XXVIII° – A

(Tempo di lettura previsto: 4 minuti)

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In ascolto del Vangelo secondo San Matteo 22,1-14

Gesù riprese a parlare loro con parabole e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: “Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Che casino, oggi..
Una festa di nozze: ecco il regno dei cieli. Venga il tuo regno, diciamo meccanici nei nostri padrenostroipnotici: e Gesù non ce lo descrive come una chiesa silenziosa e buia piena di gente in preghiera, nemmeno come un’assemblea di brave persone moralmente ineccepibili intente a comportarsi bene e sorridere pacifiche.
Una festa, gente che mangia, beve, si incontra, chiacchiera, festeggia, sta bene assieme, si saluta e ricorda, se la spassa. Un “festone” insomma.
E questo regno non viene dipinto come un premio futuro, un paradiso da attendere impazienti come un premio ma come qualcosa già qui da assaporare e imparare a desiderare e riconoscere.
Già qui questa festa è possibile, stile, relazioni, premure, atteggiamenti, scelte. Una festa. Mi immagino i buoi allo spiedo che girano gocciolando grasso.. meraviglioso.
Poi ci sono gli invitati a nozze: inutili dire di chi stiamo parlando.. di noi!
Non se ne curarono.. la pietra (Gesù) continua ad essere scartata. Ignorata: ci sono i propri affari, il proprio campo.. si continua a fregarsene. Insultare e addirittura uccidere. Ognuno colga quel che ritiene onestamente di poter assorbire.
Poi arrivano quelli che nessuno aveva invitato, da cui non ci si aspetta niente: che non hanno mai messo piedi in parrocchia o fatto un’ora di gruppo.. e che fame hanno.. di questo regno.. cattivi e buoni, si entra lo stesso.. facendo passare sempre prostitute e pubblicani, però, attenzione!
Poi arriva l’amico col vestito messo male: calma. Si nota subito che non c’entra nulla. E’ un pezzo di versetti uniti postumi. Legati dal tema ma non dal significato e dal messaggio.
Ne uscirebbe un padrone di casa un tantino permaloso e schizofrenico.
Teniamo conto poi che Matteo nel suo scrivere è sempre un attimo carico di immagini piuttosto risolute; alcuni biblisti ricordano che lui scrive ai giudei.. i quali erano abituati ad essere trattati in maniera un po’ spicciola e brutale..
Ma forse quel vestito mancante ci ricorda che non è scontato che siccome sei.. allora va da sè che..
Insomma.. devi metterci qualcosa di tuo.. il tuo vestito, la tua identità, il tuo stile.. quello che sei, come sei..
Non è tutto scontato, non è tutto dovuto.
Che effetto fa ora invocare il regno di Dio nel padrenostro? Che significa per noi?
Dove sono i segni della festa dell’essere cristiano che siamo chiamati a celebrare e riconoscere?
E se non rispondi perchè te ne frega niente.. vuol dire che il tuo abito non è degno di tali nozze.. sorry!

XXVII° – A

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 http://www.youtube.com/watch?v=4F0ytNzHDj8

In ascolto del Vangelo secondo San Matteo 21,33-43

In quel tempo Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
“La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi?”
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

 

Non ci vuol poi molto a capire che quel mattacchione di Gesù stava parlando di sè stesso..
Mi pare interessante far notare due cose:
la prima è che la vite non è infeconda; non è scarsa, ma sta dando frutti abbondanti. Allora siamo invitati, fuor di metafora (e che metafora) a riconoscere che il famoso regno di Dio è già all’opera, che questo mondo non è tutto marcio ne il bicchiere sempre e solo mezzo vuoto e che non è proprio vero che si stava meglio quando si stava peggio.
Forse siam cambiati un poco anche noi. La vite sta dando frutti ma c’è chi ostacola la raccolta. I contadini si dimenticano di raccogliere l’uva, pensano solo al guadagno facile del rapimento.
Non fanno più i contadini, vogliono guadagnare facile per sè stessi.
Gesù racconta questa parabola a capi dei sacerdoti e anziani.. ai pii e ai devoti: strano, vero? Non lo fa mai..
Sono loro, quelli che si sentono dalla parte della ragione e della verità.. i veri destinatari. Sono quelli che pensano di aver capito tutto su Dio, sulla fede e sulla chiesa. Ovviamente anche sulla vita.
La seconda cosa è che la Pietra scartata è Cristo:
quante volte nelle nostre parrocchia scartiamo Cristo.
Dalle nostre attività e catechesi, sostituito da canzoni, poesie, aforismi o sistemato alla bell’ e meglio in una paraboletta posticcia..
Dalle nostre associazioni educative, educanti.. ma educate?
Dalle nostre energie pastorali.. prima la sagra, la pesca, la costicina, i fiori, i cori, le nostre cose.. chi se ne frega del Vangelo..
Dalle nostre coscienze.. perchè la cosa più importante è che io mi senta cristiano a modo mio..
Dai nostri sacramenti.. perchè il matrimonio è una benedizione e il funerale uno spettacolo, mi servono chiesa grande e piena, commossa e un microfono ben amplificato..
Lui è la pietra scartata.. che viene a fare strike o “striche”.. con tutte le nostre idee e necessità: scagliata da Dio stesso per abbattere le nostre false idee su di Lui, sulla religione, sui meriti pastorali
Dio ci ha buttato addosso Gesù per farci rimescolare la coscienza, per farci sentire che siamo creati per amare e dare un senso di dono e servizio alla nostra vita.
Ci ha lapidato dolcemente per farci smettere di riempirci la bocca di tante belle parole e frasi (sul servizio, la preghiera, la fede..) sbattendoci in faccia cose tipo..
la lavanda dei piedi come punto imprescindibile di partenza..
raccolti abbondanti e ceste traboccanti di pesce, pane, uva..
di acqua ordinaria per le abluzioni e la devozione supina.. trasformata in Primitivo di Manduria..
prostitute e pubblicani in “pole position”..
operai dell’ultima ora premiati..
banchi dei cambiavalute e mercanti vari del tempo mandati via..
ecc. ecc.
Ecco: Dio ci ha raggiunto con Gesù per demolire e ricostruire, ma sul serio la nostra vita di figli..
Ci ha donato un fratello.. perchè nessuno si possa più sentire figlio unico e solo.. magari abbandonato.
Lasciamoci stupire da questa pietra. Chiediamo il dono di saperci meravigliare di tutto..
Di tutte le pietre che sembrano banale ghiaia attorno a noi e invece sono marmo prezioso col quale Dio stesso vuole stupire la nostra esistenza e farci godere della sua bellezza..
Penso allora agli ultimi, a quelli che nessuno caga, a quelli che abbiamo già etichettato e spento.. persone, esperienze, proposte..
Lasciamoci prendere a sassate.. certe pietre che rotolano, fanno un gran bene.
Strike!

 

 

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XXVI° – A

230914

 

In ascolto del Vangelo secondo San Matteo 21, 28-32

«Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli.

 

Ci troviamo innanzitutto nel tempio di Gerusalemme. Gesù è attorniato da scribi, farisei e dottori. Gli chiedono conto del suo comportamento, di quello che dice di essere; indirettamente vogliono anche capire perchè ottiene tutto quel consenso dalla gente. Matteo racconta, qualche versetto prima, che il giorno precedente Gesù, ancora nel tempio, aveva rovesciato i tavoli dei cambiavalute e fatto quella memorabile sfuriata contro chi aveva ridotto la casa del Suo Padre in un covo di ladri..
Ricordato brevemente il contesto temporale e spaziale risulta forse meno indigesta la pagina di oggi.
Mi pare di vederci: noi tutti in fila, ad aspettare, con in mano i nostri cuori devoti e le buone azioni compiute.. i meriti previsti, i carri dei vincitori frequentati, il buon senso a mazzi,  i premi intuìti, le sicurezze conquistate.. si apre il portone in fondo al corridoio ed ecco uno stuolo di melliflui e moderni pubblicani e di procaci prostitute, dietro San Pietro, che ci passano avanti un po’ imbarazzate, entrando per prime nel Regno, godendo il paradiso.
C’è da andar via di testa: potremmo sbottare allora.. che senso ha il tutto? Ognuno faccia quel che gli pare tanto poi Lui fa “tana libera tutti”, un conguaglio che..” va ben dai, non importa!”.
Rischieremmo la fine degli operai lavoratori quotidiani di domenica scorsa: il muso duro e la mormorazione acida perchè.. tanto valeva allora.. meglio giocare al ribasso. E sarebbe un altro autogol, che denuncia la nostra vita da schiavi.
Non so e non mi interessa chi “passerà prima davanti” di me. Difficile immaginare e non lasciarsi sviare dalla plasticità della scena proposta da Gesù. Mi viene in mente una canzone di Vasco Rossi in cui canta “(..) che tra demonio e santità.. è lo stesso! Basta che ci sia posto!”.
Ma mi piace la libertà di Gesù nel parlare chiaro: al di là dei meriti e dei premi.
C’è una volontà del Padre. Quella che vogliamo sempre “sia fatta”, nei nostri meccanici Padrinostri.
Volontà sa di “dover obbedire”. Si, ma obbedire significa “ascoltare con attenzione.” Interessante.
Ascolto prima Lui che me, la mia testa, i miei parametri, giudizi, bilanci, la mia sensibilità ed educazione? Credo che Lui abbia qualcosa di bello da dirmi? Che mi conosca meglio di quanto io credo di conoscere me stesso? Mi fido e cerco di vivere in ascolto, cioè percependolo al mio fianco, ad ascoltarmi mentre gli parlo di me e gli affido la mia vita?
Credo che alla fine non importa se io sono e sarò giusto.. ma se mi sento e mi vivo innanzitutto da AMATO?  Prostitute e pubblicani.. attualizzando.. son solo “gli ultimi”: chi sente di non poter ne dover pretendere nulla ma di aver tutto da accogliere e ricevere come un dono. Di chi sente di non voler recriminare nulla, ma sceglie di vivere di grazia. Non di “grazie”.

 

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