fare o evitare ma una presenza, una persona vivente da frequentare. Che ci offre la possibilità di vivere come Lui, in sua compagnia. “chi mangia rimane in me ed io in lui”, abbiamo sentito dal vangelo.

Se manca tale consapevolezza, aggiunge Gesù  non avete in voi la vita”… parole impegnative…non possiamo far finta di nulla.

Pensiamoci, mentre saremo in fila e quando torneremo al nostro posto. Riflettiamo e preghiamo sul senso di questo sacramento.

Posso essermi anche confessato, aver fatto digiuno e tutto ma se poi non desidero vivere in questa maniera…a cosa serve?

>Facciamo la comunione per vivere in comunione. Con Cristo stesso, riconoscendolo in noi, nel nostro cuore, nella nostra coscienza a sussurrarci vita autentica e verità di ciò che siamo e possiamo scegliere. Non per dovere o perché parte dello show!

>Facciamo la comunione per vivere la comunione: e questo forse è più difficile. Ma se siamo cristiani onesti e adulti non possiamo fare finta di niente. La comunione ha bisogno di essere fatta, cioè scelta, costruita, custodita. Per questo siamo chiamati a rinunciare a certe cose: atteggiamenti di supponenza, autoreferenzialità, violenza nei modi, nei linguaggi, arroganza, disinteresse, egoismo e soprattutto nel coltivare disprezzo, discredito, superficialità.

Per questo siamo chiamati come diceva S. Giovanni XXIII a cercare quello che unisce non quanto ci divide…

se sarete uniti vi riconosceranno, dice Gesù nel vangelo, aggiungendo che l’unità è la prima cosa fondamentale, il primo biglietto da visita per dei cristiani credibili, affinché dirà, tutti siano una cosa sola…C’è in noi questo desiderio? Nelle nostre indaffarate parrocchie lo abbiamo? cerchiamo di realizzarlo? a costo di cosa? con quali scelte e atteggiamenti? forse dovremo smetterla di chiamarle parrocchie: spesso è una parola vuota. Forse sarebbe meglio dire solo “comunità parrocchiali”..il termine comunità ci ricorderebbe questa missione che accomuna i battezzati: costruire luoghi dove ciascuno possa trovare accoglienza vera, comunione! A tutti i costi. Potrà sembrare ovvio ma non limitiamoci a dire, come quell’uomo devoto, Lo so!

 Offriamo al Signore l’amen più sincero, impegno concreto per un regno di Dio che sta venendo anche grazie ai nostri atteggiamenti, come singoli e come comunità cristiane. Sia questo il nostro desiderio andando oggi, ancora,… a fare la comunione per viverla, giorno per giorno, a tutti i costi.

 

Domenica XXa t.o. B-2018

 

 

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(Discepoli di Emmaus, Caravaggio)

Tempo lettura previsto: 2 minuti

In ascolto del Vangelo secondo San Giovanni 6, 51-58

In quel tempo Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

 

Lo so… c’ho pensato anche io, che credete? E’ la terza domenica che stiamo fermi su questo capitolo 6 di Giovanni. Non vorrei ci impantanassimo. Pane, vino, carne, sangue, vita eterna, vita che muore, manna, vero cibo e vera bevanda. Credete sia facile? Mi pare di aver già balbettato abbastanza. Eppure la liturgia ci tiene per la manica…ci trattiene dall’impazienza, dalla compulsione frivola alla novità a tutti i costi, ci spinge a sempre qualcos’altro perché tanto questo l’ho già sentito, so come va a finire, lo spoiler è già bello e servito. Eppure siamo ancora qua: come se quel pane fosse vecchio, di ieri l’altro e per questo destinato ad essere masticato con pazienza, determinazione, umiltà caparbia e abnegazione. Quasi a volerne spremere ancora energia, forza, succo. Per certi versi, se posso, la goccia scava la roccia. Continua a bere, continua a mangiare, mordi forte, fino a farti dolere le mascelle… perché questa parola merita ed è centrale. Ne va della nostra vita ma in primis della nostra fede. Altrimenti la fede della domenica sarà solo un cabaret nemmeno tanto divertente a cui partecipo poco convinto. Altrimenti quel pane, se non lo mastico bene, lo sputerò in fretta, magari senza farmi vedere, cercando altri zuccherini… E’ tremendamente chiaro, Gesùùbbellllo…si vivrà attraverso di Lui: altrimenti non avremo in noi la vita. Andremo a messa e diremo le preghiere, religiosi devoti , meritevoli convinti …ma senza vita. Cioè morti. Amen.

 

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Supercalifragilistichespiralidoso! Omelia XIXa TO B – 2018

Unknown

 

E già immaginiamo Mary Poppins scendere tra i neri camini di Londra con quella borsa che tutti le abbiamo invidiato. E se avesse iniziato a dire di essere discesa dal cielo..chi le avrebbe creduto? non scandalizziamoci quindi se anche i giudei si lamentano di Gesù..

Certo che il figlio del falegname del paese dicesse di essere il pane di vita.. non è facile da credere. Disceso dal cielo, poi, come Mary Poppins…ancora peggio. Appunto

Abbiamo accolto uno scorcio di un discorso ben più lungo e che stiamo seguendo, quasi a puntate, in queste domeniche; Gesù spiega la sua vita a servizio della nostra come un farsi pane buono. E quindi ci sta, visto che ne sta parlando da un pezzo..nel vedere i suoi ascoltatori scettici ..intervenga… nemmeno morbidamente.

 Per due volte Giovanni sottolinea che i giudei “mormorano”: significa lamentarsi, ma… alle spalle, chiacchierare. Quante volte lo facciamo anche noi. Sappiamo sempre a chi dare la colpa pur di non mettere in discussione noi stessi, come giustificarci, che scuse accampare per uscirne puliti. E’ sempre colpa di chi ci propone cosa; più svaluti e più ti giustifichi. Anche qui i giudei sono scandalizzati: lo conoscono quel ragazzone di 30 anni…quindi non possono ne vogliono stupirsi o dargli fiducia. 

Quante volte il vangelo per noi è così: scontato, difficile…soprattutto sconosciuto, quindi meglio evitarlo e restare nel proprio mondo. Si può essere religiosi, cattolici e devoti lo stesso! (si pensa…dandosi ragione!) e continuare a mormorare contro Dio, la parrocchia, la chiesa, i preti, i praticanti, il papa e via così.

  Invece Gesù richiamandoli ad un atteggiamento più responsabile, chiede loro di credergli: chi crede ha la vita eterna. Siamo chiamati a credere che chi dà fiducia a Gesù Cristo, chi scelga giorno per giorno di vivere da cristiano, non deve dargli niente ne adorarlo …ma riceverà una qualità di vita diversa. Ci interessa?

Essere cristiani, mai come oggi, è riconoscere il proprio diritto a vivere una vita di qualità diversa, eterna nel senso di buona, che non marcisce o si consuma, ne falsa, insipida o da accontentati!

-chi crede in Lui, cioè nel vangelo…da leggere e frequentare, come una continua buona notizia, l’aggiornamento da scaricare per ritrovare gusto, senso, forza e direzione, come lo specchio in cui ti rifletti per fare verità, a volte scomode, che ti mettono a nudo, per sentirsi attratti da quel che ti farà autentico, aiutandoti a crescere

più libero e vero, nel rapporto con te stesso, con Dio, con gli altri e la realtà. E’ una vita di qualità nuova, inedita, diversa ad esserci promessa. Ne abbiamo voglia o almeno desiderio? di sicuro, in quanto battezzati, ne abbiamo diritto. Sapremo recriminarlo?

E se proviamo a fidarci, andando oltre la pigrizia, l’abitudine e la tradizione, potremo scoprire qualcosa di grande.

Questo pane, che mangiamo ogni domenica, per sostenerci: è la relazione con Gesù che ci vuole accompagnare e fa il tifo per noi.

All’offertorio sentiamo dire..”lo presentiamo a te perché diventi per noi cibo di vita eterna, …bevanda di salvezza”…

E’ il miracolo di una fede che è relazione viva, carica di novità e speranza, non solo memoria vuota di uno spettacolo scontato che va in onda ogni settimana, un anestetico religioso fatto di incerte frasi fatte e inconsistenti sicurezze.

Ti chiediamo Signore: facci sentire ogni tanto che senza te siamo vuoti e che il pane di cui ci stiamo nutrendo non ci sfama ma illude. Donaci di avere fame di te  per lasciarci così attirare dal Padre, avere una vita di qualità nuova e smetterla di mormorare sempre per niente.