“La pelle delle mie mani..” – Omelia IIa Domenica di Pasqua A-2017

 
Qualcuno crede che le mani possano essere lette, la chiromanzia: si pensa che linee e pieghe nascondano segreti della persona e indicazioni per il nostro futuro.
Gesù mostra le mani forate dai chiodi ai discepoli, invitandoli a ricordare quanto ha subìto e patito anche per loro. In quelle mani, il segno della risurrezione. Non un corpo come nuovo ma un nuovo modo di vivere quel proprio corpo, cioè sé stessi.
Voi, cari qui presenti, anche per ricevere il sacramento dell’unzione, porgerete le mani al sacerdote. Non per essere guariti nel corpo, non sono un medico. Ma proprio per poter vivere in maniera diversa quanto state affrontando e soffrendo. Con fede, pazienza e speranza. Non da soli ma, potremmo dire, da risorti!  Oggi il sacramento che riceverete ricorda a tutti noi qui presenti che questo lungo tempo di Pasqua ci vuol provocare a vivere la risurrezione di Cristo, scoprendola in qualche modo significativa per le nostre vite quotidiane. E voi ce lo testimoniate e ricordate. Ne siete esempio e promessa.
  Non vi leggerò il futuro, prendendovi le mani ma scoprirò chi siete: come una carta di identità mi racconteranno della vita trascorsa, le fatiche fatte, le grazie ricevute. Guardatevi, guardiamoci tutti le mani. Con esse avete vissuto, stretto quelle del vostro amato/a il giorno delle nozze, allevato figli e coccolato nipoti. Avete pregato, tenendole giunte o con la corona del rosario tra le dita. Avete tanto lavorato, cucinato, sofferto e amato. 
Spesso guardando le mani capiamo uno che lavoro fa…
  Anni fa ero in servizio a Dosson:     quando alcune persone venivano alla comunione con le mani rovinate e tutte viola, capivo allora che avevano iniziato a lavorare il radicchio…
  Noi alziamo le mani in segno di resa, mi arrendo!, le porgiamo per dare aiuto, vuoi una mano? Diciamo così i nostri desideri.
  Sia per l’unzione che per la comunione noi offriamo le nostre mani…riceverete l’olio consacrato dal vescovo giovedì santo scorso che, come dice la formula, vi offrirà salvezza e sollievo, mediante il dono dello Spirito Santo. L’olio renderà la vostra pelle più morbida, liscia, elastica, la pelle delle mani, con le quali accogliere meglio, nel corpo, la malattia, la solitudine ed il peso dell’età.
Il profumo vi ricorda una presenza in voi, del Signore risorto.
   Venendo alla comunione le mani accolgono il corpo di Cristo come nutrimento, trasformando le nostre vite in tabernacoli; i nostri corpi si fanno vivi e forti, soprattutto responsabili della comunione da costruire per la missione ricevuta: fate questo in memoria di me…rinsaldando la comunione col Signore risorto che camminerà con noi e aiutandoci a costruire e garantire la stessa comunione – unità – collaborazione gli uni per gli altri.
   Ieri e oggi tanti nostri cresimandi verranno unti come voi ma con l’olio del crisma per confermare la loro scelta di fede e l’impegno bello alla vita cristiana. Sono giorni davvero di grazia allora questi, per cogliere il sapore della risurrezione. Siamo chiamati a non avere fretta di girar pagina perché le feste di Pasqua son finite: no, dobbiamo ancora iniziarle! Riflettiamo…a partire dal vangelo:
Credere nella risurrezione dei corpi non significa che ci verrà dato un corpo perfetto, come appena comprato, no. Significa riprendere a vivere con quello che il nostro corpo ha vissuto più volentieri, con quanto ha dato senso e sapore alle nostre vite, cioè l’amore.
Gesù apparendo ai discepoli mostra il proprio corpo, le mani e ricorda loro che li ha amati fino alla fine. Per tre volte rivolge il saluto e dona la pace..pace a voi; quando da piccoli litigavamo ci veniva chiesto di fare la pace e darci la mano!
Gesù oggi, attraverso lo Spirito Santo, presente in quell’olio, vuole ricordarci che siamo credenti non perché possiamo toccarlo, come Tommaso, ma perché ci lasciamo toccare: dall’olio, dall’eucaristia, dalla Sua Parola da ascoltare, dalla preghiera comunitaria e dal canto assieme, dal fare la sua volontà restando uniti, dal percepirlo nelle nostre coscienze a suggerirci il meglio per noi. Lasciamogli l’iniziativa allora, non ostacoliamolo con la nostra fretta, ansia o superficialità: facciamo nostre le parole di Tommaso, Mio Signore e Mio Dio, come invocazione e preghiera.

“Trovare l’alba dentro l’imbrunire” – Omelia Sabato Santo A-2017

 
Quanto tempo ho? vorrei togliermi uno sfizio, un’idea che ho da quando sono arrivato qui tra voi…e visto che quest’anno tocca a me e la prossima volta sarà tra 2 anni meglio approfittarne.
Sono innamorato di quel quadro e di quanto rappresenta….
….
Siamo chiamati a prendere posizione: chi di questi rappresenta meglio come arriviamo a questa Pasqua?
Il personaggio misterioso ce lo chiede, vuole aiutarci a fare verità. Altrimenti resteremo nell’abitudine annoiata, tanto sappiamo già il finale.  Verremo qui come a visitare una tomba…come le donne. Erano passati 3 giorni, ricordate la risurrezione di Lazzaro? manda già cattivo odore…da 4 giorni: la prova tecnica, a quel tempo per certificare la morte. Le donne vanno ad assicurarsi  sia davvero morto. Anche noi rischiamo di celebrare non solo un morto, uno che non ha più nulla da dire alla nostra vita reale, un ricordo, anzi di controllare che essendo morto, non disturbi la nostra religiosità, le nostre abitudini e tradizioni, le cose da fare.
   Resteremmo spenti, come quelle donne…tra la notte ed il giorno, la possibilità di venire alla luce, nascere, e quella di restare al buio…ciechi di fronte alla potenza della risurrezione. 
Abbiamo bisogno anche noi, come diceva il cantautore Franco Battiato in una sua vecchia canzone, Prospettiva Nevskij di un maestro che ci insegni com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire. Cioè trovare i primi spiragli di luce nella notte di tante nostre esistenze. La notte dei sepolcri chiusi dall’orgoglio, incastrati nel rancore, sigillati dall’indifferenza, rattrappiti dalla fretta, dall’abitudine.
   Pensate a quando nel parlare comune ci si augura di “metterci una pietra sopra”. Deriva da qui, da quella pietra che sigilla, definitivamente, dice basta! a posto così. E’ proprio morto.
Ed invece…Dio non lo ha accettato. Ha voluto togliere quella pietra. Solo così la luce avrebbe ripreso a brillare. Come le candele di questa notte. Non abbiate paura, l’angelo annuncia alle donne e a ciascuno di noi, stasera, Cristo è risorto. Che terremoto vuole creare il Signore nelle nostre vite, bussando ai nostri cuori quando siamo chiusi o rassegnati. Crepe che come ferite diventano feritoie e fanno passare finalmente la luce…
La luce della 1) Parola e 2) della promessa:
Cristo si è fatto parola, si è fatto luce per illuminare le realtà oscure e complesse delle nostre esistenze. Guidarci oltre il potere della morte. Non ha e non poteva evitare la morte ma solo spalancarci la porta che ci permetta di attraversarla: senza Cristo, senza porta…la morte sarebbe rimasta un naturale e definitivo muro contro cui andare a sbattere e disperare. Non ci sarebbe stato nulla in cui continuare a sentire i nostri cari ancora vicini.
Non mettiamo più alcuna pietra sopra a nessuna vita allora,…ma la sappiamo proseguire in modo pieno e definitivo nell’incontro con Dio..la casa del Padre che ci attende nell’amore. 
Ecco la promessa che illumina il nostro oggi, donandogli prospettive che nessun uomo può darsi…ma solo accogliere, come una luce nuova che brilla di domani. Il presente, un dono.
    Nella tomba di un mio vecchio amico, morto di overdose, dopo una vita al limite dei suoi desideri infiniti hanno scritto “verrà un giorno talmente diverso da non avere domani
Questa frase mi ha sempre profondamente commosso perché dice bene il desiderio infinito di vita piena che ciascuno di noi porta dentro. Ma siamo consapevoli che tale pienezza non è realizzabile in questa vita terrena qui…provvisoria, fragile o a volte da dimenticare…? noi non crediamo di essere fatti solo per questa vita terrena, ..ma per la vita eterna…che gusteremo in modo definitivo solo in Dio. Tutto in noi dice che non ci bastiamo mai…
Dio ci ha fatti per lui…a Lui andiamo, in Lui, ciascuno di noi, realizzerà quell’amore che qui ha cercato, voluto, offerto o patito.
Questo ci dice chi vuole essere Cristo per noi: lui che non è
venuto a spiegare le cose ma a salvare le persone…ci sostenga in questo cammino. Due volte le donne si sentono raccomandare di tornare in Galilea… perché? perché da li tutto era iniziato. Li era cominciato il ministero di Gesù, aveva raccolto i primi discepoli, aveva stupito e affascinato le persone con le sue parole, ammansito la gente con la sua mitezza, coinvolto con la sua passione. La risurrezione, la luce, la promessa, noi le incontriamo giorno dopo giorno nelle nostre galilee, nei nostri luoghi ordinari, non in chiesa o in parrocchia ma innanzitutto li dove il Signore ci ha posti, nelle nostre famiglie e luoghi di lavoro…
Li la luce della risurrezione ci sta già aspettando, splenderà come un’alba nuova, una speranza diversa.
Ci trovi, come i personaggi di questa nostra opera, disponibili e accoglienti, Osanna O Barabba, Cristo è risorto per noi.

Omelia Giovedì Santo A-2017

 

Per i fan storici….   https://youtu.be/MrHBHT5tqiI 

 

Ciao! non si può nemmeno salutare? gesto gentile…innocuo.
E’ probabilmente una delle prime parole che abbiamo imparato: “fai ciao con la manina!” Ma che significa? ..
Ciao è internazionale, tutti nel mondo sanno che è un saluto, non si traduce nemmeno: ma sappiamo cosa vuol dire? è una vergogna non saperlo sia perché ha un bel significato sia perché deriva dal veneto, in particolare dal veneziano. Vuol dire schiavo! Era un saluto ossequioso, compare anche nelle commedie in dialetto del Goldoni. Schiavo tuo,…nell’uso prolungato diventa ciao! cioè a tua disposizione, sono qui per te.
Fa un certo effetto secondo me scoprirlo. Schiavo fa venire in mente qualcosa di brutto e antico, campi di cotone, colonie, mercati di essere umani: niente di nuovo anche oggi comunque, tra prostitute, traffico d’organi o di profughi in Libia e altre perle della nostra così evoluta società globale.
   Fa effetto soprattutto perché ci sembra termine eccessivo, sgradevole, non vogliamo essere schiavi di nessuno ne ci servono schiavi, a malapena spesso sopportiamo la badante!
 Noi preferiamo essere autosufficienti. Non vogliamo aver bisogno, ci pare di legarci. Meglio autonomi e indipendenti.
Aver bisogno dell’altro non ci piace. Meglio far noi, arrangiarci.
Così possiamo gestire e non essere gestiti. Qui si tratta di capire che noi non vogliamo la logica della gratuità. Preferiamo lo scambio. Fatichiamo a lasciarci fare qualcosa di gratuito. Pensiamo subito a come sdebitarci prima possibile. Paghi tu? ok, la prossima volta offro io. Ceniamo da voi? la prossima volta venite a casa nostra. Abbiamo come fretta, viviamo un gesto gratuito nei nostri confronti con ansia, come un debito insopportabile a cui rimediare prima possibile. 
La lavanda dei piedi va letta da qui. Come un gesto d’amore gratuito che Gesù usa in una logica di gratuità. E che ieri come allora noi rifiutiamo.Ad es. e se io adesso vi chiedessi ..chi desidera farsi lavare i piedi?
E pensate che noi riviviamo questa serata ogni anno da una vita, ce la aspettiamo…carina, coreografica..finchè non tocca a noi.
Pensate cosa dovettero vivere i discepoli, nella loro cultura, tradizione e mentalità…
Perché non vorremmo farla? imbarazzo, timidezza, non volersi far vedere, piedi sporchi, calzini bucati?
Eppure durante l’ultima cena Gesù sceglie proprio di comportarsi così. E non per insegnare l’umiltà…ma per qualcosa di molto molto più importate.
Generalmente era il gesto dello schiavo, del ciao: a volte anche del discepolo verso il maestro saggio o del figlio al padre. 
Ma Gesù lo compie spogliandosi delle vesti, restando in mutande, nudo come erano gli schiavi. E guardate che Giovanni presenta quanto accade in modo solenne, come al rallentatore.
Un gesto, dunque, che è di umiliazione ma che può anche essere di relazione, di affetto. E non possiamo dimenticare che, se questo è il gesto compiuto quella sera da Gesù verso i suoi discepoli, l’unica che aveva fatto a lui quel gesto, l’unica – non glielo hanno mai fatto i discepoli –, l’unica era quella prostituta che gli lavò i piedi e per la quale Gesù ha dovuto dire che quel gesto era una narrazione di amore.
In ogni caso, Gesù opera un’inversione dei ruoli: si fa schiavo, si fa discepolo, si fa figlio.
Si mette davanti a noi, ai nostri piedi e ci dice “ciao”: sono tuo schiavo, voglio lavarti i piedi, accoglierti, amarti. Non perché sei bravo ne perché te lo meriti. Il Pietro che è in ciascuno di noi rifiuta questo perché non si fida. Non sappiamo lasciarci amare gratis. Vogliamo sempre meritarlo. Abbiamo paura di lasciarsi amare gratis, guardare per quello che siamo, feriti, falliti, fragili, vulnerabili. Pensiamo sia umiliante aver bisogno dell’altro. Invece noi siamo fatti proprio per aver bisogno dell’altro. Solo con l’altro, nella relazione reciproca di amore, noi troviamo noi stessi. Pensate alla vita di coppia, al servizio, all’amicizia. Assieme scopriamo noi stessi e ci scopriamo amabili. Questa sera Gesù ci offre se stesso nell’eucaristia. Si fa schiavo, si fa cibo, si fa nutrimento. A di tutto per dirci che vuole essere nostro. Li amò sino alla fine.
E noi?… spesso mi pare rischiamo di essere degli atei devoti.
Devoti perché facciamo tante cose belle e cristiane (pensiamo noi) atei perché Dio non c’entra nulla. Tante confessioni..sembrano uno sfogati psicologico: sono in ansia, sono impaziente, non vado d’accordo..ma Dio cosa c’entra? riduciamo la vita cristiana ad un galateo sociale o ad un lavoro sul nostro carattere. Ma Dio? è morto perché? cosa celebreremo domani sera tutti in fila in processione? Lui va in croce per noi, ci lava i piedi, si fa cibo e noi pensiamo a quante volte abbiamo perso la pazienza o ci siamo distratti pregando?
Cominciamo a lasciarci lavare i piedi, ad abbassare la guardia, a dargli del tu..a permettergli di essere quel che Lui vuole essere per noi… non lasciamolo da parte mentre preghiamo che faccia altro.
Gesù stasera ci dice …ho bisogno di lavarti i piedi, lasciami sostare ai tuoi piedi per farti capire quanto sei importante per me.
Carissimi la fede inizia qui: non cosa vorrei fare io per te ma quanto vuoi amare tu me, Signore Gesù.
Che fortuna abbiamo qui a Merlengo di avere sull’altare la raffigurazione proprio della lavanda dei piedi: ogni volta che entriamo in chiesa poter guardare subito qui e ringraziare, chiedermi…quante volte mi son lasciato lavare Signore Gesù? perché te l’ho impedito? perché fatico a lasciarmi amare e a voler servire, piuttosto che essere servito?
ciao.. ci ricordi un impegno alla disponibilità, all’amore, ma innanzitutto un volto di Gesù che troviamo ai nostri piedi: da li ci sta guardando per farci abbassare la guardia
ciao..