“Coraggio, rispondi, ma lascia stare gli aiutino..” – Omelia XIIa T.O. – C

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Sarebbe bello adesso scendere giù col microfono a rifare la domanda che Gesù pone nel vangelo: chi sono io per te? Per te che vieni a messa da una vita, tutte le domeniche, canti nel coro, vai a leggere, lavori alla sagra, ti dici cristiano, praticante, ti confessi natalepasqua, sei sposato in chiesa e hai battezzato i figli, chi sono io per te? Diamoci il tempo di riflettere senza dire frasi a memoria da catechismo. .. Sappiamo dare del tu?
Potremmo vendicarci e chiedergli allora: si ma, noi, per te? Chi siamo? Chi son i cristiani, secondo te? Da cosa si riconoscono?
Gesù lo spiega chiaramente:
Se qualcuno.. dice innanzitutto che essere cristiani non è obbligatorio e che quindi non è nemmeno garanzia di nulla.
Gesù che faceva miracoli, riceve il due di picche dal giovane ricco che non lo segue perchè troppo legato ai suoi tanti beni. Molto vero. Ci lascia liberi, l’unica cosa che non vorremmo perchè ci costringe ad essere responsabili e adulti.
Vuole.. bisogna desiderarlo, volerlo, sceglierlo. Non esserlo fin da piccoli, darlo per scontato, per inerzia. Non basta esser sempre venuti a messa o aver fatto il chierichetto, avere una zia suora o aver tanto frequentato e lavorato in parrocchia: da decenni ormai essere cristiani non è più una convenzione sociale, una tradizione, un’abitudine. Ma una decisione. Non basta nemmeno aver voglia, siamo chiamati a volerlo. Oggi è una scelta personale di vita.
Venire dietro a me.. le cose si complicano: essere cristiani non è frequentare la parrocchia, fare volontariato sociale, comportarsi bene, fare tante cose belle, non far del male a nessuno, creare aggregazione, star assieme agli altri, creare vita in un paese. Son tutte cose molto, molto positive ma che chiunque potrebbe, dovrebbe fare: la Proloco, il comune, gli alpini, l’Avis.. qui non si tratta di cose da fare, valori in cui credere, (i tanto famosi quanto misteriosi valori cristiani), bene sociale e civile.. ma di andare dietro a Gesù Cristo. Del resto “cristiani” significa “di Cristo”, come italiani dell’Italia e juventini della Juve. Possiamo dirci di Cristo? La nostra vita è sua? O meglio, è Lui il nostro compagno di viaggio e riferimento? Venire dietro significa che la vita cristiana è un cammino, fatto di alti e bassi, cadute e rialzate, ritmi e tempi di crescita, scoperta, conversione infinita, il cammino per imparare ad accogliere la misericordia gratuita del Padre sulla nostra vita, riconoscendolo al nostro fianco, compagno di strada, capo cordata, navigatore, sostegno e amico fraterno.
Chi si sente a posto, arrivato, non è nemmeno mai partito..
Prenda la croce.. non significa che la vita è una sfortuna continua da affrontare a testa bassa, ma accetta quel che sei, come sei e vivilo giorno per giorno assieme a Lui, soprattutto se difficile e faticoso. Rinnegarsi significa metti la Sua volontà di bene per te innanzitutto. Tutto questo infine non può accadere se di Lui non mi fido; se non sento che solo camminando dietro di Lui io sarò migliore, più umano, più autentico e libero. Ecco la Sua promessa. Io sono venuto nel mondo perchè abbiano la vita e la vita in abbondanza..
Noi ci muoviamo, nella nostra vita, solo se sedotti, provocati… Ne deve valere la pena. Non c’è nessuno che abbia lasciato tutto.. e ritrovato il centuplo ecco quel a cui ci provoca Gesù. Perchè oggi vale la pena essere cristiani? Perchè? Cosa ha di diverso la nostra vita rispetto ad un non credente, un non praticante?
L’ascolto serio del Vangelo, sarà la luce per illuminare le mie scelte e vivere con un certo stile; mi aiuterà a mettermi in discussione, a confrontare quel che sono con quel che mi chiama ad essere. Solo conoscendo Gesù e sentendolo al mio fianco, solo allora potrò iniziare ad intravedere il volto di Dio per quello che è, un padre misericordioso che mi accoglie come sono, mi sorride, si preoccupa della mia vita e fa il tifo per me. Chiediamogli la forza e l’umiltà di imparare a vivere cambiando, seguendolo per strada.. ma attenzione alle nostre risposte..
Cristo non è ciò che dico di lui, ma ciò che riesco a vivere di lui.

 

“Dimmi come guardi e ti dirò chi sei..” – Omelia XIa T.O. – C

"Verona is a city in Veneto, northern Italy, one of the seven provincial capitals in the region. It is one of the main tourist destinations in north-eastern Italy, thanks to its artistic heritage, several annual fairs, shows and operas, such as the lyrical season in the Arena, the ancient amphitheatre built by the Romans. Verona owes its historical and economical importance to its geographical location, in a loop of the Adige River near Lake Garda. Because of this position, the areas saw regular floodings until 1956, when the Mori-Torbole tunnel was constructed, providing 500 cubic meters of discharge from the Adige river to Lake Garda when there was danger of flooding. The tunnel reduced the risk of flooding from once every seventy years to once every two centuries. Verona is the setting of the story of Romeo and Juliet by William Shakespeare." Source: http://en.wikipedia.org/wiki/Verona

Dimmi come guardi e ti dirò che cristiano sei:
la fede a mio avviso è solo un gioco di sguardi. Parte tutto da lì. Sentirsi guardare da Dio come un figlio da un padre, con amore; poter così guardare attorno a noi con lo stesso amore: riconoscendo fratelli e sorelle non gente o rivali, vedendo doni e non risorse, il creato e non la natura.
Lo sguardo è come ti poni: il tuo approccio alla realtà, come guardi a te stesso, agli altri, alla parrocchia, a Dio. Se sai guardare alla vita dal basso, in ginocchio, dagli ultimi.. o se te ne stai sul carro dei vincitori, della maggioranza, del consenso. Se sai stupirti, contemplare, ringraziare o solo calcolare e sfruttare. Se nel tuo cuore vive un globale noi, o rimbomba sempre e solo un tremendo io, io, io!
Che ci fa la prostituta a casa del fariseo? Mica è andata a confessarsi o chiedere perdono, che ne sapeva: quello che per noi è Gesù per lei era solo un uomo.. ma forse il suo modo di parlare alla gente, quel che annunciava di Dio Padre che ama in particolare i più lontani e peccatori, lo stile, il suo sguardo, l’hanno colpita. Capita che persone positive ci spronino a sentirci migliori. Uno sguardo d’amore, non di disprezzo come il fariseo; lei abituata sempre ad essere guardata come un oggetto, per comprarne la bellezza, il piacere, abusando di lei, desiderosi di possederla, usarla e gettarla dopo i propri comodi. Lo sguardo è tutto qui: l’altro da me è un oggetto che voglio possedere, imbrogliare, sminuire? Ci sono io prima? Oppure l’altro è soggetto, fratello e sorella; è come me, fragile, ferito, prezioso, unico! C’è amore in uno sguardo così; amare una persona significa guardarla come la guarda Dio. Il fariseo la guarda per quel che fa, la prostituta: giudica, disprezza, condanna, prende le distanze. Gesù guarda come Dio. Siamo chiamati ad attingere a questo sguardo che contempla le persone che ha creato per amore affidandocele.. soprattutto quando i nostri occhi siano feriti da orgoglio, bisogni spasmodici, paure, egoismi ingordi e voraci..
Da dove nasce uno sguardo così? I nostri occhi li comanda il cuore, con i suoi abissi e le sue vette. Se mi sento amato, avrò amore in me, guarderò in un certo modo e vivrò di conseguenza. Mi sentirò prezioso, fortunato. Se in me non c’è amore, ma il vuoto.. il mio sguardo sarà di conquista, abuso, sfruttamento, possesso, consumo. Di persone, cose, esperienze; in famiglia, per strada, al lavoro o in parrocchia. Sarò in balia del mio egoismo, dei miei bisogni, di orgoglio sottile, mi sentirò al centro di tutto, i miei calcoli e meriti verranno prima.
Gesù guarda con amore: genera vita e comprensione, empatia e speranza. Il fariseo guarda dall’altro in basso, guarda per gestire, per rispecchiarsi, per sentirsi giusto, puro, meritevole.. migliore.
Lo stillicidio quotidiano di donne abusate e ammazzate lo possiamo leggere da qui. Non sono ne matti ne disturbati. Sono persone normalissime, sane che ad un certo punto perdono il controllo. Sono lucidamente quel che sono: schiavi di un certo sguardo, delle loro pulsioni e senza freni inibitori. Come un bambino che arrivi a rompere apposta il proprio giocattolo per ripicca, purché non ci giochino gli altri; così si decide di uccidere l’altro. Con le parole, i gesti, la violenza, togliendo insomma la vita. Sono esattamente quello che la mentalità, la pubblicità, e la cultura in cui siamo tutti immersi vuole, impone e giustifica. Sono schiavi di loro stessi, indifferenti ed individualisti.  Come tutto attorno a noi ci chiede di essere, legittimandolo. Nessuno escluso. Io non mi sento migliore. E’ solo questione di proporzioni.
Chi ama dice: io esisto per te, ti metto al centro, mi faccio cibo per te, come ci ha chiesto Gesù. Ti do la mia vita. Il contrario è: io ho diritto su te, mi nutro di te, ti gestisco, ti distruggo: sei un oggetto, un giocattolo, una stampella, un’anestesia. Ti rubo la vita. Lo fanno questi fidanzati, gli adulti, i genitori frustrati nei confronti dei figli, lo fa chi inquina, lo si fa in parrocchia per sentirsi primi e bravi, lo fa chi imbroglia, chi chiacchiera e commenta dietro le spalle, chi se ne frega degli altri, chi fa il furbo, chi ruba, chi è violento con la lingua e coi gesti. Nessuno di noi può chiamarsi escluso o indifferente.
Quella donna va solo ad amare Gesù con gesti trasgressivi d’amore libero, gratitudine e bellezza. Il suo sguardo e la sua presenza l’hanno rigenerata, ha fatto verità di sè. Gesù ne riconosce la bontà e apprezza i gesti con cui, a dispetto del bravo fariseo, gli sta manifestando il suo bene e la stima.
Dimmi come guardi e ti dirò che cristiano sei, dicevamo:
Chiediamo al Signore la consapevolezza di sentirci cristiani non perchè bravi ma perchè amati e guardati così. Dal nostro cuore allora partirà uno sguardo che fa nuove tutte le cose e le persone, come è accaduto alla donna del vangelo, come vorremmo gli uni per gli altri, come serve a ciascuno di noi.

 

“Mezzogiorno di fuoco, il duello abbia inizio..” – Omelia Xa T.O. – C

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Nei vecchi western arriva sempre il duello finale, il cowboy buono e quello cattivo, il ghigno, le pistole, tutte la gente attorno.
Il vangelo di oggi è così: due cortei di folla si incontrano alla porte di Nain: da un lato Gesù coi discepoli e la grande folla, dall’altro il morto, con la madre e molta gente. Pare la resa dei conti. Mezzogiorno di fuoco. Chi segue la vita.. chi segue la morte. Vittoria o sconfitta. Si incontrano a margine della città. Un confine naturale, urbano, il limite, tra il dentro e il fuori, noi e loro, la vita e la morte appunto, la speranza che fa andare avanti e la disperazione che fa chiudere.. affascinante.
Ricordate il testo della sequenza di Pasqua? Il Victimae Paschali:
“Mors et vita duello conflixere mirando: dux vitae mortuus, regnat vivus..”
trad. “Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della vita era morto: ora, vivo, trionfa.”
Arriva una donna, Gesù la guarda: forse sta peggio del figlio. Un tetro trionfo del vuoto e della solitudine.
E’ morta come moglie, perché vedova; è morta come madre perché ha perso l’unico figlio che aveva. Resta solo quello: è una donna. Spesso in queste occasioni, si ricorda una curiosità: non esiste in italiano una parola per esprimere, per un genitore, l’aver perduto una figlia, un figlio. Vedova, per il marito, orfano per il figlio.. ma la mamma ed il papà che perdono un figlio.. l’italiano arranca. Pare una condanna: all’anonimato, all’indescrivibile, all’incommensurabile. Davvero “non ci sono parole”..
Gesù tocca la bara. Ben sapendo che avrebbe creato scandalo perché, per la religiosità e la cultura del tempo, il contatto con oggetti e strumenti funerari rendeva impuri. Generava paura. Quindi repulsione ed emarginazione. Sarebbe stato contaminato dalla morte, reso impuro, indegno, emarginato. Sarebbe stato per certi versi, schiavo della paura e quindi.. sconfitto.
Ma se ne frega, come sempre, non ha paura di questo: la vita deve prevalere, la speranza trionfare, germogliare, pur irrigata dalle lacrime. Toccando quella bara, sceglie di andare oltre il potere sociale della morte, non soffoca nell’impurità di un rapporto sbagliato con Dio, segnato dalla paura e dalla lontananza estranea. Quel tocco trasgressivo genera vita, gira pagina, come se assumesse su di sé quel lutto per farlo rivivere. E’ la risurrezione, passare attraverso la morte, verso la vita eterna. Lui ha vinto la morte.
Quando celebro un funerale, è uno dei momenti peggiori, poco prima la cassa scivoli nella tomba: toccarla, prenderla a pugni, graffiarla; casse baciate, carezzate, bagnate di lacrime..
Le tocchiamo, quasi volendo trasmettere loro vita, attraverso il legno prima di vederle sparire per sempre, tra terra o cemento. Impotenti e irrazionali, crediamo che toccandola chissà.. sentiremo ancora vicino il nostro caro.. o come Gesù gli trasmetteremo ancora un po’ d’amore e vita. Non abbiamo altro da fare, in situazioni simili, se non poi.. andarcene.
In momenti così e non solo, invidiamo quella donna, vorremmo Gesù facesse ritornare in vita anche i nostri defunti. Questo nostro desiderio spinto dall’amore sarebbe comunque irrazionale e non illuminato dalla fede. Gesù farebbe rinascere un defunto, ma lo condannerebbe a morire di nuovo, ad oltranza. La morte comunque avrebbe l’ultima parola.
Lui ha fatto di più: la sua vittoria sulla morte non è quella di ritardare di qualche anno la dipartita di un nostro caro. Egli è morto, è passato per il sepolcro ed è risorto non per ritornare in questa vita ma per aprirci la porta dell’incontro con il Padre.
Per farci continuare a vivere in eterno. Gesù riconsegna a quella donna il figlio risorto. Bellissimo il suo silenzio. Solo la comunità presente commenta: “Dio ha visitato il suo popolo”: bellissimo. Il miracolo è quello. Il popolo,  cioè noi, è suo, e Lui visitandolo ha condiviso la sua, la nostra vita. E non se n’è più andato. La morte è vinta, la solitudine superata, l’ha reso eterno con lui.
Da allora anche noi, come siamo abituati a dire prima dello scambio di pace “viviamo nell’attesa che si compia le beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo.” 
Il duello, alla fine, l’ha vinto lui.