“Più la mandi giù e più ti tira su..” – Omelia VIa Domenica di Pasqua – C

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Come ci sentiamo dopo aver accolto un vangelo così?
Io spero davvero rassicurati, lo accennavo all’inizio. E perché?
Fa un certo che, sentirsi dire “verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”: Gesù sta parlando di noi. Di come Lui, in comunione con Dio, vorrebbe vivere il rapporto con noi.
Che effetto fa? Vuole dimorare, cioè abitare in noi. Pazzesco. Come accogliere questa immagine che Gesù usa per noi?
Significa almeno 3 cose: che davanti a Lui..
  1. non siamo distanti: non è in cielo lontano, lassù, tra le nuvole. Dio non è in cielo.. il cielo comincia in noi.
  2. non siamo più ne mai soli: La potenza della preghiera, la consolazione di una presenza in noi. La sua voce di bene nella nostra coscienza. Soprattutto nelle ore di lavoro.
  3. non siamo estranei: la nostra vita, tutto quel che siamo, anche le crepe, le zone fredde o marce, gli riguarda, gli sta a cuore. La riconciliazione e la misericordia, come pure percepirsi accolti con empatia. Mai con distacco o peggio, vergogna.
Dimora in noi: penso a quante persone cercano di vivere in ascolto, pregando la Parola di Dio, a quanti coltivino la propria vita spirituale tenendola tra le mani durante la settimana.
Dimora, abita tra noi: nel suo nome siamo riuniti come comunità; siamo chiesa, perché abitati dalla Sua presenza, raccolti attorno alla Sua Parola. La chiesa, tra le case, il tabernacolo, le sante messe che celebra, la Parola che fonda tante attività: penso al servizio della catechesi, l’animazione e gli scout, penso al nuovo gruppo di lettori, numerosi e tanto altro. Ecco come dimora ancora: nella carità che facciamo, nell’attenzione agli ultimi, al creato, all’unità. Nella giustizia e nella legalità, nella passione e l’impegno con cui andiamo a lavorare.
Ma, permettetemi un secondo passaggio: dimorare sa di statico, come il pesce, dopo 3 giorni anche i parenti che abbiamo ospiti puzzano!
Quel dimorare, Gesù lo declina in modo concreto: siamo abitati dallo Spirito, pensiamo alla cresima, San Paolo dice che siamo tempio dello Spirito. La Sua presenza in noi non è statica ma Gesù dice: vi insegnerà e vi ricorderà. Bellissimo, ce lo ricorda perché noi abbiamo memoria corta. ri-cordare, fare venir su nel cuore
ma cosa succede in noi? Pensiamo ad un proverbio.
Un giorno lo abbiamo sentito per la prima volta, ci ha colpito, è rimasto impresso perché efficace. Con una frase, una immagine, ci veniva descritta in maniera opportuna una situazione. Per esempio una rondine non fa primavera. Poi lo iniziamo ad usare quando la situazione lo richiede. Non perdiamo tempo ad interpretarla o spiegarla.. ma lo usiamo ed il gioco è fatto. Non dobbiamo dire che quando accade qualcosa di positivo nella vita dovremmo fare attenzione perché potrebbero manifestarsi altri fenomeni contrari e quindi serve prudenza e disincanto.. no.. basta dirlo.
Così è la Parola. Più noi la frequentiamo, più attraverso di essa, Dio ci parla. Ci torna alla memoria, nel cuore,  illuminandoci.
Più la mandi giù, più ti tira su.. passatemi lo slogan del caffè. L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo, diceva S. Girolamo. Come possiamo dirci cristiani se non conosciamo un po’ Cristo? E come facciamo a conoscerlo se non sapendo come e perché è vissuto così? Il suo stile, le sue scelte concrete, la sua buona notizia? Più io sto di fronte alla Parola, mi lascio come abbronzare da essa, più la ricorderò. Al momento giusto mi verrà in aiuto, come dice Gesù, un suo atteggiamento, una parabola, una sua risposta.. e li potrò usare per quanto sto vivendo, per comprenderlo, per scegliere come comportarmi.
A volte basterebbe chiedersi, in una situazione: Gesù, ora, come ti comporteresti, fossi qui al mio posto? Pensiamoci, in parrocchia.
Vi ricorderà tutto quello vi ho detto.. perchè ci parla? Ecco la scommessa, ha qualcosa da dire di utile per noi adesso..
Per il nostro bene.. per avere criteri per orientare le nostre scelte e valori da far crescere per la nostra speranza.. per ritrovare direzione e senso per la nostra vita.. per ridarle dignità, qualità, libertà.
Ecco perché Lui vuole dimorare in noi, per parlarci e dare alle nostre esistenze uno spessore ed un sapore da invidiare.
Allora saremo una chiesa credibile perché in ascolto e portatrice di una buona notizia che dando qualità alle nostre vite, ci fa come dire.. invidiare dagli altri. Ci rende seducenti a chi sia in ricerca, vuoto, arrabbiato o spento.
Chiediamo al Signore allora come collaborazione di metterci in ascolto sempre più della Sua parola, più la manderemo giù, nutrendocene, più lei ci tirerà su, verso quel cielo che è già comincia in ciascuno di noi.

“Tra Shakespeare e Gesù..” – Omelia Va Domenica di Pasqua – C

“Caro amico, per l’amore di Gesù astieniti, dallo smuovere la polvere qui contenuta.
Benedetto colui che custodisce queste pietre, 
E maledetto colui che disturba le mie ossa”

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“Non sia mai ch’io ponga impedimenti all’unione di anime fedeli; Amore non e’ Amore se muta quando scopre un mutamento o tende a svanire quando l’altro s’allontana.Oh no! Amore e’ un faro sempre fisso che sovrasta la tempesta e non vacilla mai;e’ la stella-guida di ogni sperduta barca,il cui valore e’ sconosciuto, benche’ nota la distanza.Amore non e’ soggetto al Tempo, pur se rosee labbra e gote dovran cadere sotto la sua curva lama; Amore non muta in poche ore o settimane,ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio: se questo e’ errore e mi sara’ provato,Io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.”
(Sonetto 116 – W. Shakespeare)

In questi giorni tutto il mondo ricorda W. Shakespeare, il drammaturgo inglese, le sue opere teatrali e i suoi versi. Questo sonetto sull’amore credo bene ci introduca al senso del Vangelo di Giovanni che abbiamo appena accolto e di cui assaporiamo solo due parole: Ora e Come.
Ora.. l’inizio della fine: Giuda se ne va a vendere Gesù che capisce non si tornerà indietro e di essere spacciato. Ma non lo ferma. Noi sappiamo che non sarà la fine ma il fine, cioè il significato, il senso.. era venuto per amare e amarci. E chi lo fa non può che farlo ad oltranza. Gesù ci insegna questo. Dio non poteva evitare a Gesù di morire. L’aveva mandato per amore e per amare. Il resto lo abbiamo fatto noi. Lui è rimasto fedele ad oltranza: Egli, offrendosi liberamente alla sua passione, prese il pane e rese grazie, lo spezzo.. sentiamo dire ogni domenica nella consacrazione..
“Glorificato”, confermato, lodato, riconosciuto (come il giorno del battesimo al Giordano, dice il vangelo di quella voce con cui Dio dice “ecco il mio figlio”).. ecco il nostro stile di vita, fino alla fine.
I grandi amori sono così, definitivi.
Vedete, c’è sempre qualcuno che dice di non credere perché di Dio non ci sono prove.. ma capiamo, Dio non è un problema che richieda soluzioni o un prodotto da esporre e comperare alla televendita. Dio non si dimostra ma si mostra. Non si fa dimostrare da noi. Dio si mostra. E dove?
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri”: e qui le cose si fanno interessanti.
Non siamo cristiani perchè lo diciamo, o scegliamo di sposarci in chiesa o il battesimo. No. Ma perchè “abbiamo amore”; espressione bellissima, avere amore, gli uni per gli altri. Siamo riconoscibili non per titoli, onori, apparenze o visibilità ma perchè innanzitutto abbiamo amore. Non siamo buoni o andiamo d’accordo o ancora non facciamo del male a nessuno.
Basta credere e dire che essere cristiani significhi volersi bene, andare d’accordo, far del bene. Noi cristiani e la chiesa non abbiamo per fortuna il monopolio della bontà e della generosità. Anzi spesso diamo testimonianze opposte.
Ma qui introduciamo la seconda parola: “come”. Non è importante  voler bene tanto o poco, non è questione di quantità, ma di qualità. Farlo “come” Gesù. Lo dice chiaramente. Come io vi ho amato. Cioè? Due versetti prima Gesù ha appena lavato i piedi ai discepoli: l’icona del servizio. E’ lo stile di Gesù.
Un ateo e un cristiano possono amare, voler bene, essere generosi.
Ma il cristiano ha uno stile: il servizio, Gesù che si mette a lavare i piedi, l’attenzione agli ultimi, il mettersi da parte, il dare la precedenza.. avere amore allora è diverso da essere buoni e bravi, che sa di scuola e morale. Una coppia che si sposa in chiesa, dei genitori che battezzino.. devono ricordare questo.
La chiesa, cioè le nostre parrocchie, deve continuamente verificarsi in questo: abbiamo uno stile cristiano? Abbiamo amore come Gesù? O coltiviamo feudi, divisioni, rancori, superbia, ci teniamo di più a fare io, fare “a modo mio” (sentendomi indispensabile col sottile ricatto di andarmene, magari) o COME Gesù?
Non quanto lui, impossibile per noi vivere la sua misura, ma come, con lo stile unico di Gesù. Ecco la differenza.
Anche la chiesa oggi è chiamata  come non mai ad essere testimone di questo stile. Viviamo per fortuna in un mondo fatto anche di tante iniziative sociali e umanitarie. Ma chi è discepolo di Gesù risorto sa che c’è un nuovo “come” che ora rende gloria al Signore. C’è urgenza di cristiani non indaffarati e protagonisti, ma che lascino trasparire tale stile, che il Signore cammina al mio fianco e mi ama, ed io vivo da “amato”. lo ha detto Gesù. Solo perché ti senti amato, potrai amare, avere, mettere amore in ciò che fai, gli uni per gli altri.. cominciando dagli ultimi.
Sostenga in ciascuno di noi, il Signore, tale desiderio ed ispiri, per mezzo del suo Santo Spirito, alla nostra collaborazione pastorale, atteggiamenti e scelte di umiltà e pace. Questo è quanto ci ha raccomandato e testimoniato.
Solo questo darà  ora.. gloria a Dio, come diceva il vangelo.
Solo da questo ci riconosceranno, come credibili, non credenti, con lo stile cristiano di Gesù, anche noi, ripensando ai versi di Shakespeare, saremo poeti cristiani d’amore.

“Pezo el tacòn che el sbrego..” – Omelia IVa Domenica di Pasqua – C

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Per quanto una sarta sia brava non potrà mai cancellare uno strappo.
Toppa o cucitura resteranno visibili. Per sempre.
Come una foto strappata o una ceramica sbeccata; si strappano capelli e muscoli.
Lo strappo lacera, rompe, divide, fa male.
Qualsiasi cucitura o cicatrice, pur indispensabile, resterà per sempre.
La morte a volte la viviamo come uno strappo improvviso, dolorosissimo, fa sanguinare il cuore. Come una verità scomoda, un’offesa, una separazione,  allontanano.. rendono estranei.
Per due volte Gesù usa questo verbo: nessuno può strappare..
Cosa potrebbe oggi, concretamente strapparci dalla mano di Dio?
Una mentalità (io credo a modo mio, io vengo già a messa e non faccio del male a nessuno, io faccio sempre tanto del ben in parrocchia, io son coerente coi valori cristiani, a me va bene così, se piace a me è legge), sottovalutare o sminuire con indifferenza e ignoranza le cose belle della fede o della liturgia, ad esempio la Pasqua, i sentimenti di chiusura, abitudine, orgoglio, un lutto non rielaborato (il Signore me l’ha preso), la sofferenza o la croce (il Signore si è dimenticato di me), uno scandalo nella chiesa, una cattiva educazione, un’abitudine pigra, si può frequentare per una vita la parrocchia e la messa e non essere credenti.. se non a parole o per alcune prestazioni o performance sociali..
Tutto questo e molto altro.. ci può far lasciare, anche a poco a poco, la presa, la consapevolezza, il desiderio, la fede che il Signore è il mio pastore,  mi guida, è al mio fianco.
Così non ascolto più la Sua parola, la sua voce, dice Giovanni nel Vangelo. Perchè magari guardo quanto dura la messa o l’omelia.. ma non mi metto davanti al Vangelo come Parola di salvezza per me qui e ora. Solo restando in ascolto, ci dice Gesù, potremo seguire, seguirlo altrimenti “andranno perdute”. Mi pare un dato interessante e crudo; se non ascolti non lo segui. Perchè non ti fidi. Pensi di bastare a te stesso, di essere cristiano lo stesso perchè fai le tue cose cristiane, ma non ti fidi di Dio e del suo messaggio di salvezza sempre personale. E se non lo fai.. a poco a poco ti perderai. Se non ascolti.. ti strappi, ti allontani, segui solo te stesso, il tuo orgoglio. Qui nascono divisioni, muri, ripicche, sottogruppi e quant’altro.  Se perdi la direzione comune, il pastore e la sua voce, ti disperdi o meglio ti frammenti. Ognuno va per conto proprio, pensa di esser credente, non si mette mai in discussione e la parrocchia è un negozio o un palcoscenico.
Vorrei che davvero ne sentissimo il gusto percependone il senso,  perchè dice una cosa preziosa e bellissima: Gesù ci sta garantendo che nessuno ci strapperà dalla mano del padre.. come quella mano di un papà che guidi i primi passi del proprio bambino, quella di un malato tenuta con delicatezza da chi lo assiste, quella di due sposi mentre si promettono amore eterno, di chi ti aiuti a rialzarti o ti venga incontro. Quella mano ci custodisce. Può accadere di tutto. Anche che noi lasciamo andare quella mano, la confidenza col Padre, la fede in Lui. Ma lui non la lascerà.
Continuerà a porgerla. Dio non molla la presa. Mai. Abbiamo carissimi, questa consapevolezza oggi? Riflettiamo. Da 1-10 quanto è viva in me? (..) vi auguro di uscire da questa celebrazione con questo atto di fede: nulla mi strapperà da questo amore di Dio per me. Questo innanzitutto mi rende cristiano, credente, per questo scelgo di essere praticante. Quando entro in chiesa per venire a messa o trovare silenzio e raccoglimento, Dio mi sta porgendo la Sua mano.
Nel battesimo noi siamo per tre volte immersi in quell’acqua santa, la morte e risurrezione di Cristo di dona quella nuova identità che nessuno può strapparci: figli di Dio. Dio si impegna e ci garantisce che nulla.. si potrà mettere tra noi. Per sempre.
Ricordiamo quella pagina magnifica di S. Paolo? Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?
Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati.
L’eucaristia celebrata in modo consapevole, ci salda a Lui, veniamo con mani da mendicanti a lasciarcele riempire dal Suo corpo, noi gli rivolgiamo le nostre mani e Lui allunga la sua, donandosi tutto a noi.
Con fiducia affidiamoci al Padre, allora consapevoli che nulla potrà strapparci da questo suo abbraccio; aumenti il noi il desiderio di contemplarci in esso prima di tante altre cose che solo da queste possono trovare verità e direzione.