L’indifferente – Omelia XXVIa T.O. – Anno C –

Mi vengono in mente 4 situazioni..
Un noto industriale del mio paese, ricchissimo e che conduce una vita sobria, ne lussuosa ne ostentata. Molto semplice, non si fa mancar nulla, ne avaro ne egoista, generoso con tutti, sempre sereno e felice.
O anche.. alcuni nostri adolescenti che arrivano anche a vendere il proprio corpo o dignità per una ricarica telefonica o un vestito di marca..  gente che cerca sempre di apparire e sentirsi viva attraverso la roba che possiede, sempre affannata e infelice.
Oppure.. persone che vivono con poco, senza grandi pretese o inseguire nulla, con dignità, ma che mi trasmette sempre un gran senso della provvidenza, del sapersi accontentare, del vivere la felicità delle cose semplici, avendo trovato pace ed equilibrio nella vita e infine.. una persona molto ricca, ma sempre un po’ insoddisfatta, che vive affannata dal mito del possedere, apparire, consumare, raccontare, incantare.. alcuni suicidi eccellenti di persone che sulla carta avevano tutto e di più..
Abbiamo tutti in mente casi come questi. La nostra attenzione e comprensione deve farsi più profonda e meno emotiva.
La ricchezza non fa la felicità, diceva uno.. figuriamoci la povertà!
Ribatteva l’altro.. ricchi, poveri.. categorie fin troppo semplici con cui ragionare eppure concrete. Mai come oggi in un mondo dove circa l’80% delle risorse é in mano al 20% delle persone e viceversa il 20% delle risorse deve bastare per l’80% della gente..
Una certa ricchezza aiuta, sostiene, permette.. ci mancherebbe anche altro però mai, lo sappiamo.. mai sostituisce ne può comperare i beni più preziosi dell’amore o della serenità, mai può davvero competere contro il potere della sofferenza, della malattia, é sempre impotente di fronte alla morte o alla libertà dell’altr.. che magari mi lascia o rifiuta.
Gesù nel Vangelo non condanna la ricchezza, che é un bene, frutto magari di impegno, determinazione, responsabilità assunte.
Ma mette in guardia da una delle cose peggiori, che nascono in un cuore chiuso ed egoista (non ricco o povero!).
Questa cosa é l’indifferenza.
Il ricco epulone nonostante abbia dovuto lasciare tutto e sia morto giacendo all’inferno ancora non chiede.. ma comanda! «Padre Abramo, mostrami pietà» e ordina!, «Manda Lazzaro», lui, il ricco pensa che tutto gli sia dovuto. Lui si serve delle persone, non ha mai servito.
Abramo tenta di farlo ragionare e prendere coscienza della situazione ma.. ecco l’egoismo del ricco insiste indifferente. Dice, «Allora padre, ti prego di mandare Lazzaro», lui di Lazzaro si serve, «a casa di mio padre perché ho cinque fratelli». Gli interessa soltanto la sua famiglia, non dice “mandalo al popolo, alla gente, mandalo ad annunciare cosa succede se accumulano denari, se non pensano agli altri”.
No, il ricco è incurabilmente egoista, pensa soltanto a sé stesso e che tutto gli sia dovuto. Vorrebbe salvare i suoi fratelli, la sua famiglia, degli altri non gli interessa.
Contro questa indifferenza oggi Gesù ci mette in guardia: quella che non vede altro che sè stessi e i propri interessi, a scapito degli altri:
un modo di lavorare disonesto, la promozione di cose immorali che creano dipendenza, inquinare l’ambiente, chiaccherare e mormorare (pensiamo al richiamo potente di Papa Francesco), pensare al mio potere, carriera e ruolo, far finta di niente e mai condividere quello che ho o che sono con gli altri perchè ci penserà qualc’un altro.. usare violenza e tanto altro, non é indifferenza? Un cuore chiuso, insoddisfatto, affannato, che non si interessa degli altri, del futuro, dei più deboli o svantaggiati, del creare una società migliore..
E’ sullo sfondo di tale orizzonte che oggi collochiamo l’inizio del nuovo anno pastorale per la chiesa e la nostra comunità.
Oggi cioè.. ci concentriamo sul braccio operativo della nostra parrocchia che ha a cuore.. vivendola in prima linea, soprattutto l’educazione e allora in particolare le catechiste, gli animatori, il coro, i capiscout, i membri delle tante associazioni ed iniziative che partecipano alla grande missione dell’educare..
Ecco innanzitutto come la Chiesa, (che non é sempre e solo il Vaticano), combatte l’indifferenza pigra di una frangia della cultura e della società che non sanno e non vogliono più educare.
Si sporca le mani, non con i migliori, non con i pagati.. ma coi disponibili. E lo faremo spinti dalle parole di Paolo a Timoteo, nella 2a lettura, desiderosi cioè di tendere alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla mitezza..
Vorremmo fossero questi i nostri attrezzi del mestiere assieme alla benedizione che riceveremo.. a ricordare che siamo Suoi strumenti, mandati.. così come siamo.. solo perchè disponibili..
Ne abbiamo bisogno perchè, come scrive S. Paolo, combatteremo la buona battaglia della fede.. per ricordare che essere cristiani “in missione”.. non significa aver capito tutto o vivere tranquillamente la propria vita cristiana.. combatteremo ben attrezzati.. col desiderio di raggiungere e far respirare quella vita eterna.. cioè infinitamente bella che è l’unica promessa con cui possiamo risultare credibili.. educhiamo oggi perchè abbiamo in noi una promessa.. che la vita.. da cristiani.. sia bella e gustosa.. che è molto di più di “facile o difficile..”
Per farlo abbiamo bisogno anche della preghiera e del ricordo di tutti.. la Chiesa é bella così. Tutti sono utili, chi va in prima linea.. diciamo così e chi li accompagna con la preghiera.
Con questo desiderio e impegno continuiamo a celebrare l’eucaristia, affidando alla nostra preghiera i tanti impegni con cui la parrocchia e la nostra collaborazione pastorale cittadina riprende a lavorare e spendersi: per lottare contro  quell’indifferenza che genera solo chiusura e rancore e annunciare a tutti il regno di Dio e la liberante bellezza di una vita che profumi di Vangelo.

Omelia in un sms – Omelia XXIVa T.O. – Anno C –

Mentre parlavo sentivo che dei “congegni” all’interno di me si frantumavano e lasciavano posto alla Verità  e ad una concretezza nuova per me. Quando sono uscita dalla chiesa ero più che felice e mi dicevo che Dio è magnifico e mi sta vicino con tenerezza. Mentre facevo la strada del ritorno avevo il sorriso stampato in faccia e guardando il cielo ringraziavo poiché mi sentivo leggera. In fine dopo vari mesi ho sentito quella libertà che il Signore ti dona quando chiedi il suo perdono.
Auguro a ciascuno di voi questa esperienza alla fine di una confessione. Sentirsi così… leggeri, liberi e veri.
Non c’è pubblicità più efficace oggi di questa testimonianza reale.
Ad essa io affido il commento di queste letture, tanto ricche quanto profonde e belle, da assaporare. Ci sono tutti gli ingredienti di una vera esperienza di fede e salvezza.
i congegni che si frantumano.. ” bella questa immagine di quel che accade nella propria coscienza quando uno abbassa la guardia e inizia ad essere disponibile e fidarsi, facendo fare a Dio; allora si frantumano di colpo le idee sbagliate su di Lui, gli alibi su di sè e le giustificazioni sulla fede, la confessione, la morale.. sul “non so cosa dire, mi perdono da solo, non ho fatto nulla di male, dipende, son sempre le solite cose, non serve andare dal prete…”..  come facciamo a ignorare il dono della misericordia di Dio, di un sacramento per noi, di un Dio che proverebbe gioia per un peccatore che torna a casa, come quella pecora o quella moneta nel Vangelo?
Ha davvero più voglia lui di perdonarci che noi di essere perdonati; perchè facciamo sempre prevalere il nostro orgoglio e teniamo chiuso il cuore? Dio prova gioia nel donarci misericordia. Perchè non glielo vogliamo permettere? Il figlio prodigo, non ha nemmeno dovuto suonare il campanello perchè il Padre era ancora fuori ad aspettarlo.. tanto era in pena e desideroso che quel figlio tornasse a casa.. così fa Dio con noi, é in pena finchè non ci lasciamo raggiungere e amare.
Lasciare posto alla verità.. bello, si fa strada la verità di noi, del volto di Gesù, di un Dio padre di misericordia.. non di un generico signore.. e come un balsamo risana, perchè ti fa sentire accolto, prezioso, ritrovato. Se lo lasci entrare tocca la tua vita con la luce della sua Parola, da accogliere con fede e speranza. La verità rende liberi, diceva san Paolo, non chiusi, permalosi, passivi.. come gli scribi che mormorano, all’inizio del Vangelo.
una nuova concretezza.. ” cioè sentire che la propria vita non é divisa in tante scatole, ma unificata dallo spirito santo in noi dal battesimo, che ci dona concretezza cioè piena aderenza a quello che siamo, come siamo, senza nascondersi ne vergognarsi…che quel perdono mi rimette tutto in piedi e mi dona la nuova consapevolezza che sono un figlio prezioso. La dignità più grande che Dio voglia donarmi. Non uno che vive la sua vita di tutti i giorni da sè e poi va a messa. O dice le preghierine della sera.
Ricordate? Il figlio maggiore della parabola si lagnava perchè.. .perchè viveva da schiavo, chiuso su meriti e colpe.. era probabilmente molto religioso ma non libero. Il Padre invece vuole solo dei figli attorno a sè, amati e preziosi, liberi!
mi sentivo leggera..” solo il perdono scioglie il cuore dai sensi di colpa, dai muri costruiti per giustidicarci nella nostra coscienza, dalle rigide chiusure delle nostre presunte fedi cristiane, dalle barricate dei nostri silenzi ostinati e orgogliosi.
Pensate a quando tra pochi minuti, diremo, per voce del celebrante..”Liberaci, o Signore, da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni, e con l’aiuto della tua misericordia vivremo sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento, nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo” .. Lasciamo che ci aiuti con la sua misericordia? ne abbiamo bisogno? ci salva da noi stessi e dalle nostre scuse..m.a anche dalle confessioni banali, vuote, scrupolose e non sentite..
“Ho sentito quella libertà che il Signore ti dona quando chiedi il suo perdono.”
Il perdono non te lo puoi dare da solo. Non puoi far finta di niente. Rimorsi, rimpianti, sensi di colpa.. ci possono tormentare una vita. Il perdono, che nasce solo nella relazione d’amore, ci ridona un cuore pulito e una coscienza libera.. la misericordia che il Padre ci offre ci sa addomesticare e ammansire.. ci lascia belli.
Dio mi sta vicino con tenerezza.. penso alla parabola della pecora smarrita: ci aggiungiamo un dettaglio, fondamentale come sempre: forse ci aspetteremmo che una volta ritrovata, la pecosa si prendesse almeno due legnate sulla schiena, per essersi allontanata, o una scarica di parolacce… no: La prende in spalla. Sa che è stanca. Ha sbagliato strada, ha percorso sentieri impervi.. si era persa.. come noi.. era andata lontano, avrà avuto paura, angoscia, senso di sfiducia, abbandono, fallimento.. Ma non viene rimproverata. Lui se la prende in braccio. Le trasmette la sua forza, la fa ristorare per riprendere poi il cammino. Tenerezza e bontà di mamma.. inaudita. Dettaglio bellissimo.
Riusciremmo mai a contemplarci con umiltà di figli amati e di creature..  a contemplarci, a desiderarci sopra quelle spalle?
Noi che ci teniamo distanti perchè prima vogliamo risolvere da soli i nostri problemi.. pronti a recriminare.. Lui ci offre direttamente il suo amore. Non se e perchè lo meritiamo.. ma solo perchè ne abbiamo bisogno. Dio ci ama non se siamo bravi. Ci ama perchè abbiamo bisogno del suo amore incondizionato, ad oltranza ed eterno. Perchè solo così ci sentiamo davvero amati e amabili. Solo così ci sentiamo a casa e quindi figli! Solo così siamo in grado di amare gli altri a nostra volta di un amore reale, grande, degno di noi, di amare sul serio.. e allora tengono anche i matrimoni, non si sfascia una famiglia per denaro, non ci si vende in cerca di affetto, non si trovano anestetici o compensazioni..
Solo così saremo strumenti del suo volto di pace, una chiesa che come auspicava Giovanni XXIII aprendo il concilio vaticano secondo.. preferisce usare la medicina della misericordia invece che le armi del rigore.. quella medicina che lui dona a chi si riconosce ammalato.. Lui che é venuto non per i sani ma per gli ammalati, i bisognosi di quel volto di padre e di quell’abbraccio tenero di misericordia.
Che questa parabola ci inquieti, ci liberi e ci doni l’umiltà di desiderare questo volto del Cristo presente e vivo nelle nostre vite.

Tutti contro tutti? – Omelia XXa T.O. – Anno C –

Bè.. finchè é nuora contro suocera o viceversa.. non c’è di che stupirsi.. fin da allora facevano fatica. Ma non ne vuole essere una giustificazione, anzi! Quasi a dire “tanto é scritto anche nel Vangelo, quindi.. ”
La precisione con cui Gesù insiste nel finale è micidiale. Sembra davvero non voler lasciare fuori nessuna relazione e rapporto.
Insiste, pignolo, nell’elencare.. e quasi in modo sadico prende ad esempio del suo dire proprio la famiglia, a far stridere ancora più fortemente quella divisione stessa.
E’ un tratto del suo volto strano: necessita maggior attenzione e riflessione. Non sta certo mettendo a soqquadro l’antico testamento, la tradizione,  l’onora il padre e la madre o l’ama il prossimo tuo come te stesso.. o il più semplice buon senso.
Eppure in questa “iperbole parentale”.. un segno c’è. La divisione come garanzia di verità e scelta.
E’ così amaramente ironico.. pensate sia venuto a portare la pace? Sembra rivolgersi così a quanti continuano a considerare il cristianesimo come un narcotico, una fede addormentata, qualcosa che..basta esser buoni, volersi bene, andare tutti d’accordo e mangiare in compagnia…o fare un po’ di bene.. andare a messa quando mi sento.. fare i bravi non facendo del male a nessuno..
Sono venuto a portare il fuoco: che brucia, purifica, consuma, spoglia, mette a nudo. E’ un dritto Gesù.. non ce le manda a dire.
Se la prende contro chi vorrebbe addomesticare il suo messaggio:
Penso a quando questo che si fa annuncio attraverso la chiesa, venga sminuito.. ma ormai fanno tutti così, che male c’è, ci son problemi più grandi, non faccio niente a nessuno.. son problemi miei, faccio come mi pare.. ci giustifichiamo, troviamo degli alibi, ci lasciamo come andare a un rigurgito continuo di indifferenza e non ascolto.. mettendo pregiudizi e scuse in primo piano. Non ci interessa.. a noi basta fare e pensare a quello che ci fa comodo. Innalziamo il compromesso a regola, a scudo, a modello di buon senso.
Penso comunque a quanti tra di noi, voi, ogni giorno vivono e patiscono tale divisione. Al lavoro, a scuola: come é difficile dirsi cristiani.. dire che vai a messa, che ti sposi in chiesa, che frequenti il corso o qualche associazione.. o magari anche lavorare in modo etico, sostenibile.. senza approfittarsene, fare i furbi.. ecc.
Oggi Gesù ci ricorda che o il vangelo per noi é anche un po’ scomodo o qualcosa non va.
Sento particolarmente vera e cruda anche io questa pagina. Penso a tanti dialoghi sentiti o avuti, a confronti con le persone.. che poi tanto confronti non sono perchè alla lunga si fa fatica a mettersi in discussione.
Spesso siamo avvolti da una mentalità che relativizza tutto e trova sempre il modo per giustificare e concedere. Appena annunci qualcosa di grande bello o nobile.. vieni tacciato di.. si, però.. affiorano paure profonde, dubbi, incertezze.. mascherate da buon senso o senso comune..
Si cerca di ridurre la fede cristiana a devozione, sganciandola da una minima morale. Un vuoto ambito privato ma inutile.
Questo fuoco vuole smascherare i mille travestimenti con cui ancora continuiamo a voler imbrogliare le coscienze dicendo che tra bene e male dipende, che tra legale e illegale , maschio e femmina, giusto o sbagliano.. insomma é tutto lo stesso, che tra la giustizia e il vittimismo bisogna salvarsi a tutti i costi, che basti chiedere una grazia, che la chiesa é ancora indietro in un sacco di cose, che con un buon avvocato o una mazzetta si sistemi tutto, che siccome il progresso non si può fermare allora l’ambiente, l’embrione, la persona, gli indifesi, i diritti dei lavoratori, la sicurezza e la saluta.. vengono dopo! Si, dopo dei soldi guadagnati alle spalle di chi non può opporsia certe scaltre politiche.
La divisione di cui parla Gesù indica che il Vangelo e la sua scelta fendono senza pietà ne problema, le coscienze e i rapporti anche di sangue.
A dire che la prima fedeltà a cui siamo tenuti è quella alla nostra coscienza e a Dio stesso che ci ispira in essa. Ecco la nostra fede.
Quella divisione non è cercata ne voluta da Gesù o dal Vangelo per sè stessa. Emerge come effetto collaterale, da non sottovalutare ne dimenticare.
Dietro quella divisione, che è conseguenza, effetto e garanzia di autentica libertà di coscienza.. c’è in trasparenza il volto di quel Gesù stesso che ci sta garantendo che è presente e vivo.. solidale con il nostro bisogno di autonomia e indipendenza. A garantirci la nostra libertà. A smascherare paure, pigrizie e connivenze.
Sono venuto a portare il fuoco, l’alta temperatura morale in cui avvengono le vere trasformazioni del cuore e della storia. E come vorrei che divampasse! Stare vicino a Lui è stare vicino al fuoco.
Al tempo di Gesù in nome della religione si condannava, escludeva, abbandonava. Le donne e i bambini erano senza diritti; gli schiavi in balia dei padroni; i lebbrosi, i ciechi, i poveri trattati con disprezzo.  E Lui si mette dalla loro parte, li chiama al suo banchetto, fa di un bambino il modello e dei poveri i principi del suo Regno, invia le donne ad annunciare la Pasqua, ci insegna a mettere al centro il valore della persona, distinguendo peccato da peccatore, ci provoca ad imparare a perdonare, a dare del Tu a Dio, a viverlo come padre, ad amare i nostri nemici, ci ricorda che abbiamo il potere di fare andare le cose davvero in modo diverso se lo vogliamo.
La fede è abbracciare il suo progetto di vita, convinti che un altro mondo è possibile; non tanto mettere in pace la coscienza, ma risvegliarla! E la pace di chi si dona, di chi ama, di chi non si attacca al denaro, di chi non vuole dominare né vendicarsi diventa precisamente la spada, cioè l’urto inevitabile con chi pensa che vivere è dominare, arricchire, chiudersi.
Chiediamo al Signore Gesù che scaldi i nostri cuori e illumini le nostre coscienze indicandoci nella verità del suo vangelo, il nostro autentico bene;  ci renda suoi fratelli nell’accendere, li dove e come viviamo, fuochi di coraggio, di fiducia e illuminarci con l’audacia della sua speranza. Confidiamo in lui.