“Fare cose o cosa fare??” – Omelia IIa Domenica di Avvento 2016 – A

051216
Convertitevi, dice il Battista! ma noi in teoria già lo siamo, no? essendo qui a messa…cosa vuole? Son quelli che vengono mai a doversi convertire. Conversione è sempre parola austera, un po’ misteriosa. Lucia che ne I Promessi Sposi provoca l’Innominato a convertirsi ricordandogli che “Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia..”. Ci vengono in mente persone famose o meno che son passate, magari anche bruscamente da una vita di indifferenza o precisa distanza dalla fede ad esplicite e radicali conversioni.
Eppure questo invito, appello del Battista è anche un po’ per noi…che forse ci vorremmo schernire come quei farisei e sadducei che ascoltandolo pensano…”Abbiamo Abramo per padre” cioè una vita cristiana scontata e garantita perché fin da piccoli mai abbiamo avuto un dubbio o una fatica nel credere o frequentare.
Gesù stesso lo raccomanda spesso a coloro che lo seguono.
Ed è lo stesso appello che ci facciamo ricevendo le ceneri il mercoledì: convertiti e credi al vangelo.
«Conversione» dal greco «metànoia» composto dalla preposizione «metà – oltre» e «noûs – pensiero» per cui, in modo molto semplice possiamo dire che significhi capovolgimento del pensiero. Troppo spesso pensiamo che convertirsi riguardi il comportamento o cambiare atteggiamento. Cominciare a venire a messa. Non è così. La conversione riguarda il pensiero, cioè le ragioni che fondano la vita e i criteri che usiamo per organizzarla: le modalità e gli stili di vita sono una conseguenza. La conversione quindi non avviene perchè ho riconosciuto un Dio onnipotente e quindi faccio il bravo, ma per la scoperta di un Dio che ha dimenticato se stesso per permetterci di stare al suo fianco. 
Non un Dio astratto ed estraneo che ci raccomanda di raggiungere standard ideali di fede o perfezione morale, modelli ideali di famiglia, come abbiamo sentito dire in queste tre serate sull’amore ma un volto umano di Dio, nel figlio Gesù che stiamo attendendo che vuol fare storia assieme a noi. Camminando al nostro fianco.
Spesso la identifichiamo con il rimorso o il senso di colpa come se Dio dovesse stare lì a chiedere il conto senza rate ne misericordia. La conversione è un impegno pieno e costante sulla proposta di vita fatta da Dio in Gesù che diventa quindi il nostro metro e la nostra misura.  Provare ogni tanto a chiederci, nella nostra coscienza: ma tu adesso, Gesù, come ti comporteresti? cosa faresti in questa situazione? La prospettiva del “venga il tuo Regno” di Dio, ci obbliga a guardare in avanti, non a ripiegarci sul passato, sul quale tra l’altro non abbiamo alcun potere nemmeno di manomissione: il passato possiamo solo accettarlo e, in un contesto di conversione, offrirlo a Dio come un dono che ci appartiene. 
La conversione nasce da uno stupore, quando mi accorgo che non ero io a cercare ma Lui ad attendermi da sempre. Lui a voler amare e accogliere me, non io a dover diventare bravo e aver capito tante cose… è perché ho scoperto uno sguardo prezioso e innamorato sulla mia vita che non mi giudica ma accoglie ed incoraggia, che scelgo giorno per giorno di continuare a lasciarmi amare. E’ perché sento di essere come tornato a casa che non ho più voglia di andarmene via…e tornare al prima.
Qui nasce l’etica (atteggiamenti, decisioni, comportamenti) come conseguenza di una scelta di vita e non come premessa.
Una parrocchia, cioè la chiesa, ha necessità o almeno desiderio di convertirsi? a cosa? cioè di camminare, di ritrovare non cose da fare ma il fare cosa…per essere più evangelica..cioè tenere al centro Gesù…
Mai come ai nostri giorni ormai siamo chiamati a credere per scelta, come risposta, non per tradizione, abitudine o dovere…
Ecco forse la prima conversione che viene chiesta a ciascuno di noi. Ecco con quali sentimenti continuare a fare spazio in noi al Signore che viene. Non aspettiamo Natale, attendiamo Gesù che come luce e amore voglia convertire ciascuna nostra vita.

“Che rapporto hai col tempo?” – Omelia Ia Domenica di Avvento 2016 – A

27112016
(“La persistenza delle memoria”, S. Dalì)

Alla fine, in America ha vinto Trump; e qui in Italia, tra un paio di settimane sapremo se si o no. Mesi di notizie e scontri, aspettando verdetti che non vediamo l’ora finiscano. Avete forse anche voi la sensazione amara che comunque sia andata laggiù o vada qui, avremo perso tutti? Che l’America sia riuscita a produrre solo quei due candidati, di 70 anni poi, e in Italia si sia, al solito, schifati, disorientati e confusi…comunque il responso di questi due eventi ci lascia l’amaro in bocca. Forse più che atteso abbiamo aspettato invano. Quale è la differenza? aspetto l’autobus, che una cosa finisca, il mio turno in coda o…comunque quella cosa accadrà. Mi siedo e aspetto.  E questo ennesimo Natale? scontato….
L’attesa è diversa. Ha il sapore del non dovuto e di una cosa che dipende maggiormente da te e che imparo a desiderare. 
  Oggi iniziamo l’Avvento, le settimane che la liturgia ci offre per rimotivarci all’arrivo del Salvatore che viene a vivere la nostra vita. Mi domando cosa ci sia da attendere dopo il “black friday” di venerdì, la celebrazione pagana del bisogno indotto, la liturgia dell’acquisto compulsivo. Abbiamo urgenza di aspettare Natale o bisogno di attendere Gesù Cristo? Non sono certo due cose in contrapposizione ma …
Vi sembro troppo pessimista o forse retorico e scontato?
Eppure mi pare urgente, oggi, come sempre, saper leggere la realtà per comprendere il senso vero di un’attesa. Se aspetto o attendo.
Vi è in gioco il rapporto che abbiamo con il nostro tempo. 
Spesso questo rapporto è malato.
ci rifugiamo nel passato, siamo rivolti al passato, segno di una psiche depressa; coltiviamo il mito delle nostre tradizioni, delle radici da riscoprire, con rigidità asfittica, non servono argomenti, l’aver “sempre fatto così” ci rassicura, cambiare o sognare, terrorizza; aumentano a dismisura in Italia l’uso di antidepressivi e secondo l’OMS la malattia più diffusa del mondo sarà proprio la depressione. Non possiamo ne sappiamo ne vogliamo guardare oltre con speranza ne fiducia; ci si sente minacciati da quel che sta per accadere e per questo, facciamo come gli struzzi, nascosti nel passato, ci rifugiamo in quel che conosciamo e in un torpore letale che ci addormenta la vita. Siamo come morti e sepolti.
    Oppure ci rifugiamo nel presente, senza ali ne radici: cogli l’attimo, vivi come non ci fosse domani, non pensare. Dalla depressione allo stress, all’ansia da prestazione. Accumula e consuma; una deriva maniacale…l’abuso di ansiolitici, figli iperattivi e disturbati, alti livelli di suicidi, corruzione, violenza;  Pensiamo al nostro benessere narcotico, indaffarati senza nemmeno sapere perchè, abbiamo diritto a tutto, guai a chi me lo impedisce. Lo elimino, ci sono prima io. Solo io. Schiacciati nel presente, ci stordiamo di emozioni, fuggiamo nel virtuale per non affrontare il reale, fatto di ansie spasmodiche e paure, mode e manie…bevo, fumo, gioco e son sempre connesso per sentirmi vivo, faccio mille cose per non sentire il vuoto, per non pensarci.
  La nostra psiche è depressa quando tutta raccolta nel passato, è maniacale quando tutta concentrata sul presente. Ma è sana quando è aperta al futuro. Eppure…
Veniamo da decenni e secoli in cui si guardava al futuro con speranza: la promessa di un avvenire desiderabile! ragione, tecnica e scienza ci facevano guardare oltre i nostri limiti, ad un tempo in cui tutto sarebbe stato bello, giusto e vero. Il mito del progresso, del tutto è possibile quindi automaticamente buono, utile e lecito. Il marxismo, il capitalismo, le rivoluzioni, certe filosofie…tutto sarebbe andato per il meglio. C’era una promessa. Poi, nel 900 è successo di tutto e non pare certo migliorare. Mi chiedo da tempo ormai, come guardiamo al futuro? a quello che ci aspetta?
Non più con fiducia ma come una minaccia. Non abbiamo voglia di crescere, eterni Peter Pan, adulti capricciosi e genitori immaturi, giocano a fare gli amici dei figli, educare sembra impossibile, invecchiare o morire un tabù, progettare, impegnarci, restare fedeli, assumerci responsabilità, vivere i propri doveri, sembra inutile e asfissiante! non riusciamo a vivere senza inquinare, distruggere o distruggerci, disoccupazione, disastri ecologici, natalità 0, troppi interessi e privilegi per correggere stili di vita, abitudini, evitare pericoli, cosa stiamo facendo? abbiamo perso la voglia di credere e sperare in un futuro buono e migliore, perchè lo sentiamo una minaccia. Allora muri, rigurgiti razzisti, alibi o indifferenza, superficialità, ansia e paure. Viviamo a testa bassa.
Mi chiedo allora…tra passato, presente e futuro, cosa aspettare ma soprattutto… perchè? di cosa abbiamo realmente bisogno?
La nostra fede cristiana, questo Gesù che viene…è un’abitudine o può essere risposta? lo sarà nella misura in cui tutto quello che ho elencato non ci appaia come una cronaca di disperazione ma un evento di opportunità; non come un infinito telegiornale nauseante di cattive notizie e scandali ma come un qualcosa che ci permetta di reagire e sognare ora qualcosa di diverso, una direzione da prendere. Come un bilancio che oltre ai fallimenti indichi priorità e denuncia l’assenza dell’unica cosa utile anzi essenziale: abbiamo bisogno solo di Gesù, che ci riconsegni la nostra umanità più autentica e libera. Un noi possibile, un bene comune condivisibile. Ci insegni nuovamente ad essere uomini e donne d’amore, di pace e speranza, persone che sanno rendere umano e bello l’amore, senza se e senza ma, senza illusioni ne disincanto…
quell’amore che guarda al passato e lo trasforma, in fiducia..
quell’amore che vive il presente con realismo e determinazione..
quell’amore che attende il futuro con sapienza e perseveranza.
Carissimi, noi cristiani siamo chiamati a riaprire l’orizzonte della speranza. Gesù viene ad abitare questo mondo, non ci chiede prima di ripulirlo ma di accoglierlo al nostro fianco. 
Ecco perché una psiche adulta e sana guarda al futuro con consapevolezza, perché riconosce che ha bisogno di direzione, di senso come pure di fiducia e crediti per il viaggio della vita.
E’ ormai tempo di svegliarvi dal sonno, dice la lettera ai Romani. Come quando sei vivo ma non lo sai. Il Signore viene, come ci ricorda il vangelo, oggi come allora, e nessuno se ne accorge e forse nemmeno lo desidera…viene non a condannare ma a salvarci, ad essere quella salvezza più vicina di quando diventammo credenti. Ci aiuti per questo a confidare in Lui ed essere per questo, credibili; ci aiuti a vivere il tempo come una opportunità, un dono da non sprecare, una speranza da costruire.
Allora non avremo aspettato nulla ma atteso e accolto, l’unica cosa di cui avevamo realmente bisogno.

“Mi commuovo davanti a Chi si commuove per me?” – Omelia Cristo Re 2016 – C

201116

-Per quale motivo vi siete profondamente commossi ultimamente? proviamo a ricordare quando e perché…
-Cosa evoca in noi la parola Misericordia? chiedere…
Domani (oggi) Papa Francesco concluderà questo anno ad essa dedicato. Un giubileo che ha visto milioni di pellegrini varcare le tante “porte”, come noi in cattedrale qui a Treviso con il nostro vescovo un anno fa…i giubilei delle catechiste, degli sportivi, delle forze dell’ordine, dei carcerati, dei disabili, del clero…
Cosa significa aver celebrato tale misericordia? E adesso? possiamo tornare a non perdonare ed essere cattivi? no…
Cosa abbiamo capito e vissuto della misericordia?
-A volte ho avuto la sensazione che si sia vissuta da bravi veneti: cioè come una cosa in più da fare…per questo anno. Fossero anche le belle pratiche devote per l’indulgenza ecc.
Come un accessorio di cui attrezzarsi per essere cristiani seri.
Papa Francesco invece la definisce il cuore del vangelo.
La misericordia non è una cosa da fare, ma da ricevere e accogliere. Non significa che devo perdonare tutto a tutti magari sbuffando. Ma che prima di tutto, sono perdonato e amato per quello che sono. Sempre, ad oltranza, senza meritarlo o comprenderlo. La misericordia parte da qui. Va prima percepita e accolta come uno sguardo totalmente nuovo sulla nostra vita e sui nostri peccati.
Non siamo subito noi che dobbiamo avere misericordia per gli altri cioè accoglierli, perdonarli, trattarli bene. Siamo noi ad essere chiamati a vivere questo da parte di Dio. Il misericordioso è Lui.
E’ lui la misericordia. Noi ne siamo solo i primi destinatari.
Senza questa esperienza da accogliere su di noi, non saremo mai misericordiosi…se non recitando la parte del bravo cristiano.
Ma che significa misericordia? letteralmente avere a cuore la miseria. Cioè la miseria non mi lascia indifferente. E’ molto di più del “me fa pecà!”. Non significa che mi commuovo davanti alla tv per i bambini poveri ma che di fronte alla miseria umana dell’altro mi commuovo. Mi si muove qualcosa dentro. L’ebraico usa una parola forte per descrivere la misericordia di Dio: rachmin utero, viscere… contrazioni di dolore di fronte a … quanto senti allo stomaco qualcosa di profondo per l’altro…ti si chiude, si contrae dalla empatia..dal dispiacere per l’altro e quel che sta vivendo. Per l’ingiustizia, per quello che sta soffrendo o vivendo.
Ecco Dio nell’AT viene anche descritto così..come una madre in pena per il proprio figlio…un sentire profondo di compassione e amore. Noi non siamo cristiani perché crediamo in Dio. …..
Ma perché Dio crede in noi. Il per primo è il suo.
Siccome lui mi ama e sono prezioso ai suoi occhi allora io inizio a vivere da figlio. La nostra fede nasce qui. Potremo chiederci: ma io come mi sento guardare da Dio? domanda fondamentale.
Ma la risposta è una sola: con amore, con bontà, con predilezione.
Come lo sguardo di Gesù su quel buon ladrone. Sapeva bene chi era, forse anche perché condannato in croce…ma lo accoglie per quello che è. Dio prima ti ama, poi ti perdona. Noi non siamo cristiani perché amiamo Dio ma perché Lui ci ama e ha a cuore ciascuno di noi. Io sono prezioso ai tuoi occhi: iniziamo a pregare così. Meno preghiere a memoria. Questo Manifesta la misericordia di Dio. Noi davanti a Dio siamo come dei poveri, degli ammalati di orgoglio o autosufficienza o meritocrazia, siamo degli ultimi…ma Dio non ci tratta con sufficienza, dicendo magari che ci sono cose più importanti.. si è fatto come noi!
La Chiesa esiste solo come strumento per comunicare agli uomini il disegno misericordioso di Dio, ha detto ieri papa Francesco.
Spero che tante persone abbiano scoperto in questo anno di essere molto amate da Gesù e si siano lasciate abbracciare da Lui. Di avere fatto esperienza della sua misericordia, sentendo la nostra vita che si illumina e riscalda davanti a Lui. Chiediamo al Padre di mostrarci la sua misericordia e percepire il suo sguardo.
Siate misericordiosi come è misericordioso il padre, dice il vangelo. Non una cosa da fare ma uno sguardo da ricevere e quindi da vivere.