“La parte di me che non posso controllare..” – Omelia Domenica XVa TO – A

(F. Levini, La pulce nell’orecchio – 2013)
 
Abbiamo cinque sensi con cui entrare in relazione con noi stessi, gli altri ed il mondo; li usiamo di continuo, liberamente. Eppure ce n’è uno che non possiamo comandare: quale? l’udito!
Posso chiudere occhi e bocca, evitare un contatto, trattenere il respiro col naso per non annusare ma non posso controllare le orecchie. Non posso impedirmi di ascoltare: è interessante. 
Anche se non lo volessimo siamo fatti innanzitutto per sentire. Come se Dio creandoci l’avesse fatto a posta, per insegnarci qualcosa; non scordando poi il dono di 2 orecchi e una sola bocca.
  Chi non può sentire, perché sordo, di fatto poi non saprà parlare, restando muto. Il cristiano vive in ascolto. Altrimenti è schiavo di sé stesso o spettatore della vita. Ce lo conferma la prima lettura:  un volto di Dio che prima di essere sepolto di preghiere e raccomandazioni, desidera rivolgerci una parola buona e utile, una parola che porti frutto. Bellissimo. Noi veniamo a messa da decenni, ogni domenica: viviamo l’ascolto continuo dei tre vangeli quasi per intero…ma possiamo dire di conoscere Gesù? la nostra vita porta frutto? La Sua Parola ci sta dando la forza di perdonare, accogliere, ci sta insegnando a indignarci, stimare, collaborare? 
ad avere i suoi stessi criteri di giudizio, il suo modo di guardare alla realtà? Cosa significa altrimenti dirci cristiani? 
Le nostre parrocchie indaffarate e socievoli hanno la Sua Parola al centro, come motivazione e ispirazione di stile? Quante persone, energie e risorse si dedicano, in una comunità parrocchiale, all’ascolto della Parola? quante ad attività sociali, sagre, iniziative? dov’è il centro? dove il cuore dell’appartenenza? lasciamo porti frutto questa parola? 30,60, 100…o ci arroghiamo il diritto di poter essere cristiani lo stesso? ma ne siamo sicuri?
   Il seminatore è generoso e continua a seminare da sempre. La Sua Parola ci vuole aiutare a costruire il regno di Dio. Venga il tuo regno. Non è uno sprecone incapace di seminara ma un’appassionato incallito della nostra vita che vuole nutrire con la Sua Parola. La parabola spiegata da Gesù ai discepoli è per noi.
E che disponibilità trova? un terreno, Gesù usa questa immagine diretta e semplice. Non sono quattro categorie di persone…ma disposizioni interiori che ciascuno vive in modo diverso nel proprio cuore a volte duro o incostante, inquieto o recettivo: che il Signore ci conceda l’umiltà di farci piccoli, come ci chiedeva nel vangelo di domenica scorsa, per fargli posto. 
 Diamoci alcuni istanti per rientrare in noi stessi, offrirgli il terreno del nostro cuore e le due orecchie che abbiamo e non riusciamo a chiuderci. La Sua Parola, seme di vita nuova, trovi in noi cuori coraggiosi e audaci per lasciarla entrare e convertirci: cosa abbiamo da perdere? cosa rischiamo? sia essa un nuovo criterio per scegliere atteggiamenti, correggere mentalità, accogliere speranze e crescere nella carità reciproca. Diamoci qualche istante per  formulare almeno un desiderio da offrire al Seminatore, disponibili a portare frutto secondo la nostra responsabilità, da veri cristiani che non possono più rinunciare all’ascolto.

Domenica XVa T.O. – A

(Tempo di lettura previsto: 5 minuti)

In Ascolto del Santo Vangelo secondo Matteo, 13,1-23

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice:

Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!

Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!
Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».

Credo che quei terreni siano il nostro cuore, guazzabuglio di bisogni, nostalgie, desideri, paure ancestrali e istinti belluini…
Abbiamo in noi una strada, un luogo frequentato, dove passano tutti… lì, in noi quando siamo in balia e travolti da messaggi, mentalità,idee..che come virus ci ammorbano: “son fatto così, mi hanno abituato-insegnato così, fan tutti così, che male c’è, chissà cosa pensano, non faccio del male a nessuno, ognuno fa quel che gli pare, ormai non si sa come vanno le cose, i tempi son cosi, non capisco ma mi adatto..” ecc. 
Non importa se mi fa vivere bene o morire dentro lentamente, se mi dà vita, qualità o non vita… ecco gli uccelli…che prendono il seme e se ne vanno.
Il terreno sassoso, con la terra abbondante ma non profonda…le nostre emozioni più saporite ed effervescenti, gli elenchi di buoni propositi… ho fatto un pellegrinaggio, mi son sentito bene, ho fatto quella esperienza, ho conosciuto quel gruppo, quel prete, quell’esperienza così bella che….. e poi? dai frutti ci riconosceranno, sussurrava Gesù ai discepoli…
Abbiamo in noi le spine: stare sulle spine-i rovi, essere preoccupati, in ansia: preoccupazioni concrete e quotidiane.
Avere, apparire, possedere, riempirsi, rassicurarsi, garantirsi, essere all’altezza, difendersi, pensare prima per sé … ansie micidiali, soprattutto educative, dei genitori nei confronti dei figli, iper protezioni…difensivi…  “soffocarono!”.. togliere aria e vita, come due mani attorno al collo, non poter respirare, vivere in affanno…quante persone così purtroppo….
La terra buona, semplice, piccola (cfr. vangelo di domenica scorsa), generosa e disponibile: si fa strada.
Il terreno accoglie, custodisce e mantiene.
Chi è il seminatore? cos’è il seme? La Parola? una buona parola? Uno stile cristiano, una forma di vita diversa da quelle indicate…
un certo modo di fare, educare, credere, scegliere, valutare…
Portare frutto: basterebbe questa come domanda…che frutti sta portando la mia vita?

“Cristiani viziosi..” – Omelia Domenica XIVa TO – A

 
Che pagina di vangelo meravigliosa abbiamo vissuto in settimana. Ogni volta che alla tv davano la notizia dell’invito fatto dall’ospedale Bambin Gesù di Roma al piccolo Charlie Gard coi genitori, mi son sempre emozionato e commosso. Mi ripetevo di continuo questo vangelo, sapendo ci avrebbe atteso oggi: venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi
pensavo a quella famiglia disperata ma a testa alta, impotente di fronte a leggi e questioni legali, ma non sconfitta. Venite a me…
era Gesù, non un ospedale a parlare. O meglio, era la chiesa, la nostra chiesa, nel Suo nome. Venite a me…portatemelo qui, lo accogliamo noi: non per un miracolo o chissà quale guarigione ma per prenderci cura di lui e della sua famiglia, finché possibile. Mi sono sentito fiero di essere cristiano.        Noi abbiamo un vizio: noi cristiani abbiamo il vizio della vita e della vita bella, di qualità.
 Penso con onore a quanto la chiesa nel mondo, senza far tanto rumore, si spenda in prima linea per accogliere e dare qualità di vita a tutti, di ogni cultura, etnia o religione: scuole, ospedali, case di riposo, centri professionali, la presenza in carcere, a fianco degli sfruttati o contro le ingiustizie, comunità di recupero, per minori abbandonati, accoglienza di donne sole, o disabili. Noi cristiani non scartiamo mai nessuno. Per nessun motivo!  Perché tutti sono stati creati a immagine e somiglianza di Dio! tutti per noi, sono abitati dallo Spirito Santo, come per 3 volte ribadisce Paolo nella 2a lettura. Cioè sono sacri. Perché soprattutto crediamo in un Dio della vita, della gioia, della pace: in un Padre nostro, che è tale, per definizione, proprio perché dona la vita e se ne prende cura!          
  Noi cristiani abbiamo il vizio della vita…e della vita di qualità, dignitosa e sacra. Al di là delle becere e meschine strumentalizzazioni politiche, ideologiche o soprattutto economiche che fan da paravento a fanfaroni e truffatori…ai loro motivi legali o alla farsa della fiera del diritto. Chi non sa cosa sia il diritto, confonde i propri desideri frustrati e capricciosi, con i veri diritti. Senza però mai parlare dei propri doveri o responsabilità. Ma sempre e solo a spese e sulle spalle degli altri.
  Charlie ed ogni cristiano, ogni persona davanti a Dio ha solo diritto ad essere innanzitutto ristorato, come annuncia il vangelo; qualcuno che si prenda cura di te. E questo, continua Gesù, riesce nella misura in cui sappiamo farci piccoli. Ne sapienti ne intelligenti ma piccoli: persone cioè che sanno riconoscersi creature, con le proprie fragilità e miserie. Chi si senta comunque di passaggio, provvisorio, mai a posto, arrivato o troppo giusto. Ma sempre un po’ in bilico, tenuto su però da Qualcuno, mite e umile di cuore, che cammini a nostro fianco, sotto quel giogo, in modo da non stare troppo distanti.
Per credere ci viene chiesto di essere piccoli. E di lasciarci ristorare da ciò che siamo, ci stanca o tormenta solo nella fede.
Essa sia giorno per giorno una risposta all’invito più bello che Gesù ci fa: venite a me. Al resto ci pensa Lui.
Noi intanto coltiviamo il vizio della vita.