Dalla curiosità al desiderio… Omelia XXXIa t.o. 2019-C

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  Gesù non è andato a casa di Zaccheo per convincerlo a cambiare vita, come un rappresentante del folletto: si è lasciato interpellare dal suo desiderio. Cioè? 

Non credo che a Gerico, per quanto città di frontiera, a quel tempo accadesse nulla di interessante. Di certo il passaggio di questo mezzo figlio dei fiori dovette fare scalpore, col suo strascico di poveracci che lo seguivano, alcuni di dubbia fama, con delle donne poi, insomma…una bella carovana di gentaglia.

  Zaccheo era un personaggio pubblico: capo di tutti gli esattori delle tasse, che raccoglieva per conto dei romani invasori, facendo però lo strozzino, a spese dei suoi stessi concittadini che lo odiano come traditore. Eppure è curioso. Come tutti avrà sentito dire che sarebbe passato sto Gesù, la sua fama lo precedeva. 

Si raccontava dei suoi miracoli, del suo stile di relazionarsi con tutte le persone e poi parlava di Dio, della religione in maniera liberante facendo arrabbiare tutti i devoti benpensanti (e venendo ucciso per questo) ma scaldando il cuore ai poveracci, agli umili, dando sollievo e speranza a chi avesse bisogno, si sentisse sbagliato o escluso.  

Allora Zaccheo non era solo curioso ma magari quello là…avrebbe potuto fare qualcosa di buono anche per lui?

La curiosità diventava a poco a poco desiderio per sé.

Mi domando: noi quando pensiamo a Gesù crediamo davvero che possa fare qualcosa per noi ed essere il Salvatore? O è solo parola vuota nei nostri confronti e per la nostra vita? (non ci serve niente, grazie!).

Gesù intercetta il desiderio di Zaccheo per quello che è. Poco più di una curiosità. E noi? Siamo curiosi di conoscerlo oggi? Ne abbiamo bisogno per crescere o ci serve solo sentirci a posto? A lui basta quello, che lo voglia vedere, spinto dal desiderio e dalla curiosità. Dice: adesso ci penso io! E lo guarda, lo chiama, proprio mentre l’altro credeva di non essere visto e viene intercettato. Pensa solo di guardare, mentre in realtà è già atteso. E Gesù come sceglie di comportarsi? Osserviamolo con attenzione, perché quel Gesù è Dio.. in azione…ora, con ciascuno di noi.

Le sue parole sono molto delicate. Non dice: “Scendi subito perché voglio convertirti”, oppure, “vien basso lazzaron che desso te insegno mi a vivare!” oppure come forse avrebbe fatto il Battista: “Convertiti, fai frutti degni di conversione, poi vedremo il da farsi”. No, il figlio di Dio ragiona da Dio, non col il nostro buon senso. Infatti chiede a Zaccheo di essere suo ospite. Ovvero, si fa bisognoso, si “spoglia” per entrare in dialogo con lui, parte dal suo bisogno non da ciò che gli dovrebbe insegnare! Chi ha bisogno di noi, ci fa sentire fiducia e responsabilizza, ci sprona a dare il meglio. Inoltre parla il suo linguaggio, abituato a dare banchetti e ad accogliere persone in casa propria per fare affari. Gesù è un educatore perfetto.

E così siamo giunti non solo al centro del nostro testo, ma al cuore di una verità che, se ci crediamo davvero, può cambiare la nostra vita: non è la conversione che causa il perdono da parte di Dio, di Gesù, ma è il perdono che può suscitare la conversione! Si pensi alla parabola del Padre prodigo d’amore: il figlio minore, si era preparato il discorsetto di circostanza, ma non riesce nemmeno ad iniziare, quando vede il padre che, “mentre è ancora lontano, lo vede, è preso da viscerale compassione, gli corre incontro, gli si getta al collo e lo bacia”. È in questo momento che è convertito, non in base a un suo programma di conversione! Con il suo comportamento Gesù rivela un volto di Dio che ci offre gratuitamente il suo perdono all’inizio di qualsiasi relazione di fede: se lo accogliamo, potremo anche convertirci, non viceversa! Si cambia perché amati, non per dovere. Prima ti accolgo e voglio bene come sei, poi vedi cosa vuoi fare tu del mio amore gratuito. 

Esattamente l’opposto dei nostri ragionamenti meritocratici.

Signore Gesù, donaci oggi curiosità e desiderio di te. 

Grazie perché ci offri sempre uno sguardo diverso su di noi e la nostra vita, uno sguardo di amore e misericordia sulle nostre miserie e fragilità, senza giudizi e con tanta speranza.

Avremo ancora coraggio di abbassare gli occhi e girarci dall’altra parte?

Dal balcone… Commemorazione defunti 2019

Renè Magritte “La condizione umana”

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Avete presente le strade di montagna? Ad un tratto la carreggiata si allarga a destra e c’è un punto panoramico: una panchina, il cestino e soprattutto la possibilità di contemplare uno squarcio mozzafiato di infinito, farsi selfie o foto ricordo assieme, sostare e riposare facendo come il “pieno” di una bellezza gratuita, magnetica, che dà pace. Oppure una camera “vista mare” o in una città d’arte, la stanza d’albergo da cui guardi fuori e vedi un paesaggio incantato.

   Venire in cimitero, secondo me, è un po’ così: potersi affacciare ad un balcone. Si è in casa e da lì ci si sporge, per contemplare fuori di sé, oltre, un panorama infinito e bellissimo. Misterioso, è vero, ma che ci fa pensare e credere. La casa è dove siamo, qui e ora, la nostra realtà quotidiana. Abbiamo infatti tutti quel bisogno umano e bello di avere un luogo per rallentare, piangere, ricordare i nostri defunti. Una foto da sfiorare con le dita o le labbra, fiori da mettere, qualche disegno, adesivo, poesia o ricordo…quasi a personalizzare la tomba, lasciandosi immergere nella nostalgia.

  Ma che disgrazia se fossimo venuti solo a ricordare una morte, un corpo in decomposizione o un vasetto di cenere, piantando di fatto la faccia a terra, chiudendo il cuore alla speranza e coltivando solo dolore, rimpianto e rabbia,  l’impotente e muta disperazione che ti chiude in casa. Quel balcone..drammaticamente chiuso!

  Ne resteremmo intossicati, avvelenati nel nostro modo di credere la vita, la fede e Dio. Invece il cimitero (o questi giorni di novembre) possono essere come quel balcone che, se credenti nel Dio di Gesù Cristo, morto e risorto per noi, (non è scontato sia Lui, per noi!) ci permette di guardare contemporaneamente anche fuori. Come un trampolino per saltare su, un ascensore per tenere insieme le due dimensioni.

Il panorama invece è la vita oltre, in cielo, infinita e misteriosa, ma abitata per noi da una speranza: l’incontro pieno e definitivo col Signore, il suo abbraccio di misericordia che accoglie tutti e l’invito a guardare a questo balcone lì da fuori. 

La stessa vita da due prospettive diverse. Viverne una ti permette di affacciarti fuori di essa e vedere meglio la nostra casa. La stessa vita eterna che qui stiamo già vivendo e che proseguirà attraverso il “balcone” della morte…la vita terrena qui è solo l’inizio.

  Questo per noi credenti è il frutto principale della nostra fede che altrimenti resta solo un galateo di cose da fare o meno: la morte invece é stata vinta dalla risurrezione di Cristo il Salvatore, che l’ha relativizzata. E’ vero abbiamo perso il riferimento dei nostri cari, siamo più soli e disorientati e non é certo facile anche solo parlarne. Eppure c’è rimasto l’amore seminato e condiviso.

Solo qui possiamo far germogliare, pur tra le lacrime, il fiore di una speranza che va oltre. La perdita anzi aumenta in noi il desiderio di amare. Si fa spesso rimpianto: potevo amare di più! Si fa spesso rimorso: potevo amare meglio! Si fa nostalgia: potrei amarlo ancora! Ma questo genera in noi anche la spinta alla fede cercando nel rapporto con Dio la forza per vincere il potere della morte e vivere -a poco a poco- questa prospettiva di salvezza.

   E’ perché crediamo che i nostri cari ora sono assieme a Lui che possiamo alzare la testa e spingere il nostro sguardo oltre; oltre quel rimpianto, quel rimorso o la nostalgia. Oltre il balcone per aprire le finestre della nostra vita attuale. Dio non lo possiamo perdere e in Lui siamo chiamati a credere i nostri defunti e il termine della nostra esistenza.

“E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. “ abbiamo sentito nel vangelo..

Solo così la nostra tomba, per la potenza della risurrezione di Cristo, diventerà una culla, da cui usciremo alla gloria, la Sua. 

   La morte secondo la nostra visione cristiana allora, è una prospettiva aperta al futuro, perché tutti siamo chiamati alla morte (‘a livella!) che così diventa «chiamata», ma è anche rivolta al presente perché se impariamo a leggere la vita dal punto di vista di essa, noi saremo capaci di gestire il nostro cammino e le esperienze qui sulla terra, con più serenità e pienezza. 

Ecco una sfida attuale e bellissima per ciascuno di noi, proprio di questi tempi, spesso confusi e superficiali. 

Vivere la vita dal punto di vista della morte: significa avere la certezza che nessuno di noi ha la garanzia della vita come pure che possiamo morire da un momento all’altro. Se sapessimo di poter morire entro un’ora, stasera o domani, avremmo due soluzioni: 

o disperarci, correndo al suicidio o cogliendo l’occasione! senza perdere tempo, ma vivendo il tempo possibile che ci resta in tutta la sua pienezza. Allora, ogni cosa diventerebbe importante, anche le più banali: un saluto, una parola, un disguido, una fatica, un dolore, una persona, un amore…potrebbero essere l’ultimo evento della nostra vita e la morte che sta sempre appollaiata sulla soglia della nostra esistenza ci insegnerebbe a non sciupare nulla, ma a vivere tutto come se fosse l’ultimo atto, l’ultimo gesto che deve essere compiuto nella solennità che merita. Tutto allora diventerebbe importante, trasformandosi in scelta consapevole. Vivere dal punto di vista della morte significa cogliere e comprendere le conseguenze delle nostre scelte, ma ancora di più delle nostre omissioni. La cosa bella..è che lo sappiamo ma non lo accettiamo! Così vince in noi la paura di vivere fino in fondo.

La liturgia di oggi ci apre a questa prospettiva perché la memoria dei Defunti e delle Defunte è quasi la prosecuzione della solennità odierna delle Sante e santi. Defunto, dice la chiesa, non morto! Deriva dal latino e significa arrivare a maturazione, giungere a compimento, cioè essere pronto per passare oltre.. fungere..come funzione…Allora questa prospettiva si fa interessante. E’ la nostra fede. Gesù non è venuto a rendere infinita la nostra esistenza sulla terra, nessuna pretesa di essere come i guru della vita e del benessere, il Panzironi di turno col suo “Popolo Life 120”…no..

Gesù è venuto per permetterci di dare un senso nuovo alla morte e quindi alla vita, una prospettiva diversa ad una cosa naturale.“Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” abbiamo sentito nel vangelo.

Così ci offre un balcone da cui affacciarci, una culla da cui rinascere, una strada panoramica da percorrere assieme, senza paura ma con la speranza che nulla andrà perduto e -anzi-sarà possibile così viverlo in assoluta pienezza.

Da dove si inizia ad esser santi… Omelia per “Tutti i Santi” 2019 – C

 

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“che tra demonio e santità è lo stesso, basta che ci sia posto” (V. Rossi, Siamo solo noi)

La festa dei santi dura troppo poco: solo una mattina. Oggi pomeriggio infatti andremo subito in cimitero a ricordare i nostri defunti. Se ci pensiamo è un po’ triste. E non per loro. 

Come se, imbarazzati, non sapendo “gestire” la santità, avessimo fretta di passare ad altro, con cui siamo più a nostro agio. La santità la lasciamo ai calendari o a chi, pensiamo, è meglio di noi, come ci fossero cristiani di serie A e B. Ma è normale, siamo abituati così. Magari ieri sera abbiamo fatto storie contro Halloween perché non è la nostra cultura o da cristiani dovremmo venerare i santi e non irridere la morte, diciamo, ma poi? Tutto qui? Anche questo è tradire: non la religione ma il fondamento della nostra fede. Guai se oggi non facessimo messa in cimitero, sento già le critiche! Se si dicesse, come sarebbe giusto, “la festa dei defunti è domani, anche se è giorno lavorativo!”. Oggi festeggiamo la chiamata alla santità! Credo sia come una sorta di sconfitta: non sappiamo celebrarla, figurarsi sentirci chiamati a viverla.  Un po’ come la quaresima, ricca di tradizioni, liturgie e poi il tempo di Pasqua, 50 giorni fino a Pentecoste ma che noi interrompiamo senza problemi, praticamente subito per far pasquetta e poi dimentichiamo presto la potenza della risurrezione.

  Eppure della nostra santità Gesù ne parla e la liturgia della messa lo ribadisce ogni domenica. Ma noi piuttosto che guardare avanti, preferiamo restare un po’ raggomitolati sul passato o sul nostro dolore, con grande senso del dovere ma vivendo di fatto una fede morta quindi inutile.

   Eppure poi diremo: Credo nello Spirito Santo, la santa Chiesa cattolica, la Comunione dei Santi…E lo diciamo perché, se ci pensiamo, è solo da qui che possiamo credere nella comunione coi nostri defunti, sentirli ancora presenti e vicini e pregare per loro.

Ma come collocarsi di fronte a questa santità? Torniamo alla seconda lettura, versetti molto densi, da assaporare piano.

Giovanni ci dice che: “il Padre ci dato un grande amore”…più di quel che a noi interessi o siamo disposti a credere. E questo ci rende figli di Dio. Vivere così significa sentirsi creatura, immerso in una casa comune, che è il mondo, abitato con me da fratelli e sorelle nel nome di quell’unico Padre che ci ama e chiede di fare altrettanto. Questo darà senso alla nostra vita e ci renderà spesso felici. Mi chiedo se non basti e avanzi per sentire che stiamo già vivendo un po’ la santità, almeno nei desideri. Cercandolo giorno per giorno, scelta dopo scelta, già vivo la mia santità quotidiana. Nessun santo famoso è nato santo né era perfetto.

   Chi di noi può dire che la propria vita cristiana, l’esperienza personale di fede parta dal sentirsi amato da Dio Padre? Che non è questione di cose che faccio per Lui, la parrocchia o gli altri ma di quello che Lui vuole fare per me? Noi lo preferiamo Signore ma Lui vuol essere Padre di misericordia, creatore e noi quindi possiamo essere amati, amabili e quindi diventare amanti? Cioè chiamati ad amare nei tanti modi diversi delle nostre vite e possibilità. Ecco la santità: pensare che questo ci riguardi, non sia da addetti ai lavori, che una parrocchia non sia fatta di chi fa e da chi guarda e viene in negozio la domenica a fare le proprie devozioni. Tutti i battezzati sono amati da Dio.

Chi ha questa speranza in Lui purifica sé stesso,” continua Giovanni…siamo chiamati sempre a purificare la nostra fede e le motivazioni del nostro agire in parrocchia e nel territorio alla sorgente dell’amore di Dio che ci vuole figli amati e che amano. E per questo quel “grande amore” altro non è che Suo figlio Gesù morto e risorto per noi, vivente ora nella vita della chiesa attraverso la Parola e i sacramenti; e vivendo questo rapporto noi realizziamo la nostra santità.  Il concilio Vaticano II dice nel documento Lumen Gentium n. 40: “È dunque evidente, che tutti coloro che credono nel Cristo di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità e che tale santità promuove nella stessa società terrena un tenore di vita più umano. Bellissimo! Ecco allora come vivere questo invito alla santità con quel che comporta anche a livello sociale e civile: e così poter celebrare, speriamo non solo questa mattina, la festa di tutti noi, santi. Santi perché amati e resi figli di Dio.