Il figlio del falegname – Omelia IVa T.O. – Anno C

Due pensieri flash su cui rallentare, con cui mettersi in ascolto:
il primo viene dal vangelo.
Perchè il profeta non é accetto in patria? dicono “non é il figlio del falegname”? che sia profeta l’uomo dell’eccezionalità, forse lo accettiamo ma che lo sia un figlio di falegname, uno che vedi tutti i giorni, quello dalla vita ordinaria, facciamo fatica ad accettarlo. E così facendo svuotiamo di profezia e di importanza le cose più quotidiane, gli incontri più ordinari. E’’ il figlio del falegname, cosa vuoi che ti dica quello la?
La profezia può andare insieme al figlio del falegname. Sta in ascolto di ogni cosa, sta in ascolto di ogni creatura, della vita quotidiana.
Di fondo il problema che noi tutte le volte che diciamo così..abbiamo già deciso nei nostri cuori chi é Dio e come fa a parlarci. Soprattutto come non deve fare.
Ci parli coi miracoli, nei risultati, con i fatti, con le grandi conversioni e i pellegrinaggi all’ultima moda…da dove torni sconvolto e convertito, fino al prossimo pellegrinaggio.
Ma per favore non con le cose o le persone ordinarie. Non con la preghiera quotidiana, il vangelo o la confessione…no…non con le persone più normali e forse scomode.
Quelle non possono essere mai come un angelo che Dio ci invia per provocarci e scuotere le nostre pigre vite spirituali.
Dio non può servirsi di esperienze e persone fuori dai nostri gusti.
Aspettiamo sempre che accada quello che sappiamo riconoscere e ci aspettiamo, non quello che Dio é libero di fare, le persone o le esperienze ordinarie di cui Lui, almeno Lui, sia libero di volersi servire.
Siamo in perfetta sintonia di pensieri con le parole di Paolo ai Corinti su cui ci siamo confrontati all’inizio della messa. Paolo mette in guardia dal cercare chissà quali carismi: le grandi profezie, la grande fede che sposta le montagne, le grandi preghiere, i grandi gesti di carità (quella tutta presbite però che vede solo le cose lontane e spesso eclatanti ma non i vicini…) e ci invita a questa carità ordinaria, fatta di attenzione, rispetto, silenzio, delicatezza nei modi e cortesia.
E’ questa la carità nascosta e silenziosa che non avrà mai fine.
Tremendamente scomoda e concreta. Scomoda perchè concreta.
Tra un elenco di cose fatte per gli altri e per i lontani del terzo mondo e il far pace coi propri figli o li cercare di andare d’accordo coi vicini di casa…. ce ne passa.

Il secondo pensiero viene dalla celebrazione oggi della 35a giornata per la vita. La nostra fede cristiana da sempre vuole tenere al centro il rispetto per la vita: quella innocente, che sta per nascere, quella morente, che va spegnendosi con dignità, quella appena nata, che trovi una famiglia che sia tale, o che non debba soddisfare canoni o criteri di data qualità, quella che non dica che la vita di un figlio é un diritto, qualcosa da rivendicare, sbandierare e possedere.
Da sempre questa é la posizione della chiesa, con una sua sapienza e convinzione basata sulla rivelazione del sogno di Dio per noi, su un preciso ordine naturale delle cose, del suo regno: ben distante da logiche di mercato, interessi economici o farmaceutici, da lobby di pensiero o vessilli di modernità, emancipazione o presunte libertà. Che ci guadagna, daltronde la chiesa a far riflettere sul valore di certe cose? che ci guadagnano invece, tanti altri? forse voti, strumentalizzazioni, fama, potere, soldi, rivendicazioni.
Mi domando se tale posizione che frutta regolarmente alla nostra chiesa vessazioni, accuse e condanne…non sia poi quel di cui dice il vangelo. la profezia… quella profezia che é il parlare a nome di Dio, cercare il suo volere, ascoltare la sua sapienza, fidarsi di chi non passa come una moda o come una presunta conquista sociale.
Ecco la profetica missione della chiesa, fedele al mandato di Gesù, profeta irriso e ucciso proprio perchè indicava la strada a Dio.
Ma loro, il figlio del falegname, pensavano già di conoscerlo. Non era quello che si aspettavano.
La missione della carità,  quella via..di cui ci ha parlato Paolo…via significa strada..in cui nessuno si senta arrivato ma tutti in cammino, certi solo della direzione giusta. Quella carità é Cristo stesso. Il desiderare di viverla, il sentirsi almeno scaldare il cuore e motivare dal desiderare sia così ci permette di vivere come Cristo stesso, di fare nostri i suoi atteggiamenti e sogni. Direi di più: significa permettere a Cristo di vivere in noi.

Come una candela.. – Omelia Presentazione di Gesù al tempio, Candelora 2013 – Anno C

E’ una scena curiosa, quella che abbiano sentito e alla quale Luca ci fa quasi assistere da dietro le quinte. E’ la storia di un duplice incontro. Ci troviamo al tempio di Gerusalemme. Vi arrivano Maria e Giuseppe, con il piccolo Gesù.
Fedeli e osservanti della legge ebraica dovevano compiere il rito di offerta e riscatto per il loro primogenito, presentandolo al Signore.
E qui avviene il primo incontro. Luca dice che il vecchio Simeone mosso dallo Spirito, si recò al tempio… in realtà stiamo quindi assistendo ad un appuntamento.
Simeone attendeva quel che ad un tratto Dio realizza. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore, che avrebbe ricevuto la consolazione di Israele.
Simeone, sul finire della propria vita, desidera essere rassicurato. E’ stato devoto “giusto e pio” lo definisce Luca… porta nel cuore il desiderio di veder compiersi la propria preghiera e fare esperienza di quel Messia a lungo invocato e atteso. Ed é molto delicata ed efficace la scena di lui che prende in braccio il bambino, benedice e ringrazia Dio e i genitori propompendo in quella bellissima preghiera:  ora lascia o Signore che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola….quasi un sospiro di sollievo. Molti di noi sanno che questa sua frase viene usata ogni giorno nella preghiera liturgica della sera, detta compieta.
Ogni sera siamo chiamati a fare nostri i sentimenti di fede e abbandono di Simeone nell’affidare la ns giornata che sta concludendosi al Signore: ringraziarlo di quello che abbiamo vissuto e della sua presenza al nostro fianco. Queste parole ci ricordano che durante la nostra giornata il Signore rivolge degli appuntamenti anche a noi, muovendoci col dono dello Spirito Santo per riconoscerlo al nostro fianco.
La nostra vita di cristiani ha come primo riferimento la salvezza che Cristo é venuto a portare nel mondo e che si rende a noi disponibile come fosse una luce.
Ma ci ricorda pure che siamo cristiani nella misura in cui desideriamo e attendiamo fare esperienza di Gesù. E’ vero, non potremo prenderlo in braccio come Simeone ma la nostra fede ha bisogno anche di segni concreti per essere coltivata.
Penso a quella candela benedetta che molti di noi si porteranno a casa. E’ un gesto tanto semplice quanto significativo.
Parrebbe quasi ridicolo in un contesto come il nostro razionale, scettico, disincantato eppure anche molto scaramantico, credulone e bisognoso di riti e pratiche diversi.
La tradizione vuole che questa candela si accenda nei momenti di temporale o pericolo. Mi piace molto come gesto. Il suo senso é tutto nelle parole della benedizione: “benedici questi ceri e ascolta le preghiere del tuo popolo,
che viene incontro a te con questi segni luminosi guidalo sulla via del bene, perché giunga alla luce che non ha fine.”
Ognuno di noi, portando a casa tale candela, non avrà tra le mani solo un pezzo di cera ma si sentirà accompagnato dalla luce di Cristo, che faremo entrare nelle nostre case, esponendola da qualche parte. Pensate però a quanto possa esser ricco di significato tale gesto. La possibilità, in un momento di temporale, di accenderla: cioè di ricordare la nostra fede nel Signore accendendo quasi la sua presenza in casa. Pensate alla possibilità di usare più spesso queste candele: quando si alza la burrasca tra marito e moglie, tra genitori e figli…o se delle nuvole nere stanno avvolgendo la vita della famiglia… ecco quella candela, come fosse un faro che segnala qualcosa a cui stare attenti, una luce da chiedere per affrontare un problema, un segnale di aiuto da lanciare. Accendo il desiderio che questa luce ci sostenga nella difficoltà sopraggiunta, ci illumini a soluzioni di pace, ci guidi nei passi da compiere. Non ci faccia sentire soli e al buio.
Ecco semplici applicazioni a cui riferire questo gesto. Abbiamo bisogno che la nostra vita concreta, in famiglia e non solo, si faccia preghiera di umile affidamento e richiesta. La candela da accendere come un monito a tutta al famiglia che c’è bisogno di Lui…che stiamo sperando e confidando nel suo aiuto, che da soli ci si sta incartando. Ecco una famiglia cristiana.
Allora come il vecchio Simeone anche ciascuno di noi potrà vivere la propria compieta, la preghiera di affidamento e ringraziamento al Signore per il dono di sè come luce che accompagna le nostre esistenze.
Il secondo incontro é con Anna: Luca ricorda che era una profetessa cioè avesse il dono di cogliere i segni della presenza di Dio nella storia e nella vita quotidiana per orientare ad essa le persone. Infatti, parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Sa riconoscere quindi nelle persone i loro bisogni più profondi, il disorientamento o le strade sbagliate in cui uno é andato a cacciarsi. E offrire loro la luce del Signore, come àncora di salvezza.
Ciascuno di noi, nel battesimo, é stato consacrato re, sacerdote e profeta… ha ricevuto cioè questa capacità. E’ racchiusa in quel dono di fede accolto e racchiuso nella candela che durante il battesimo stesso viene accesa.
Ciascuno di noi é chiamato con la propria vita illuminata da Cristo ad illuminare anche gli altri, a farsi testimone, come Anna per le persone accanto a sè, come quella lampada che Gesù ci raccomanda di non lasciare sotto il moggio ma di esporre perchè sia visibile.
Diventeremo così anche noi delle candele: solo consumandoci potremo illuminare. Così serviremo a qualcosa. Come Cristo stesso si é consumato nella croce e nell’eucarestia che stiamo celebrando.
Sia questo oggi il desiderio con cui ci affidiamo a Lui, come candele preziose, disponibili tra le sue mani, per poter anche noi, alla fine delle nostre giornate e delle nostre vite, dire con Simeone e Anna, che la luce del Signore ci ha davvero cambiato la vita.

Lo ascolterò davvero? – Omelia IIIa T.O. – Anno C

Poco più di un anno fa in quella chiesa eravamo tutti emozionati e commossi dalla gioia per quel matrimonio. Guardavamo con soddisfazione quella coppia di nostri amici che finalmente avevano ceduto, mettendosi assieme e sposandosi.
Tre giorni fa eravamo ancora lì, la stessa chiesa, le stesse persone se non di più, la coppia di amici. La commozione e le stesse lacrime..non di gioia ma di dolore. Perchè tra loro c’era la piccola bara bianca della loro bambina, a lungo attesa ma morta durante il parto.
Per il funerale hanno scelto le stesse letture del loro matrimonio: il libro del Qohelet…quella pagina famosa in cui l’autore fa l’elenco dei tempi che la vita ci offre..un tempo per amare e per soffrire, per la gioia e il dolore, per parlare e tacere.
Indimenticabile riascoltare quella stessa pagina, assieme..e sentirla già così drammaticamente vera. Era già cambiato il tempo da vivere.
Quella pagina della Bibbia aveva dimostrato tutta la sua attualità in così poco tempo.
Quant’è vicina la prima lettura…parla esattamente di questo.
“tutto il popolo piangeva mentre ascoltava le parole della legge”
Il libro di Neemia, nell’AT, 700 ca. anni prima di Cristo testimoia una liturgia ebraica del tempo che, se leggiamo con attenzione, ci ricorda proprio la messa che stiamo celebrando; in particolare la prima parte, quella che chiamiamo Liturgia della Parola.
Sono riuniti assieme e viene loro letta e commentata la Parola di Dio. E il popolo, abbiamo sentito ..piangeva. Cos’è il pianto se non una reazione emotiva..di gioia o dolore, di gratitudine o sofferenza… é il modo in cui reagiamo all’attrito tra la nostra vita e qualcosa che le accade…bello o brutto non importa.
E’ quello che accade ogni volta che ascoltiamo la Parola. Anche se non piangiamo…non possiamo certo restarne indifferenti.
Facciamo l’esperienza che Dio attraverso quella Parola, quei testi, esempi, immagini…con quelle parabole e racconti, ci vuole raggiungere, toccare il cuore, liberare la vita.
Non so se abbiate mai versato una lacrima leggendo la Bibbia. Io si…ho alcune pagine che mi hanno toccato particolarmente in alcuni precisi momenti della mia vita. Vi hanno portato liberazione, hanno sciolto una tensione che vivevo, mi hanno consolato o fatto tremendamente arrabbiare. Insomma l’ho sentita viva, utile, scomoda, dolce, liberante. E posso testimoniare certo di non essere l’unico.
Quante persone continuano ad innamorarsi di questo modo con cui Dio ci parla. Magari dopo aver ascoltato per caso un brano di vangelo a un funerale o in un altro momento.
E’ l’esperienza innanzitutto di un Dio che ha fatto storia con le persone, in luoghi, modi e tempi precisi.
E’ il bisogno di alcuni, ad un certo punto, come Luca nel vangelo, di mettersi a scrivere perchè quanto vissuto non vada sprecato ed una precisa comunità possa vivere quanto annunciato.
E allora questa realtà continua: penso a quanti, nel silenzio, scelgono di venire in chiesa alcuni minuti prima per leggere per conto proprio le letture dal foglietto…o che a casa, in tanti modi diversi, lo fanno volentieri, grazie a internet, a tanti libri e sussidi di preghiera. Alle tante iniziative che la nostra parrocchia o la città mette a disposizione, penso alla finestra biblica.
Più noi conosciamo, frequentiamo, gustiamo la Parola…più faremo esperienza vera reale, effettiva ed affettiva del volto di Dio.
L’ignoranza della Parola é ignoranza di Cristo, diceva san Girolamo, che nel 400 tradusse tutta la bibbia in latino per portarla fino a noi. Non possiamo riconoscerci cristiani se non frequentiamo un po’ la parola, se non vi incontriamo il desiderio di Dio per noi, desiderio di rivolgerci un messaggio per la nostra esistenza, una risposta alle nostre preghiere, un sentimento o una emozione su cui lavorare nella nostra vita spirituale.
Posso testimoniare che più uno la conosce più Dio la fa traboccare in noi al momento giusto.
Il semplice citarla in una occasione, non é forse segno che ti sia venuta in mente proprio quella pagina? in cui magari Gesù, in una situazione simile a quella che stai ora concretamente vivendo..si é comportato in un certo modo.
Allora tu, mentre sei in un situazione, con una persona, con un sentimento nel cuore nato dall’attrito tra la tua vita e la realtà..ti viene in mente un brano, una espressione di Gesù..ti puoi chiedere…Tu Gesù adesso cosa avresti fatto? cosa diresti?
Ecco come Dio ci raggiunge.
Ecco come può portare pace, sollievo, luce, direzione, gioia.
QUella gioia di cui la prima lettura dice che Esdra
E’ una frase che conosciamo bene, perchè compone una delle formule con cui si conclude la messa e saluta l’assemblea.
Nella lettura poi ad un certo punto la gente viene invitata a mangiare e stare serena. vini dolci, carni grasse, porzioni abbondannti per tutti…
cioè imparare a confidare nella provvidenza in un Dio che ora interverrà e consolerà
in una comunità che sostiene e accompagna con una rete di relazioni concrete
nella preghiera fiduciosa.
Allora la forza di Dio, in tanti modi diversi, dopo averci raggiunto ci darà la sua gioia.
Abbiamo questo desiderio nel cuore? Ascoltare. Il cristiano non ascolta se stesso, i propri gusti e criteri ma ascolta lui. Il cristiano é tale se sceglie di vivere in ascolto.
Affidiamo al Signore questo nostro desiderio, aumenta in noi la fede nella tua parola, la voglia di nutrircene, per farla traboccare sugli altri e per leggere la nostra esistenza con un sapore nuovo.
Donaci il desiderio di quella gioia, la tua forza, la tua pace.
il dono delle lacrime come quel popolo, cioè di una esperienza bella e reale della tua presenza nelle nostre vite.