Facciamo a metà? OMELIA XVIIIa to A ’26

Facciamo a metà? La smezziamo? Durante i campiscuola, in questi giorni mi è capitato di dirlo, come a tanti di voi in varie occasioni, immagino: facciamo metà del panino, perché hai dimenticato il pranzo al sacco, l’ultima fetta di torta, mezza mela, la cesta di frutta o verdura che non riusciresti a consumare da solo. Si divide e si è felici. Anche se, chissà perché, nel linguaggio comune e nell’immaginario collettivo, si è fissata l’idea della moltiplicazione (un po’ magica e straordinaria), la logica del vangelo di oggi è quella della divisione. Mai stato un asso in matematica, ma fin qui ci arrivo. Non creo dal nulla moltiplicando ma divido quello che c’è… se viene offerto.

(“ma cos’è questo per tanta gente” sbufferanno gli adulti apostoli contro il ragazzino che condivide la sua merenda di pani e pesci in un’altra versione dello stesso miracolo…)

   Ma attenzione, facciamo un’utile premessa: in che momento siamo della vita di Gesù? Lo dice il testo: ha appena saputo della morte del cugino GV Battista, è stato contestato a Nazareth, dai suoi compaesani che diffidano di Lui e perciò sceglie di andarsene, forse in crisi, per ritirarsi in preghiera, in disparte, da solo; vuole  comprendere cosa fare. Bellissimo. Non è nato “imparato” ma ha bisogno di pregare il Padre: offrirgli la fatica del rifiuto, del fallimento e della frustrazione, mettersi in ascolto di come continuare ad essere messia, pastore di questo popolo dal cuore duro. E se lo ha vissuto e fatto anche Lui, non è naturale anche per noi, vivere tutto questo? Non vergognarci di sentirci in difficoltà, affaticati, avere dubbi, paure ma…restare sempre in ascolto.

   Ed è come se, ad un tratto, fosse la folla a riferirgli il volere di Dio, insegnandogli come essere, in che modo continuare la sua missione. Si commuove, sente compassione per loro e compie il gesto della divisione. Quel gesto sul pane per tutti, evoca già il suo corpo spezzato in croce e se ci pensiamo, da duemila anni, il modo in cui si rende presente nell’eucaristia per nutrire le nostre vite ad ogni messa celebrata.

   Il verbo o meglio l’azione centrale, secondo me molto plastica e concreta, è proprio quello spezzare. Lo devi spezzare il panino, tagliare la torta per condividerla, senza trattenertela. Lo lascerà spezzare sulla croce, il suo corpo, morendo per noi. Infine…avete presente quando il sacerdote spezza l’ostia consacrata?

Si tratta sempre di spezzare per condividere a tutti. O meglio, guardiamolo in atto: si tratta di accorgersi che non ce n’è per tutti, che tu invece ne hai, accettare che ti dovrai accontentare (nessuno si compra mezzo panino per il pranzo al sacco!), rinunciando a qualcosa di tuo per il bisogno dell’altro, qualsiasi sia il motivo per cui non ne ha, ma scegliere che il noi viene prima dell’io e che non starai peggio di prima, non temere, non ti mancherà nulla…

   Allora si spezza serenamente e volentieri, senza rancore.

Spezzi e condividi, scegli il noi; spezzare è il verbo della condivisione ma anche del sacrificio, insomma dell’amore che crea e rinforza la comunione, l’unità, che fa stare meglio assieme.

   Gesù lo introduce con due gesti altrettanto belli, racconta il vangelo: prendere e benedire. Prende in mano, lo tocca, lo sente, ne fa esperienza. Pensate alla formula della consacrazione che dice 2 volte un evidente “prendete”: cioè entrate in contatto, prendete in mano, accogliete come dono, toccate, assumetevene la responsabilità…(certa tradizione pensa che le mani siano sbagliate e serva solo la bocca per non contaminare Gesù e balle varie)…le mani, prendi, e mangia, non come i cani ma da persona che sceglie consapevole di compromettersi quanto Cristo sta facendo con te, dal giorno in cui è nato 2026 anni fa ad oggi incarnandosi per noi: e poi con uno sguardo di benedizione al cielo verso il Padre, per chiedere a Lui la forza per quel gesto ma anche per ringraziarlo del dono. Spezzare, spezzarsi, donarsi, condividere tempo, energie, risorse, passione per gli altri, per una giusta causa, per bisogno. (animatori, capi scout…il servizio.. mi spezzo, mi condivido).

 Mi chiedo quanto siamo consapevoli di questa dinamica? Ricevo un dono, lo prendo, ne faccio esperienza, poi invoco la presenza di Dio, lo ascolto e solo allora mi spezzo, per il bisogno degli altri. Allora tutto sarà raccolto abbondante e cibo a sazietà, tutti saranno uniti e soddisfatti, come noi, dopo aver “fatto la comunione”: siamo consapevoli di cosa ci chieda mettere in bocca quel pane spezzato? Diventare strumenti di comunione, ovunque, ricordando che Cristo ha raccomandato che solo se “sarete uniti vi riconosceranno”: non solo facendo per gli altri ma ad es. anche scegliendo di spezzare cioè interrompere magari catene di chiacchiere inutili, flussi di lamentele infantili, spezzo cioè interrompo una dinamica di rancore e vittimismo, abitudini cieche o volgari, spezzo cioè interrompo una catena di commenti sgradevoli, ripicche permalose, maldicenze e discredito, il fermentare di tutto questo nei gruppi whatsapp, nei social coi loro gossip, like e fake news, nel proliferare pernicioso di un chiacchiericcio meschino e ipocrita fatto solo alle spalle o degli assenti, spezzare il fluire mai innocuo di quanto come un terribile virus, corrompa la comunione e la comunità dal suo interno, creando schieramenti, rinforzando muri e divisioni.

  Gesù in crisi va in disparte, dicevamo all’inizio e grazie alla folla scopre che dovrà spezzarsi per noi, ci annuncia il vangelo. Lo farà ancora, tra poco, su questo altare; ci trovi umili e disponibili ad accogliere il suo corpo che nutrirà la nostra fame di senso, ma anche la paura che non ce ne sia abbastanza per me…ci doni la fede in Lui nel donargli quel poco che siamo perché lo possa spezzare e condividere, col suo spirito, per il bene di tutti seguendolo con coraggio nel suo “fate questo in memoria di me!”.

Dio non ha fretta… Omelia XVIa to ’26

   Parliamo di fumetti: Tex, Zagor, Mister No, assieme ai primi film western. Siamo tutti figli/e di una cultura in cui erano chiari il bene e il male, i buoni e i cattivi: poi i fumetti della Marvel e non solo: Batman, Superman, l’Uomo Ragno, pensate all’ispettore Callaghan, ai polizieschi, fino a Montalbano e agli Avengers: loro sempre eroi buoni e i nemici da sconfiggere perché brutti e cattivi. Fin qua tutto bene. Semplice: bianco o nero. Così si salva il mondo.

   Poi sono arrivati Robin Hood, Lupin, Diabolik e non solo, ladri, a volte assassini e disonesti, ma simpatici. Dylan Dog, che vince il male ma…mai del tutto. Ed è iniziata così la confusione, poter distinguere bene e male non era più così facile né scontato. 

Chi è buono? Chi è cattivo? Lo canta anche Vasco Rossi, manca la distinzione tra giusto e sbagliato

   Abituati così e allenati dai film americani in cui è certo il cosiddetto happy end, un rasserenante e scontato finale felice, non è facile stare davanti a questa meravigliosa parabola del grano e della zizzania, che invece convivono nello stesso campo, anzi, peggio: sono molto molto simili. Quasi si confondono.

  Gesù ci dice che non ci sarà nessun super eroe; non vuole che alcun servo, pur generoso e integerrimo, si metta a togliere la zizzania. Nessuna deriva interventista, al tutto e subito, così la risolviamo perché “non è possibile che” e magari otteniamo pure  qualche consenso, voto o like perché con me le cose vanno subito in ordine e se non ci fossi io qua… invece, nel Regno di Dio no!

   Grano e zizzania crescono assieme, contemporaneamente convivono nello stesso campo, peggio, si assomigliano! Il male e il bene si confondono. Penso ai virus dei computer o alle frodi: sembrano buone ma sono fregature. In altre pagine Gesù stesso metterà in guardia dai lupi travestiti da agnelli. Ci interessa?

Si ok, e quindi? potrà dire qualcuno. Che significa?

Credo si siano almeno tre ambiti in cui possiamo fare quotidiana esperienza di questa situazione così ambigua.
1) Nel nostro cuore: vi convivono desideri e istinti tanto al bene quanto al male; alcuni vengono dallo Spirito e ci accompagnano al Padre, altri dall’opposto e ci fanno chiudere e allontanare dalla misericordia e dal vangelo: si chiama peccato. Ricordiamo il c.7 di Mc: “Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza”. In noi ci sono grano e zizzania.

2) Anche nelle comunità cristiane convive tutto questo: tanta generosità e passione, tanta devozione ma anche tante resistenze; si può essere cattolici, credenti ma non cristiani, ignorando vangelo, risurrezione, salvezza…la zizzania della calunnia, della menzogna, e poi crescono divisioni, lamentele e vittimismo, il non costruire comunione, corrodendo l’unità a scapito dei protagonismi e dell’abbiamo sempre fatto così o comando io che sono il parroco e quindi… quante volte Gesù ha tuonato proprio contro l’ipocrisia, chi dice signore signore ma non cerca la volontà del padre e tanto altro, quanti scandali e abusi nella nostra chiesa. Grano e zizzania.

3) E infine nel mondo, cioè qui, ovunque fuori dai confini della calda parrocchia, dove la presenza cristiana viene considerata insignificante spesso irrisa o condannata; siamo ormai evidente minoranza, magari troppo impegnata all’accanimento terapeutico  pastorale per sentirci ancora importanti o strappare consensi e … poco seme, senape, lievito, piccolo gregge, come prevedeva già 50 anni fa, l’allora card. Ratzinger.

In noi, tra di noi e con noi: nessuno può tirarsi fuori, grano e zizzania continuano a convivere e assomigliarsi, nell’ipocrisia di motivazioni ambigue, compromessi o propositi poco chiara.

   Per te mille anni sono come un giorno, dice il salmo 90 di Dio, a ricordarci che Lui non ha fretta, è eterno, siamo noi di passaggio qui, finché non torneremo a Lui.         Dio non ha fretta.

Il male è presente, ce lo ricordano i riti del battesimo che ci ha resti figli amati, non perfetti, creature ambivalenti non angeli. 

Pensare di sistemare tutto alla perfezione e togliere per sempre la zizzania in me e attorno a noi è solo delirante cioè non reale.

  Non possiamo pretendere il male scompaia, non saremo mai perfetti, puri, a posto né costituiremo mai comunità cristiane o testimonianze nel mondo con queste caratteristiche. Mai.

Il male deve essere certo combattuto con i giusti mezzi ma non possiamo pretendere o affannarci pensando possa o debba scomparire prima del tempo. Siamo e saremo così, è naturale, creature ambivalenti e così figli del Padre e fratelli e sorelle tra di noi.  Dio non ha alcuna fretta di giudicare o condannare nessuno, perché sa che spesso dietro i comportamenti più irritanti si nasconde solo un disperato bisogno di affetto e riconoscimento.

Che il male è solo assenza di bene, amore, il buio assenza di luce.

  Il giudizio non compete a noi allora ma a Dio, che sa dosare pazienza e forza, speranza e misericordia. Egli non etichetta mai nessuno né si mette a catalogare le persone ed il loro futuro, anzi.

Solo Lui può darci questa speranza. Dio non ha fretta e per questo invita ciascuno direi almeno a starci dentro:

-a non scandalizzarci (tanto perbenismo vuoto non aiuta nessuno) ma nemmeno far finta di niente; provare sempre a riconoscerlo, comprenderlo, limitarlo; siamo umani, Dio ci ha impastato col fango, dice Genesi, mica col burro. E mentre cerchiamo di non soccombere a logiche fin troppo facili contro la zizzania, cerchiamo di coltivare meglio e assieme tutto il grano possibile e fare si che anche attraverso la nostra vita, ambivalente e fragile, esso possa diventare pane per tutti quelli che ne abbiano bisogno.

  Non viviamo nei fumetti, non servono supereroi ma cristiani credibili e uniti, non dobbiamo pretendere alcuna perfezione ma restare nella realtà così com’è, proprio perché così abitata dalla risurrezione e così affidata alle nostre mani, 

sporche ma indispensabili.

No, l’importante non è seminare, dai! Omelia XVa to’26

Eh, vabbè dai,… l’importante è seminare. 

Quante riunioni, attività o iniziative, concluse da chi, a un certo punto, diceva con un sospiro, questa frase: l’importante è seminare. E ci si metteva tutti più o meno il cuore in pace. Più o meno perché si coglieva comunque la sensazione amara del “ci abbiamo provato”. E a poco serviva citare a spanne questo vangelo del seminatore, di fronte ad una mal celata rassegnazione, con un un misto di speranza e frustrazione, impotenza e ottimismo, bilanci incerti, scetticismo, tanta buona volontà e un poco convinto “non ne parliamo più”. Pareva come di giustificarsi o mettersi a posto la coscienza e poi…. tutto come prima, a posto dai, avanti così!

   In effetti, ad essere onesti, questo era solo il finale. Nessuno, lo sappiamo bene, nessuno di noi si mette ad organizzare qualcosa perché “l’importante è seminare”, ma perché entusiasmo, passione, dedizione e zelo ci spingono a darci da fare. Ma poi…

Poi è difficile farsi le domande giuste: perché abbiamo seminato? Che ci stava a cuore? E cosa abbiamo seminato? (idee o abitudini, bisogni nostri o dei destinatari, attività o sicurezze? E come lo abbiamo fatto? Facendo le cose che “abbiamo sempre fatto così” e onestamente sappiamo e vogliamo fare… solo così?

Chi ci ha visto cosa avrebbe dovuto cogliere in noi…seminatori?

   In questo tempo nuovo e inedito di vita cristiana credo sia doveroso riflettere assieme e sperimentarsi come comunità. 

E forse anche, lo dico piano, cambiare prospettiva. Lo si fa riprendendo il vangelo e riconoscendo che in realtà il seminatore è sempre e solo Lui, il Signore della vita. Lo sappiamo certo!!!, eppure poi…decliniamo con troppa leggerezza la famosa frase.

E rischiamo di fare proprio quel che Lui ci anticipa: guardare senza vedere, udire senza ascoltare, ritrovandoci un cuore duro, senza comprendere né convertire né guarire, come dice il vangelo.

   Lui è il seminatore, noi i terreni seminati. E non vale dividere troppo facilmente le persone in terreni…quelli che son così o colà. Ognuno di noi vive fasi diverse, è un terreno diverso in momenti diversi: a volte siamo ricettivi, ci viene facile vivere la fede e sentire il Signore accanto; altre solo emotivi, dopo un’esperienza forte veniamo a messa qualche domenica, preghiamo subito ma poi… la routine ci riconquista e distrae. Altre veniamo travolti da qualche fatto improvviso: lutto, malattia, un dubbio o anche solo dall’ansia e dallo stress…e ci dimentichiamo di essere cristiani, perché la fede nemmeno pensiamo possa sostenerci o illuminarci perché la viviamo solo come un culto di cose da fare. 

Il rischio comune, anche a chi magari si percepisca ricettivo o a posto, è di non comprendere. Veniamo a messa da una vita ma il vangelo continua a non rinnovare mentalità, a non rinvigorire pensieri, a non alimentare le nostre decisioni.

   Allora credo si tratti di riconoscersi seminati, cioè sognati, desiderati, cercati e contemplati dal Padre; raggiunti, stimolati, destinatari di una grazia mediata dalla Parola di Gesù risorto e dai suoi sacramenti nella chiesa. Essere desiderati da Dio è un’esperienza al quale non veniamo introdotti abbastanza ma è il cuore di una rinnovata e liberante vita cristiana, altrimenti si scivola subito sull’essere addestrati a dover compiacere Dio, ma senza averlo incontrato o peggio veniamo addestrati agli espedienti perché Lui si accorga di noi, un continuo dover piacere e non dispiacere a un dio così noioso e banale.

  L’altra sera parlando con una persona ad un certo punto le dico una frase, che reputa bellissima e adatta alla sua situazione, bravo mi dice, grazie, ma io le faccio notare che è una parabola del vangelo e che come può sentire, il vangelo funziona, basta frequentarlo. Essere seminati allora significa solo condividere il raccolto. Riconoscerlo in noi e non trattenerlo. Spesso qualche collega mi chiede di Dio e gli parlo di Gesù e troviamo pace, mi confidava una persona; quella riconciliazione tanto ignorata e vissuta per sfida invece mi ha sbloccato, sento dire al Ceis… venire a parlare regolarmente con un accompagnatore spirituale mi ha fatto cambiare punto di vista sulla religione e ho scoperto la fede… mi conferma qualche altro…L’importante allora non è seminare ma condividere il nostro raccolto.

Sia questo il desiderio con cui vogliamo lasciar seminare da Lui… la nostra vita? No… intanto solo questa nuova settimana…