Messa di Natale ’23

Ricordate l’attore Paolo Villaggio, il ragionier Fantozzi; una delle sue frasi più famose era…come è umano lei, nel senso di buono. Essere buoni significa essere umani. 

Del resto, quando siamo disumani, siamo come le bestie o peggio. Sappiamo anche questo. Interessante, per contrasto. 

Anche nel parlare comune la bontà dice umanità e viceversa. Allora non sono solo buoni sentimenti stucchevoli a Natale ma qualcosa di più, chissà, forse una consapevolezza da rinnovare. 

E Fantozzi ovviamente mica se lo è inventato.

Ma non ve ne accorgete? riflettete

Quando siamo buoni, riuscendo a dimenticarci un po’ di noi, mettendo in disparte il nostro io, a vivere con più leggerezza e ironia, e siamo buoni, facciamo qualcosa di buono per gli altri…poi siamo felici, sereni, positivi. Riflettete…noi funzioniamo così.

Non ve ne accorgete? 

Quando riusciamo a sfondare la corazza delle nostre paure e ad alzare le spalle sui nostri capricci e ferite, dimenticando orgoglio, gelosia, invidia, chiusure,..siamo più felici. Noi funzioniamo così.

Quando ci diamo da fare per gli altri, ce ne prendiamo cura in tanti modi diversi, stiamo meglio, non ci sentiamo solo utili ma vivi. “Se senti dolore,sei vivo. Se senti il dolore altrui, sei un essere umano” (Lev Tolstoj)  Noi funzioniamo così.

A Natale siamo tutti più buoni, almeno a Natale…, A Natale puoi… e tutta la dolciastra retorica del Natale…la conosciamo e ne abbiamo tutti la nausea. E non è nulla contro i buoni sentimenti. Ma attenzione: non buttiamo via il bambino con l’acqua sporca. Già possiamo fare Natale senza essere credenti…non sprechiamo questa vaga e dolciastra tiritera del Natale per comprendere che comunque c’ha un fondo di verità e dice qualcosa di fondamentale su di noi. Noi funzioniamo così, perché Dio ci ha creati per amare.

È che, quando siamo buoni, ci sentiamo generosi e fortunati

e questo ci fa stare bene     E ci sentiamo umani.. perché è come se saldassimo un debito con la vita!

Ma non ce ne accorgiamo? quando siamo buoni è perché Dio Padre si è fidato di noi, si è affidato a noi, ci ha affidato un dono.

Il Natale ha senso quando inizi a sentire che hai ricevuto un dono. E non perché sei stato bravo o buono ma perché Lui è buono e ha da sempre voluto sovvertire i nostri calcoli, meriti, lamentele.

Ecco la buona notizia, letteralmente vangelo

E se non lo crediamo ripensiamo alla 2a lettura, quel capolavoro della lettera agli Ebrei che ci racconta di un Dio che non si perde d’animo e mai si stanca di noi; con pazienza, costanza e determinazione ci viene a cercare…e ci rivolge la parola definitiva che è suo figlio. Qui ci viene detto…che dopo Gesù, Dio non ha più nulla da dire, Dio con Gesù ci ha detto la sua ultima parola, ci ha detto tutto…lui sostiene tutto con la sua parola potente.

Dio è diverso. Totalmente altro da quanto noi pensiamo

e solo questa sua diversità ci apre l’insperato. E solo questa novità ci salva, come dicevamo stanotte, perché da soli non ce la faremo mai. Saremo regolarmente delusi se illusi di bastare a noi stessi.

Che ti interessa se sono buono, dirà quel tale che paga un denaro anche l’operaio dell’ultima ora a quelli che protestano…ecco il volto di Dio, che ci invita a fare altrettanto perché, essendo creati a sua immagine e somiglianza, (GN) e battezzati in Lui, noi funzioniamo così. Lo ascolto sempre nelle riconciliazioni.

    Come si vive la fede e la preghiera a partire da questo? Gesù è dono= noi siamo preziosi ai suoi occhi. Degni di tale attenzione da parte di Dio Padre. Siamo importanti per Lui, la nostra vita gli sta a cuore, prende sul serio ciò che siamo.

‘a quanti però lo hanno accolto (succede che si celebri lo stesso, facendo il presepe ma senza accoglierlo…anzi!) ha dato il potere di diventare figli di Dio. Ecco il senso del Natale, del presepe e di tutto, la direzione verso cui guardare.Ci rende figli di Dio? Altrimenti ci andrà di traverso e sarà indigesto. E tutto sarà diritto, possesso, consumo. E saremo sempre e solo tutti contro tutti.

Il dono di una relazione dice come un ponte, Lui si è donato a noi e noi che vogliamo farcene? quanto questa percezione sostiene la nostra vita cristiana? Ad ogni celebrazione, ogni messa si rinnova per noi questo: si dona con la Parola che illumina, la sua vita nell’eucaristia come cibo, il dono dello Spirito perché ciascuno si senta amato, prezioso, sostenuto e sappia fare altrettanto. 

Perché la logica dell’eucaristia è proprio solo quella del dono. Se lo ricevi, lo diventi. Se lo diventi lo condividi. E nessuno resta senza. Fate questi in memoria di me…cioè  …..fatevi pane.

Chiediamo a Gesù bambino di saperci fare dono di bontà, di umanità per il prossimo, pane come lui,

provando ad allenare il nostro cuore ad essere, come tra l’altro si dice…proprio  “bon fal pan.”

DOMENICA IIIa Avvento ’23 -B

Dal Vangelo secondo Giovanni 1,6-8.19-28

Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce.
Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa». 
Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

Nel deserto: ma che ci faceva il Battista, nel deserto? Ci abbiamo mai pensato? Lì a gridare…così non lo sentiva nessuno. Ma se gridi, vuoi essere ascoltato, credi di avere qualcosa da dire. Ma mica vai nel deserto. A meno che il deserto non sia altro dal classico (e affascinantissimo) mare di sabbia e silenzio. Il deserto in cui ti senti solo a gridare qualcosa che non vuole essere ascoltato, accolto, considerato. A volte ci sentiamo, come cristiani nel deserto? Impotenti, inopportuni, soli. Quando in parrocchia percepisci si è pronti e fieri nel fare tutto tranne l’essenziale. “Se c’è da dare una mano, ok, ma pregareconfessarsiformarsiascoltare”…no, grazie! E nemmeno ci chiediamo più cosa sia. Probabilmente non saremmo d’accordo nemmeno su quello. A volte, lo ammetto, capita, da prete, di sentirsi i soli, magari proprio in parrocchia, ad essere interessato a Gesù Cristo, al suo Regno, alla sua Risurrezione. Serve altro, serve un prete diverso che faccia tutto lui o permetta a tutti di fare tutto quello che gli va, ma non il prete. Non il cane del pastore. Quando ci si ritrova circondati dalla corsa all’accaparrarsi il diritto alle feste del natale ma senza il Festeggiato. Quando in noi non lasciamo parlare quella Voce. Quando sembra davvero scomparsa la nostalgia di Dio attorno a noi. Quando per pudore, per inclusione, per rispetto…non abbiamo più il coraggio di Dio in noi e attorno a noi. E forse nemmeno gridiamo più. Ci limitiamo ai buoni sentimenti, ai sorrisi di facciata, alle convenzioni, a quello che purtroppo, tutti sanno di potersi aspettare dalla chiesa, dai cristiani. Ma non durerà molto. C’è chi lo fa meglio di noi, e spesso a pagamento! Quando hai davvero la sensazione che si stia bene lo stesso, senza sto benedetto Dio. Quando al bue e all’asinello preferiamo le renne (certo altrettanto gastronomicamente saporite e gustose, ma…) e il rito del blackfraidei a tanto altro. Il deserto è vuoto ma anche qualcosa in cui ti perdi subito perché non hai punti di vista né riferimenti per orientarti. E allora cercheresti proprio solo uno che gridi…”di qua! ehi, si va di qua…”

Domenica XXXIIIa ’23 to A

Stringi i denti….

Dal Vangelo secondo Matteo 25,14-30

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: 
«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. 
Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. 
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. 
Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. 
Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. 
Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. 
Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

“Avverrà come …” e giù a raccontare. Questa è forse una delle pagine più note dei Vangeli; di quelle che diciamo “Ah, sì, i talenti, me la ricordo”, nel senso di “La so, la conosco, so come va a finire, nessuna paura di alcuno spoiler”. Prima di fare ancora come qualche vecchia attività del catechismo, elencando le nostre capacità e la poca voglia di condividerle (con improbabili sensi di colpa…), potremmo magari fermare la nostra attenzione sul fatto che Lui ce li ha solo prestati. I talenti sono parte dei suoi averi, i suoni “beni” è scritto; al di là della precisione delle espressioni…insomma, mica sono nostri. Noi forse abbiamo trasformato le capacità ricevute e riconosciute in abilità. E viviamo in maniera individualista un universo costruito su questo, coi suoi frutti e beneficiari esclusivi. Come se avessimo a poco a poco rosicato le radici e ci fossimo sganciati dalla sorgente, dalla causa prima. Ma non è roba nostra: sono dono suo. Certo è una prospettiva di fede che ci colloca creature e figlie/i… creati/e a Sua immagine e somiglianza. Il problema oggi, è quanto mai antropologico. Chi sono, da dove vengo e soprattutto… ma come funziono davvero e perché? Facciamolo pure il classico elenco: ma ricordando questo… siamo affittuari di alcune cose belle che servono per il gusto della nostra vita e per quella degli altri. In entrambe i casi sarebbe utile crescere nella consapevolezza di una certa gratitudine…riconoscendosi strumenti resi responsabili di usarsi in maniera bella. Mi sto usando in maniera bella? Ma che significherà poi? Provate solo a stringere i denti ed immaginare cosa si deve sentire dentro di sé per arrivare a farlo…il resto, verrà.