“Gesù, che password..” – Omelia Notte di Natale 2016 – A

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La notte di Natale è un viaggio. Ci siamo messi in cammino per venire qui, lasciando il tepore di casa e la compagnia del cenone. Un viaggio dalla notte al giorno, dal buio alla luce. Lo aveva predetto Isaia, nella prima lettura: “il popolo che camminava nelle tenebre” cioè al buio. Il buio fa paura, ti disorienta, non sai come muoverti, hai paura di sbattere. Come non rileggere così la realtà in cui siamo immersi e nel quale continuiamo a camminare?
Ad es. per la paura spesso chiudiamo gli occhi, per non vedere: penso allora oggi agli attentati terroristici, che accada qualcosa di male a noi o peggio, ai nostri cari; alla crisi economica, alle tante aziende in difficoltà, anche locali, più o meno famose, alle persone in cassa integrazione, alla paura di quanti non sanno cosa troveranno dopo le vacanze, a quanti vivano situazioni lavorative difficili, di sfruttamento o disagio, perché messi “tutti contro tutti” da un imminente licenziamento o un esubero in stile decimazione. Alla paura che un esame medico ci consegni la diagnosi di “quella malattia là”…
Penso poi alla rabbia: spesso si dice “non c’ho più visto”…alla violenza, fisica o verbale nelle nostre famiglie, alla rabbia del non poter lavorare o del doversi sempre accontentare e viver di conseguenza, a quel senso di impotenza e disgusto che monta in ciascuno di noi al sentire le solite notizie: corruzione sistematica, l’illegalità, da Roma a Milano a Venezia col suo Mose e non solo, agli abusi nelle cave del nostro comune, alla gente che vive come quelle aziende: scava, ruba, imbroglia, prende anche se non può, perché essere furbi e non vedere i diritti degli altri o i propri doveri è sempre troppo comodo. Alla rabbia per le ingiustizie finanziarie ed economiche ai danni delle nostre piccole-medie aziende magari da chi le dovrebbe aiutare e invece le condanna in maniera illecita con accertamenti fittizi, alla rabbia per un Veneto invaso più dal cemento e dai centri commerciali inutili che dagli immigrati; penso alle condizioni di inquinamento e crisi ecologica nel quale siamo immersi, al buio dei sogni infranti, dei fallimenti affettivi, dei vicoli ciechi in cui ci siamo andati a cacciare tra alcool, gioco, pornografia, sostanze e overdose di internet e videogiochi, alla rabbia di fronte alla realtà manipolata ad arte da certi mezzi di comunicazione o dai soliti politici fanfaroni, ai soprusi o alle disuguaglianze sociali, alla rabbia perché non ci sono mai i soldi per nulla, se non per salvare l’ennesima banca, ma non per finanziare una carrozzina o passare un farmaco costoso. 
Penso a quando, poi, diciamo che l’indifferenza renda ciechi…fai finta di non vedere, si dice, no? diventa abitudine pigra a non stupirsi ne indignarsi più di nulla. “Perché tanto…”, diciamo, di fronte a sprechi, scandali, soprusi: il buio ci fa fermare, paralizza.
Paura, rabbia, indifferenza: in quante occasioni, sentite, siamo al buio, disorientati, stanchi. Eppure il popolo camminava, dice il testo, cioè le cose vanno avanti, pur in tali condizioni. E arriva il Natale e questo buio rischia di farcelo vivere da animali, come un diritto quasi da rubare alla religione cristiana, mendicando buoni sentimenti, recriminando scampoli di felicità da celebrare e consumare con riti vuoti che alla lunga danno nausea e indifferenza, portandoci all’eccesso di un Natale da voler evitare a tutti i costi perché inutile, vuoto, ipocrita. Com’è il proverbio?Buttare con l’acqua sporca anche il bambino…il vero festeggiato.
Feste tremende queste, per le persone sole e incompiute, per i posti vuoti a tavola per lutti recenti, per i silenzi e l’indifferenza nella vita di coppia o coi figli o tra parenti, per le sofferenze e le situazioni assurde o maledette, immeritate e strazianti.
Il rischio, vedete, è di continuare a vivere al buio, come una sorta di apnea, senza respirare ne pensarci per tutto l’anno e poi accontentandoci “almeno a Natale” di essere uniti, felici, generosi e sereni. Per poi riprendere una vita al buio, di paura, rabbia e indifferenza. “Su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”, continua Isaia. Mi domando se possa esserci un annuncio più bello e necessario, oggi. Abbiamo bisogno di luce! 
Per la fisica il buio non esiste, è solo assenza di luce.
Ecco la grazia che Dio vuole farci con questo ennesimo Natale. Lo dice Paolo, nella 2a lettura: è apparsa la grazia di Dio, porta salvezza a tutti gli uomini. Ci illumina nel riconoscere le cause del buio, a rinnegare l’empietà, dice, cioè le cose superflue, ingiuste e dannose…a fare la nostra parte. A vivere in maniera sobria, responsabile e misericordiosa. Con noi stessi, con le cose, il creato e gli uni per gli altri. 
E questa luce? e la grazia che ci porta? dove la troviamo? Proprio in quella mangiatoia. Ecco, Luca, nel vangelo, e il nostro viaggio dal buio alla luce si compie. La notte di Betlemme è scossa da un fremito di luce, è nato un bambino. Ecco l’ultima parola che Dio ha detto per noi, ormai 2017 anni fa. Da allora… Gesù Cristo è la password per accedere al mistero di Dio.
Oggi è nato per voi un salvatore. Vuole salvarci da quella paura, da quella rabbia, da tanta indifferenza. Gesù non vuole che viviamo più al buio. Ecco la nostra fede. Pensate alla veglia del sabato santo, la chiesa buia , infilzata dalla luce del cero pasquale ad annunciare Cristo luce del mondo. 
La realtà nauseante e tremenda, ma concreta e reale in cui siamo immersi e che ho brevemente descritta…non cambierà miracolosamente ne svanirà ma ci viene riconsegnata, illuminata da una luce diversa…
Carissimi scegliamo ora di non voler più essere schiavi del “almeno a Natale”.  Chi continua a dire così vuol vivere schiavo della paura, della rabbia, dell’indifferenza. Questa non è la fede cristiana. Non è nemmeno umano!
Quel bambino non lo potremo abbandonare assieme ai chili in più, buttandolo come la carta dei regali ma vuole che prendendoci cura di Lui, nella fede, impariamo a prenderci cura di noi, da adulti, da cristiani consapevoli e cittadini responsabili. Da adulti, autentici!
Avere il vangelo come libretto delle istruzioni, l’eucaristia come ricostituente, la nostra coscienza dove Lui parla per primo come navigatore, il sacramento della riconciliazione come tagliando, la carità come palestra, la comunità cristiana come autogrill, il mondo come orizzonte, il regno di Dio come meta.
La notte di Natale è un viaggio. Ci si è messi in cammino per venire qui, ne torniamo illuminati da una presenza che con noi vuole guardare a quella nostra realtà: non almeno a Natale ma a partire dal Natale cioè da questa nascita, per noi. Gesù viene a riempire il buio della paura, della rabbia e dell’indifferenza. Offre alla nostra vita, nella fede, una dose di speranza, pace e luce. Lasciamolo brillare in noi. Nulla sarà più come prima.
Buon Natale

Natale del Signore – A

(Tempo di lettura previsto: 7 minuti)

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In Ascolto del Vangelo secondo San Giovanni 1,1-18

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.
Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue
né da volere di carne né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me
è avanti a me, perché era prima di me».
Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.
Dal presepio al Prologo è dura: dalla magia irrazionale e tradizionale (comunque positiva) del muschio con le lucette e l’acquetta, delle statuine, della fantasia creativa con cui tornare tutti un po’ bambini preparando a modo nostro l’intuizione geniale di Francesco a Greccio…alle parole toste ed evocative di San Giovanni…. uff. Che botta.
La sensazione però è questa: sul più bello che arriva Natale, la liturgia ci cala la pagina più teologica, complessa e per certi versi affascinante.
Certo, è sempre quella quindi…
Eppure tanto è difficoltoso quasi ostico l’inizio, tanto poi…si scioglie in una concretezza cruda e imbarazzante che mi fa sempre bene, personalmente, così attuale e disinteressata:
“il mondo non lo ha riconosciuto, i suoi non lo hanno accolto…  “ non serve una laurea in teologia per ammettere la più classica delle realtà. E guardarsi attorno.
Siamo tutti un po’ albergatori? Ma non per ravanare la trita e ritrita retorica natalizia che ci sciroppa panettoni, regali e babbi natali già dopo Allouin..ma nemmeno per far finta di niente. Cosa altro ci sarebbe da dire sul Natale? pare perfino di disturbare. Provate a digitare “natale” su Google – Immagini..poi mi direte.
Non vorrebbe ne essere qualcosa di nicchia per i poveri cristiani tradizionalisti che si chiudono a riccio..ne qualcosa di svenduto alla logica consumistica del mercato che lo addobba di parole, atteggiamenti, scelte inutili atte solo al consumo belluino, coatto e immotivato…
Il rischio è di privatizzarlo come un diritto…”almeno a Natale”… vogliamoci bene, siamo buoni, facciamo i bravi, sopportiamo i parenti, stiamo uniti. Chissene frega del senso, del pensare, del riflette o pregare.
Sappiamo anche tutti che il Natale è bastardo per i soli, gli abbandonati, gli esclusi..per chi avrà un posto in meno da preparare in tavola…perché schiaffeggiati dal lutto in questi mesi del 2016…sappiamo anche questo.
Cosa dobbiamo sapere ancora, mi chiedo? da che parte staremo? di chi vuol pensare? di chi si arrabbia e indigna e basta? di chi “magnaetasi”? di chi non vede l’ora passi presto?
Saremo scontati e buonisti come i nostri biglietti di auguri sulle ceste? non lo so… spero non siano solo “cose da fare”… e che i valori importanti non siano solo il colesterolo e i trigliceridi… diremo uno squallido e universale “auguri” o “buone feste”? o avremo il coraggio sfrontato e cristiano di augurare che nasca qualcuno nella tua vita…boh!
Custodire almeno la “differenza” tra i natali diversi o i modi e motivi per celebrarlo…un minimo di spirito critico; non da cristiani ma da persone.
A volte riesco perfino ad avere uno sguardo di misericordia, parlando con Gesù nel presepe…quando penso che dopotutto hanno solo voglia e bisogno di essere felici… che dietro tutte le “cene aziendali” (è periodo, si dice di cene aziendali …ma in quante cacchio di aziende lavorate contemporaneamente? mi chiedo….), le ceste, i regali, i maglioni jumper, la solidarietà buonistica natalizia, le rimpatriate, gli “ape”, gli auguri e la messa di mezzanotte da fuori la chiesa prima di sfasciarmi di brulè, la sbornia di consumi ecc. ecc. insomma…
tutti vogliano solo essere felici. Si stia tutti mendicando un diritto che abbiamo scordato…essere felici e stare bene. Possibilmente assieme.
Il Gesù bambino sul presepe mi guarda, mi fa cenno di non rompere, mi indica il musso. Abbasso lo sguardo, mi calmo.
“Son venuto proprio per quello, pirla!”…mi sussurra. Buon Natale.

” ” – Omelia IVa Avvento 2016 – A

 Una chicca… e non dite il padrenostro, che diamine.. youtu.be
191216
Khangai Nuru, Deserto del Gobi, 2013

Un ladro condannato a morte, un soldato non credente, il diavolo, una prostituta, il capo dei pubblicani, perfino re Erode: nei vangeli parlano tutti…ma non Giuseppe. Nei quattro vangeli non dice nulla. Non credo sia una coincidenza. E’ l’uomo del silenzio.
Forse a pochi giorni dal Natale, la liturgia, offrendoci la sua figura, ha solo questo da ricordare: a conclusione del nostro Avvento, fate qualsiasi cosa ma non dimenticate il silenzio!
A volte è così difficile fare silenzio, per noi sempre connessi. Traffico, rumori, messaggini fischiettanti, caos a casa, strepiti in classe, uffici in open space… quante persone confidano di avere estrema necessità di silenzio. Evitarlo poi, è sintomatico. Cuffie, auricolari, musica e tv ovunque ci anestetizzano perché del silenzio abbiamo paura. La sensazione di vuoto che crea in noi ci dà le vertigini. Scegliere il silenzio non è facile: significa dare la precedenza a chi ti sta parlando senza interromperlo per dirgli subito che abbiamo capito; saper contare fino a 10 senza rimbeccare, rinunciare a dire “te lo avevo detto, ho ragione io, lo so”, significa intuire che non vale la pena discutere o litigare, scegliere di guardare oltre la persona, usando misericordia non condanna. Fare silenzio è mordersi la lingua piuttosto di dire frasi fatte, giudizi sommari, per seminare discredito, zizzania o divisione; fare silenzio rinunciando al proliferare delle chiacchiere inutili, alle cose dette per abitudine o imbarazzo.
Gesù cercava spesso il silenzio, ritirandosi in solitudine la notte a pregare. Davanti a chi lo accusa e condanna, ancora silenzio.
Tantissime persone lo cercano disperatamente nei conventi, nelle chiese, in mezzo al creato, vivendo la notte o il mattino presto. Aiuta a mettere ordine, equilibrio, pace.
Ma cos’è?
Il silenzio non è assenza di rumore ma… fare posto: è un atto di fiducia incredibile e concreto. Fare silenzio è farsi da parte, rinunciando a sé stessi per mettersi in ascolto. E’ dire: prima tu.
Il silenzio, come il mare, è ritirarsi per permettere espressione e creazione. E’ cambiare punto di vista e accogliere.
Giuseppe non dice nulla ma fa tutto quel che era chiamato a fare. Dio affida la realizzazione del Suo progetto a questa coppia: gli serve la disponibilità un corpo e di una mamma che crei carne e storia, per suo figlio. Ma è indispensabile un si che confermi la volontà umana di accogliere qualcuno che farà storia con noi. C’è la paura, certo, di perdere la faccia, di aver sbagliato tutto, il dubbio di non aver capito nulla di Maria, di essere stato tradito e umiliato. Ma si fida. Per far silenzio davanti a Dio ci vuole fede; lasciar fare a lui, sospendere il giudizio, le pretese, quel che si ritiene giusto e opportuno.
Mettersi in silenzio davanti a Dio per noi ora significa tacere di fronte al presepio. Educhiamoci alla preghiera di fronte al presepio: se non impariamo a pregare di fronte ad esso tanto vale farlo. Pregare come Giuseppe e Maria per dire…tu sai qual’è il meglio per me. L’umiltà di far tacere le nostre idee e abitudini, il coraggio di permettergli di stupirci. Mi fido di te, non mi imbrogli, ne vale la pena, aiutami ad ascoltarti. Ecco la fede che solo certo silenzio in noi sa custodire e coltivare. Lo spazio di noi da concedergli.
Ripenso alla poesia L’infinito di Leopardi, quando dice…”Ma sedendo e mirando, interminati Spazi…sovrumani Silenzi,….
e profondissima quiete…ove per poco il cor non si spaura.
E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce Vo comparando: e mi sovvien l’eterno
,
Giuseppe ci doni fede e umiltà: il silenzio è dare spazio: l’eterno di Dio, in quel bambino da accogliere, cominci in ciascuno di noi.