” ” – Omelia IVa Avvento 2016 – A

 Una chicca… e non dite il padrenostro, che diamine.. youtu.be
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Khangai Nuru, Deserto del Gobi, 2013

Un ladro condannato a morte, un soldato non credente, il diavolo, una prostituta, il capo dei pubblicani, perfino re Erode: nei vangeli parlano tutti…ma non Giuseppe. Nei quattro vangeli non dice nulla. Non credo sia una coincidenza. E’ l’uomo del silenzio.
Forse a pochi giorni dal Natale, la liturgia, offrendoci la sua figura, ha solo questo da ricordare: a conclusione del nostro Avvento, fate qualsiasi cosa ma non dimenticate il silenzio!
A volte è così difficile fare silenzio, per noi sempre connessi. Traffico, rumori, messaggini fischiettanti, caos a casa, strepiti in classe, uffici in open space… quante persone confidano di avere estrema necessità di silenzio. Evitarlo poi, è sintomatico. Cuffie, auricolari, musica e tv ovunque ci anestetizzano perché del silenzio abbiamo paura. La sensazione di vuoto che crea in noi ci dà le vertigini. Scegliere il silenzio non è facile: significa dare la precedenza a chi ti sta parlando senza interromperlo per dirgli subito che abbiamo capito; saper contare fino a 10 senza rimbeccare, rinunciare a dire “te lo avevo detto, ho ragione io, lo so”, significa intuire che non vale la pena discutere o litigare, scegliere di guardare oltre la persona, usando misericordia non condanna. Fare silenzio è mordersi la lingua piuttosto di dire frasi fatte, giudizi sommari, per seminare discredito, zizzania o divisione; fare silenzio rinunciando al proliferare delle chiacchiere inutili, alle cose dette per abitudine o imbarazzo.
Gesù cercava spesso il silenzio, ritirandosi in solitudine la notte a pregare. Davanti a chi lo accusa e condanna, ancora silenzio.
Tantissime persone lo cercano disperatamente nei conventi, nelle chiese, in mezzo al creato, vivendo la notte o il mattino presto. Aiuta a mettere ordine, equilibrio, pace.
Ma cos’è?
Il silenzio non è assenza di rumore ma… fare posto: è un atto di fiducia incredibile e concreto. Fare silenzio è farsi da parte, rinunciando a sé stessi per mettersi in ascolto. E’ dire: prima tu.
Il silenzio, come il mare, è ritirarsi per permettere espressione e creazione. E’ cambiare punto di vista e accogliere.
Giuseppe non dice nulla ma fa tutto quel che era chiamato a fare. Dio affida la realizzazione del Suo progetto a questa coppia: gli serve la disponibilità un corpo e di una mamma che crei carne e storia, per suo figlio. Ma è indispensabile un si che confermi la volontà umana di accogliere qualcuno che farà storia con noi. C’è la paura, certo, di perdere la faccia, di aver sbagliato tutto, il dubbio di non aver capito nulla di Maria, di essere stato tradito e umiliato. Ma si fida. Per far silenzio davanti a Dio ci vuole fede; lasciar fare a lui, sospendere il giudizio, le pretese, quel che si ritiene giusto e opportuno.
Mettersi in silenzio davanti a Dio per noi ora significa tacere di fronte al presepio. Educhiamoci alla preghiera di fronte al presepio: se non impariamo a pregare di fronte ad esso tanto vale farlo. Pregare come Giuseppe e Maria per dire…tu sai qual’è il meglio per me. L’umiltà di far tacere le nostre idee e abitudini, il coraggio di permettergli di stupirci. Mi fido di te, non mi imbrogli, ne vale la pena, aiutami ad ascoltarti. Ecco la fede che solo certo silenzio in noi sa custodire e coltivare. Lo spazio di noi da concedergli.
Ripenso alla poesia L’infinito di Leopardi, quando dice…”Ma sedendo e mirando, interminati Spazi…sovrumani Silenzi,….
e profondissima quiete…ove per poco il cor non si spaura.
E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce Vo comparando: e mi sovvien l’eterno
,
Giuseppe ci doni fede e umiltà: il silenzio è dare spazio: l’eterno di Dio, in quel bambino da accogliere, cominci in ciascuno di noi.

 

“Credere di credere..” – Omelia IIIa Avvento 2016 – A

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Ci avete mai pensato? tutti noi ci diciamo credenti: ma che significa? “credo in un solo dio…” diremo per rinnovare convinti o meno, la nostra fede. Ma anche…”credo qui ci sia un errore, credo di farcela, credo stia per piovere”…quando stiamo cioè supponendo qualcosa, facendo un’ipotesi da verificare.
La lingua italiana ci fa usare lo stesso verbo credere per dire due cose assolutamente opposte: l’atto di fede e la manifestazione del dubbio. Sembra paradossale: e così affascinante, quasi a dire che non si può credere senza saper dubitare ne dubitare senza credere almeno qualcosa. Complicato? forse.
Approfondiamo: se l’Immacolata ci ha posto al fianco Maria, nel nostro cammino verso l’accoglienza di Gesù, questa terza domenica ci offre l’austera figura del Battista. Se Maria ci rassicura e orienta, perché accogliente e disponibile, lui però, siamo sinceri, un po’ ci spiazza. Per quale motivo? perché fa fatica a credere. O meglio…capisce che è chiamato a mettersi in discussione. Allora vedete mi pare bello che il Vangelo e la liturgia di oggi abbiano due attenzioni: nessuna paura di chi dubita o fatica a credere ma anzi, altra cosa…lo offrono come testimone.
Spesso e banalmente risolviamo la questione del credere in due estremi rigidi: credente o non credente. Da tempo però siamo chiamati a fare i conti sempre più con persone che dicono altre due cose: sono indifferente, cioè sto bene lo stesso…oppure credo “a modo mio”. Sono i credenti delusi dalla chiesa o nauseati dalla religione: ma sono la maggioranza, non frequentano, se non magari a Natale, Pasqua e funerali, chiedono tutti i sacramenti ma poi stanno bene così. Dal mio punto di vista una quantità enorme di persone bellissime che aspetta di essere accolta, raggiunta ed evangelizzata. Una grandissima risorsa che attende un annuncio.
Quale? torniamo al Battista. Lui, un modello di fede, si sente spiazzato: non si fida di quel Gesù, non crede sia il messia che lui aveva sempre annunciato. “avendo sentito parlare delle opere di Gesù” ci dice Matteo. Ecco come si annuncia Gesù. Queste opere lo convincono ma anche lo confondono. Questo Nazareno fa le cose che solo il messia avrebbe dovuto fare ma il suo stile semplice, dimesso, di servizio e non di potenza, di misericordia e non di giudizio, di accoglienza e non di condanna…lo fanno profondamente dubitare.
Forse è accaduto anche a noi, nella nostra vita: alcuni fatti hanno provocato in noi dubbi, fatiche, ci hanno fatto rallentare o bloccare nel cammino di fede. Il Battista evita due rischi: non si chiude dicendo…ho ragione io, andiamo avanti come sempre è quello la che si sbaglia… ma nemmeno rifiuta e scappa.
Vuole capire, approfondire, non gli basta quel che ha sempre creduto: sente di essere chiamato a camminare. E Gesù come risponde ai suoi dubbi? gli mostra ancora le sue opere “andate e riferite ciò che udite e vedete.” bellissimo.
Gesù parla coi fatti: è concreto. E’ Lui il Messia, il Battista deve fidarsi di quell’annuncio bello e lasciarsi sedurre…è in crisi: cioè si chiede: vale la pena o no credere in questo qua? mi fido o vado avanti a testa bassa con le mie idee? E’ un modello per tutti noi, il Battista, credenti chiamati ogni giorno a saper dubitare per credere ancora di più. E sappiamo tutti cosa dice Gesù…lo indica come il più grande tra i nati di donna… è lui il precursore, quello che prepara la strada ad accogliere il figlio di Dio.
Allora oggi la fede di Maria e i dubbi del Battista ci aiutano ad accogliere la nostra poca fede e metterla nelle mani del Signore Gesù. Ma  siamo chiamati a riconoscere che la fede non è un pacchetto di nozioni da sapere, una competenza inutile da sbandierare ma una cassetta di attrezzi di cui equipaggiarsi per affrontare la vita. Non la parrocchia. La vita di tutti i giorni infatti attende credenti credibili, equipaggiati di quel qualcosa che diventi opera, annuncio, testimonianza…che come le opere di Gesù mettano in discussione provocando una sana invidia..voglio vivere anche io così.. quale è il tuo segreto? La gente che ci avvicina, attraverso le nostre opere… cosa vede e sente?
Parla di Cristo solo quando ti viene chiesto; ma vivi in modo tale che ti si chieda di Cristo! (Paul Claudel)

“Saremo tutti ‘incinta’” – Omelia dell’Immacolata 2016 – A

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Spesso si dice sia difficile capire le donne, l’universo femminile appare complesso e misterioso, noi uomini veniamo tante volte accusati di non esser in grado di comprenderlo… (Le donne invece con noi uomini fanno molto presto…)
Credo possa essere anche vero ma che risulti lampante quando ci troviamo di fronte ad una donna che aspetti un bambino.
Le cose diventano allora ancora più delicate, affascinanti, misteriose.
Forse solo un marito può avere qualche possibilità in più nello star vicino alla propria moglie…ma resta un grande mistero…quello di una persona che inizi a sentir crescere in sè una nuova vita, l’abbia accolta, che inizi a nutrirla senza accorgersene, si senta abitata da essa, la custodisca, senta che inizi a muoversi in lei, a comunicare con lei, un gioco di riconoscimenti e percezioni, di intese e scoperte…
Tutto questo ha un fascino incredibile, probabilmente neppure la stessa mamma riesce a comprendere fino in fondo cosa le stia succedendo, quali trasformazioni fisiche, biologiche, psicologiche stiano avvenendo in lei…
Siamo di fronte a un corpo che si dilata sempre più per fare spazio a una nuova creatura; e non è solo un corpo ma tutta la persona a mettersi a servizio del bimbo, imparando ad ascoltarlo, proteggendolo, nutrendolo; tutta la vita di questa mamma si dilata, si trasforma… la vita…cioè i ritmi del tempo, gli orari, le scelte, gli atteggiamenti, l’alimentazione…tutta la vita della donna viene radicalmente relativizzata e orientata con sempre maggior decisione verso quella creatura che le sta crescendo dentro… che in modo magnetico attira verso di sè tutte le energie e le attenzioni.
Mi sono sempre stupito di tutto questo…e pensare al fatto che anche Dio abbia scelto questo passaggio per suo figlio…mi fa venire i brividi.
Egli ha voluto scegliere una madre… perchè niente della nostra esistenza..nemmeno i nove mesi nel grembo materno gli fossero estranei. Il Natale, l’incarnazione…sono proprio questo.
Maria oggi ci parla da madre…e con tutte le madri ci fa da esempio per comprendere meglio, cosa significhi, in quest’avvento, attendere e accogliere Gesù.
Quel corpo e quella vita che si dilatano per accogliere un figlio sono immagine di come un credente sia chiamato ad accogliere nel proprio cuore, nella propria vita il figlio di Dio.
Chi è il cristiano se non una persona che si senta abitata da Dio, che lo viva dentro di sè come una presenza che da forza che ti sostiene, che scelga di fargli spazio e di orientare a lui il proprio tempo, le proprie scelte, una presenza di cui mettersi profondamente in ascolto, che senta che più lo custodisce in sè più lui…da lì… ti conduca e ti faccia sentire che è presente…
e questo….”non a tempo, quando ho tempo, quando me la sento”…capite che l’esperienza di una mamma in costante relazione col figlio ci ricorda che Gesù nascendo … provoca in noi una relazione…e le relazioni tra persone chiedono quella fiducia, quella fede che c’impegna davvero, ci responsabilizza, ci cambia la vita. 
Allora capiamo cosa significhi essere cristiani: accogliere una relazione che si fa attesa, accoglienza, storia, novità, impegno.
Non una coerenza di valori ma una fedeltà ad una persona. 
Quanto mi deprime sentire ancora parlare di valori della fede cristiana, questi valori che sballottiamo di qua o di là, ma che riducono la fede a morale, la passione del Cristo a “comportarsi come si deve”, il bene, in benessere… L’Avvento é attesa di una persona, non di vaghi valori cristiani da seguire.
Solo dentro una relazione la nostra vita trova senso e sapore, trova novità ed equilibrio perchè l’apertura all’altro, significa opportunità e speranza. Qui Maria ci è testimone e sostegno, lei che ha saputo fidarsi e farsi strumento c’ indica la direzione. 
“Ecco la serva del Signore, avvenga per me secondo la tua parola”. Qui c’è innanzitutto la fede in cui Dio che ha qualcosa di buono e bello, di inedito e insperato per la tua vita…altro che valori.
La relazione diventa il farsi strumento, diventa missione cioè testimonianza. Il cristiano, come Maria, una volta che riconosce in sè la presenza di Dio ne diventa testimone e si sente mandato.
Ecco la sorgente delle motivazioni al servizio in parrocchia e nel mondo…come animatori, catechisti, preti, suore e tante altre attività.
Del resto lo viviamo ogni domenica: cos’è l’eucaristia se non l’accogliere e far abitare dentro di sè Gesù? Anche il nostro corpo…non solo la bocca…si dilatano nell’accogliere in noi il Figlio di Dio…Noi lo mangiamo ed egli ci nutre…e ci nutre mandandoci… a “fare questo in memoria di me”… cioè a farci cibo per gli altri…farci cioè luce, amore, forza, sostegno, prossimità, equilibro per chi ne ha bisogno…esattamente come una mamma per il proprio figlio.
A me a volte capita quando devo comunicare… scendo gli scalini del presbiterio e ho tra le mani la pisside colma di eucarestia…e mi chiedo sempre… se sono io che porto Lui..o Lui che porti me…
Lui che ha bisogno delle mie mani…delle nostre mani…per andare dalle persone. Lui che ha bisogno dei nostri atteggiamenti, delle nostre scelte quotidiane, dei nostri corpi, delle nostre vite, trasformandole da dentro… per testimoniare al mondo la Sua presenza e la sua vicinanza…per raggiungere tutti…. lasciargli spazio in noi per farlo traboccare attorno a noi, come un profumo, che non puoi fare a meno di portare attorno a te.
Sia almeno questo il desiderio col quale ci affidiamo a Maria, madre di Gesù e madre nostra in questa festa a lei dedicata, sentendola presenza materna e silenziosa che ci accompagna in questo avvento, incontro a suo figlio che viene a dilatare le nostre vite con la sua parola e la sua eucaristia, spezzate per noi.