A chi vuoi più bene? Omelia XXIIIa TO C-2019

 

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Qual era una delle domande più assurde e imbarazzanti che ti facevano da piccolo? “A chi vuoi più bene, al papà o alla mamma?” E restavi lì, cercando con lo sguardo magari i genitori, per rispondere ad una questione…ovviamente assurda!

  E voi oggi? A chi volete più bene? A vostra moglie o al figlio? ai vostri genitori o al marito? al primogenito o all’ultimo arrivato, il più piccolo? A Gesù o a…come se si offendesse se rispondiamo altro. Capite che così non ne andiamo più fuori!

Cosa vuol dirci allora Luca attraverso l’ascolto di questo vangelo? 

Gesù pare scocciato da grandi numeri e facili consensi. 

(Ci dovrebbe far molto pensare oggi, questo!) Si gira e siccome erano numerosi, si insospettisce: “Mi staranno mica seguendo per moda, pare chiedersi, per mangiare pane e pesci a scrocco, per stare in compagnia, perché ho trasformato l’acqua in vino? per qualche guarigione?”. Domanda sempre attuale: perché ci diciamo cristiani? A cosa ci serve? Gesù qui non vuole allontanare nessuno ma cerca di far riflettere tutti: chiarire motivazioni, essere onesti con noi stessi e quindi più liberi. Allora per aiutarli a mettere in ordine e diventare responsabili della propria fede, pone tre condizioni.  Ricordate due domeniche fa? quando chiama “operatori di ingiustizia” quelli che gli dicevano “abbiamo mangiato, bevuto, pregato in tua presenza” e la porta fu chiusa…

Innanzitutto ricorda che essere cristiani significa seguirlo, essere suoi discepoli, non atleti del religioso o del sociale. Seguirlo è diverso che avere le proprie devozioni, vivere la parrocchia come un museo, un palcoscenico o un negozio del sacro.

   La prima condizione è quella appunto dell’amarlo di più… e si ritorna alla domanda iniziale. Non serve un genio per capire che la soluzione non è nella quantità, nessuna competizione, ma nella qualità, nel tipo di amore e nel loro rapporto.

Ovvio che il comandamento onora il padre e la madre resta sempre valido ma ricordate quando andranno da Gesù dicendogli che sua madre e i suoi cari lo stavano cercando? Risponde “chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? chi fa la volontà del Padre mio è per me madre, fratello e sorella” …bellissimo. Ciascuno di noi può esserlo!  Allora Gesù ci sta ricordando di voler essere a servizio della qualità della nostra vita, cioè della relazione con noi stessi e con gli altri. Lui è la garanzia, termometro e strategia di come si possa amare di più e quindi vivere meglio. Essere cristiani se non dà qualità diversa alla nostra vita non serve a nulla: invece vuole offrirci capacità di perdonare, accogliere, costruire dialogo, educarsi, la speranza e la fiducia con cui gestire i rapporti; pensate al matrimonio: con la grazia di Cristo io accolgo te. Lui è a servizio dell’amore per mia moglie, per aiutarmi ad amarla ogni giorno come davvero serve. E’ a disposizione della nostra felicità!

    Il salvatore ci vuole salvare dal restare preda magari di gelosie, rancore, invidia o sensi di colpa. Pensate ad es. quante volte relazioni gestite male (magari tra genitori e figli) logorano la vita di coppia, sfasciano famiglie, rovinano amicizie o rapporti, anche nei lavoro o nel sociale. Ci si ritrova tutti contro tutti. E più soli..

La fede in Lui può aiutarci ad essere più veri e capaci di relazioni autentiche, con spirito critico, comprensione, voglia di costruire, andare oltre, scegliere per il meglio e non con orgoglio o egoismo. Prendendo sul serio il messaggio del vangelo e la vicinanza di Gesù nella preghiera e nei sacramenti, tu vivrai meglio le relazioni, amerai di più te stesso e gli altri, fidati!

   La seconda condizione riguarda il prendere la croce. Ciascuno di noi dentro di sé ne ha una: cioè un’esperienza di non vita, vuoto fallimento, fragilità, peccato, impotenza, dolore. Gesù ci dice: guardala in faccia, non subirla più, non arrenderti ma seguimi. Solo assieme a me quell’esperienza non ti schiaccerà ma potrai non risolverla ma affrontarla e viverla. Non restarne schiavo. Potrai rialzarti e la porteremo assieme. Solo seguendomi, vivendo come e con me, riuscirai a conviverci meglio. 

La terza condizione è simile alla prima, il rapporto con i beni: non vivere da consumatore o nella cultura superficiale dello scarto ma in maniera sobria e misurata, condividendo e imparando ad accontentarti senza ansie né ossessioni all’avere a tutti i costi.

Ecco tre condizioni per seguirlo, se vogliamo come discepoli. Gesù ora si rigira, guarda avanti, riprende a camminare dopo questo sfogo, ci lascia lì, folla numerosa: 

ci rimetteremo davvero in cammino dietro di Lui?

Domenica XXIIIa t.o. C-2019

 

 

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Tempo lettura previsto: 7 minuti

In ascolto del Santo Vangelo secondo Luca 14, 25-33

Una folla numerosa andava con lui. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.

Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.

“Si voltò”: la folla numerosa lo segue. Penso alle grandi masse, sempre alla ricerca dell’ennesimo influencer (i guru non vanno più di moda e nemmeno  i “maître à penser”), alle orde di gente che transita di inaugurazione in apertura (per magnare a sbaffo), alle transumanze dai santoni e dalle madonnelacrimose, o più semplicemente a tutti quelli che vogliono tirarsi la coperta della religione cattolica edellenostretradizioniradiciCULtura e valori ecc… dalla propria parte e sempre in alternativa o contro altri. Oppure a quanti vantano curriculum religiosi e performance del sacro-sociale-filantropico (ho fatto il chierichetto da piccolo!)…

Insomma tutti lì a seguirlo con parole o fatti e lui si volta: io non c’ero. Chiaro. E nemmeno voi. Ovvio. Ma me lo immagino scocciato, un po’ come Bud Spencer quando lo picchiavano alle spalle, che guardava in alto sbuffando e poi faceva partire un nubifragio di sberle e pugni: Gesù si volta, perché Lui è sempre in cammino, davanti, come guida e bel pastore. Si gira dicendo tipo…uffa…ma che volete? ma andate via, su, dai, non scherziamo…non avete capito che non è così facile? e nemmeno scontato. Siete in troppi, siete davvero troppi per i miei gusti: dubito abbiate consapevolezza di quel che state facendo. E poi magari dopo qualche miracolo, la grigliata di pesce e pane a gratis e un paio di lacrimucce commosse e assertive…direte comunque Barabba….

E infatti sbuffando, guardando in alto, sollevando sconsolato le spalle, tira quella “segata” a tutti e ciascuno. O mi amate più di tutti gli altri o non vale. Non serve.

Esigente, il signorino, non c’è che dire: umile e modesto, riservato e a modo, vagamente narcisista e con problemi di onnipotenza o autostima???

Eppure pareva avesse già capito che lo avremmo messo tranquillamente da parte. Non dico nell’armadio ma insomma… possiamo essere così devoti cristiani religiosi lo stesso senza di Lui e del vangelo. Dietro i nostri “ci hanno insegnato così- eravamo abituati così o dobbiamo fare così” mentre Lui continua a camminare, generare, soffiare Spirito e fare nuove tutte le cose (Ap 3)… Non siamo chiamati né a offenderci né a spaventarci ma a fare memoria e prendere consapevolezza. Cosa ci spinge a dirci e sentirci cristiani? Quale esperienza possiamo dire di aver fatto o percepito per farlo?

Discepolo: sembra non ci siano modalità alternative…né tifoso, né simpatizzante, né credente a modo mio o altro.

Amare Lui di più di tutti credo sia amarlo in modo diverso così da poter amare tutti gli altri a partire da questo amore per Lui. Un po’ come quando un figlio si sposa. Inizia ad amare sua moglie o marito come principale e quindi “riaggiorna” l’amore per la propria famiglia di origine. Non viene certo meno l’ “onora il padre e la madre”, naturalmente.

Allora non c’è competizione o classifica ma proporzione: penso alla formula del matrimonio o alla promessa scout (esagerato?). AmarLo significa confrontarsi con Lui, riconoscergli il primato nella mia coscienza…non un amore intimistico, bigotto, idealizzato e disincarnato dalla nostra realtà, dal nostro battesimo che ci rende vero si figli ma anche fratelli e sorelle…o dalla nostra vita in famiglia o altro. Chiedersi poi se Lui è per me qualcuno che ha cuore la mia vita e la prende sul serio o altro… la qualità della mia vita con me stesso, gli altri, il creato e le cose dipende dalla qualità del rapporto con Lui.

A me pare questo, insomma…

 

COMMENTA

Al mio posto sono a posto: omelia XXIIa to C-2019

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Provando a distillare questo vangelo potremmo dire così: Gesù conosce il nostro cuore e quindi è in grado di riconoscere le motivazioni che ci spingono ad agire. Spesso sa che non sono del tutto oneste e reali, allora ci provoca. Solo confrontandosi con Lui, ci si può mettere in discussione ed essere più veri. Sempre ci interessi vivere così…! Ma cosa significa? facciamo un passo indietro e ripensiamo al vangelo. 

Certo era una soddisfazione invitare a pranzo Gesù! Prima se la prende con gli invitati, che cercano di accaparrarsi i primi posti, poi col padrone di casa, perché ha sbagliato gli inviti. Mai contento, antipatico! potremmo sbuffare, oppure, fatti gli affari tuoi! cosa c’entrano gli inviti e i posti a tavola con la mia fede?  Eppure Gesù notando, dice Luca, ascolta i loro cuori, riuscendo a decifrare, smascherare cosa li motivi davvero ad agire così. Per caso allora questa pagina ha un messaggio anche per ciascuno di noi? Ci capita spesso di essere come a quel pranzo? 

   Gesù si accorge che attraverso la caccia ai primi posti, gli invitati, le persone insomma, sono in balìa della voglia di apparire, essere riconosciuti e ammirati, di essere visibili, invidiati. Spesso accade anche a noi: i morsi della solitudine o della frustrazione, il non sentirci amati o voluti fa si che si scelgano questi stratagemmi e attraverso l’ambizione e la voglia di riscatto, ci si comporti così. Magari al lavoro, in parrocchia, in classe o nel tempo libero. Purtroppo a volte si educa anche a questo. La fama di certe scuole superiori, vere fabbriche di persone arriviste e individualiste fa pensare. O nello sport, magari a livello giovanile. Che valori passano? Come pure tutte le volte che prendiamo le distanze: prima io, prima noi, fatti furbo, cosa vuoi che sia, faccio niente di male, gli altri si arrangino, magari tornino anche a casa loro…Nemmeno la chiesa è esente da ciò con il persistere di titoli altisonanti, monsignore, eminenza, eccellenza come pure di tanti laici più clericali dei preti, rischiando di tenere più al proprio ruolo in parrocchia che al vangelo, come i politici con la poltrona o certi preti che continuano a sentirsi indispensabili e fan tutto da sé senza coinvolgere i laici o collaborando coi confratelli!

   Gesù vuole ricordarci che tutto questo è solo un anestetico per una voragine che non si riempirà mai. Quei primi posti ti danno un brivido narcotico ma poi il bisogno busserà ancora, farà mendicare attenzione, come un cane scodinzola per un biscotto. Vivremo schiavi di tale ipocrisia…e ci accorgiamo spesso di chi cerchi solo di farsi notare e quanto ci fa ridere o pena. E a noi? Gesù vuole salvarci da tutto questo. Anche perché poi ha un costo sociale e politico, perché ognuno pensa per sé e per quel mio posto son pronto a buttar fuori gli altri, perché il mio bisogno comanda, bisogno di potere, privilegi o guadagno anche illecito. Così magari si educa o ci si abitua a vincere non a convivere, collaborare, valorizzare. A competere ed essere tutti contro tutti in concorrenza, mai altro. A risolvere l’attuale complessità culturale e sociale solo etichettando o trovando un facile capro espiatorio.

“O Signore non son degno di partecipare alla tua mensa ma dì soltanto una parola ed io sarò salvato”….

C’è una certa saggezza in queste parole che la liturgia ci affida ad ogni santa messa: solo il confronto con Gesù e il suo vangelo, come oggi, possono aiutarci a ritrovare in noi la fonte del nostro essere, senza dover apparire. Solo la sua parola può farci da specchio e salvarci da noi stessi, dalle nostre ipocrisie per fare verità di noi. Allora ti ringraziamo Gesù per questa parabola che ci fa sentire quanto tu prenda sul serio la nostra vita e l’abbia a cuore. Donaci di non darlo per scontato, sostienici nell’aprirti il nostro animo, che ben conosci, per accoglierti e illuminarci. O meglio più ti faremo posto, più saremo davvero a posto.