Sfamare o divorare? – Omelia VIa Domenica di Pasqua – B

Pensandovi.. questa settimana dicevo tra me e me.. come vorrei che uscissero dalla celebrazione eucaristica OGGI?
Si parla di amore nella seconda lettura, le parole bellissime di Giovanni e nel vangelo, la seconda parte di quello di domenica scorsa.. lo ricordiamo? La vite e i tralci, il dare gloria a Dio non a parole, ma con una vita che porti frutto. E oggi questo desiderio di gioia. Sembra perfino esagerato, tutto questo amore di qua e di là, la gioia.. ci sembrano cose così poco concrete o dignitose.
Mi sono risposto: mi piacerebbe che almeno qualcuno uscisse da questa santa messa, dopo aver insieme celebrato l’eucaristia.. almeno un po’ di buon umore. Che non significa “tutto bene” ma che la stiamo facendo andare per il verso giusto. E non con un vuoto ottimismo ma perché vi siete sentiti amati. E questo gratis!
Uscire dalla celebrazione con la sicurezza che sono amato.
“In questo sta l’amore, dice la seconda lettura, non siamo stati noi ad amare Dio ma è Lui che ha amato noi.”
Bellissimo. Sentiamo il sapore e la profondità di tali parole?
Ci fanno abbassare la guardia da un’idea di un Dio avversario o a cui chiedere sempre il conto di tutto..
come pure sono una carezza sulla testa, se ci sentissimo troppo affaticati di cose da fare, di servizi visibili e gratificanti e meriti cristiani da ottenere, fioretti da mantenere..
Ma credo che questa dichiarazione pazzesca d’amore non possa lasciare tranquillo nemmeno un’indifferente, chi si dica ateo, non credente.. o praticante non credente! Ricordate esempio all’inizio.
A volte ho la sensazione che perdiamo troppo tempo a discutere su e di Dio.. se ci ascolta, se esaudisce, sa fa quel che gli diciamo o ricorda quel che gli abbiamo raccomandato. Lui di se non ha detto altro che è padre. E un padre ama. Ma perché queste parole dovrebbero metter di buon umore?
Perché ci donano serenità e pace. Sentirsi anticipati, protetti, attesi.
Confidare che venendo in chiesa troverò ciò di cui ho bisogno: per carità.. ne salute, ne lavoro, ne soluzioni.. ma poter rinnovare l’equipaggiamento con cui riprendere il viaggio della settimana. Continuo a vivere da risorto in questo tempo di Pasqua. Cioè da chi cambia prospettiva.
Una Parola che mi riesca a decifrare, provocare, illuminare, consolare.. la Sua eucaristia in cui confidare per sentirlo in me, intimo a me più di quanto io sia con me stesso!
Il canto comune.. e una liturgia vissuta in modo partecipe, non passivo da spettatori.. prendo in mano un libretto e canto.. i cuori che cantano assieme si uniscono, pregano assieme, mentre imparano ad ascoltarsi per andar a tempo imparano anche a collaborare e andare d’accordo.. una messa in cui tutti cantano e rispondono assieme, leggendo il foglietto.. ti manda a casa felice, oppure la vita di comunità, gli appuntamenti, gli avvisi, il celebrare assieme, non ciascuno per conto proprio.. a fare le proprie devozioni..
La sensazione che solo così è più bello e non siamo soli o numeri.
Discorsi troppo semplici? Può darsi.. abbiamo sempre una parte di noi che ci sussurra.. ”vattene” lascia perdere, pensa ad altro..
Rimanete nel mio amore. E’ il verbo che in queste due domeniche ci ha avvolto. Nell’amore si entra e si dimora. Rimanete, non andatevene, non fuggite dall’amore. Spesso all’amore resistiamo, ci difendiamo. Abbiamo il ricordo di tante ferite e delusioni, ci aspettiamo tradimenti. Ma Gesù ti dice: “arrenditi all’amore”. Se non lo fai, vivrai sempre affamato. Affamato di amore, di attenzioni, di stima, di protagonismo  e fiducia.
Gesù si fa cibo per noi, e ci chiede di sfamarci gli uni gli altri. Ecco la seconda parte del vangelo.. sfamarci, non mangiarci.
Ci chiede di continuare a far traboccare l’amore che Lui ci dona verso gli altri: è sufficiente un po’ di onestà per dire che non ne siam capaci da soli.. ma sarebbe un segno di grande sfiducia nei confronti di Dio dire che è impossibile. Vorrebbe dire dare del crudele a Gesù che ci ha comandato di amarci gli uni gli altri come Egli ha amato noi; oppure anche del fallito dal momento che ha dato la sua vita per questo; oppure infine dell’ingenuo visto che ci ha scelti per portare un frutto che rimanga. Dare la vita non è semplice né piacevole: altruismo compiaciuto, buonismo e filantropia non sono nemmeno un pallido riflesso. Se mi guardo attorno poi.. non sembra certo che la mentalità e lo stile più comuni siano questi.. eppure..
Dare la vita significa rafforzare di giorno in giorno una scelta, cioè la stessa scelta di Gesù. Di sporgersi continuamente da sé per trovare equilibrio e gioia negli altri. Insieme. Di sfamare non divorare. Questo ci dia gioia e pace, ci faccia uscire di buon umore.. fieri di essere cristiani.. non possiamo non ricorda cosa disse Papa Francesco a questo proposito “E’ una malattia dei cristiani questa. Abbiamo paura della gioia. E’ meglio pensare: ‘Sì, sì, Dio esiste, ma è là; Gesù è risorto, è là’. Un po’ di distanza. Abbiamo paura della vicinanza di Gesù, perché questo ci dà gioia. E così si spiegano tanti cristiani da funerale, no? La loro vita sembra un funerale continuo. Preferiscono la tristezza e non la gioia. Si muovono meglio non nella luce della gioia, ma nelle ombre, come i pipistrelli. E con un po’ di senso dell’umorismo possiamo dire che ci sono cristiani pipistrelli che preferiscono le ombre alla luce della presenza del Signore”. 
Con questa consapevolezza ci affidiamo a te Signore, per intercessione di Maria, donaci il coraggio di desiderare di vivere con gioia e di farlo nel tuo nome, da figli amati, con serenità e con il buon umore.. se non per questa omelia, almeno perché un papa che chiama pipistrelli i suoi fedeli, un sorriso non può che strapparcelo..

L’autostima di Dio.. – Omelia Va Domenica di Pasqua – B

Gloria.. al Padre.. Gloria nei giorni di festa. Mi son preso la briga di cercare il significato di questa parola che usiamo in modo automatico e scontato. Lo conosciamo? Ve lo offro perché credo ci faccia bene e spero possa aiutarci a comprendere meglio il nostro modo di credere e di vivere.
Secondo alcuni studi “etimologici” significa “ciò che gli altri sentono dire di te”: insomma un modo di parlare di Dio agli altri e a Lui.
Per noi dire Gloria significa manifestargli il nostro grazie e i motivi per cui siamo felici di essere e sentirci suoi figli.
E’ una preghiera semplice, il Gloria al Padre, ma anche un inno solenne e maestoso che la domenica spesso cantiamo assieme.
E’ uno dei gesti e dei sentimenti con cui viviamo la nostra fede e diciamo al Signore che lo stimiamo, che lo riconosciamo importante per noi.
Ecco un primo segno importante con cui verificarci: quante volte nella mia preghiera trovo spazio per la lode gratuita? Per dirgli gloria a te Signore perché? Perché sei buono, hai creato il mondo e le sue bellezze, hai creato le persone, mi perdoni, mi accompagni, mi illumini e conforti.. Questa attenzione è figlia dell’amore libero e riconoscente. A volte rischiamo di pregare solo con formule a memoria e dimentichiamo che la preghiera più naturale e spontanea, nell’intima confidenza dei figli passa per un parlargli di noi e di quanto stiamo vivendo. Ben più allora di una serie di cose da raccomandargli di fare o di ricordarsi di non fare ma un guardare a Lui con stupore riconoscendolo come autore della nostra vita e di come siamo e possiamo essere.
Ancora potremmo chiederci: ma come parliamo di Dio? Siamo felici di essere cristiani? Cosa sta dando la fede alla mia vita? La rende più forte, luminosa, sensata, autentica? Più umana?
E qui cominciamo ad intuire un altro aspetto che può provocarci e farci bene, direttamente dal vangelo.
Nella pagina appena accolta Gesù dice:” in questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto”. Cosa è il questo di cui parla? Il frutto.
La gloria a Dio sale dalla mia vita, non dalle mie parole. Non chi dice Signore, Signore, ricordiamo? Ma chi fa la volontà del Padre mio. Che significa questa immagine? Una vita che porta frutto. E’ una vita che serve a qualcosa e a qualcuno, che passa dalle promesse in gemm.. alla realizzazione qui e ora di un frutto, qualcosa di buono da mangiare, di sostanzioso e nutriente.
Cosa può voler dire questo? Credo sia una cosa bellissima, un atto di fede e fiducia nell’uomo e la donna che siamo meravigliosi. Dio non vuole essere glorificato a parole: non sta li in poltrona ad aspettare che parliamo bene di lui.. che immagine abbiamo di Dio in noi? Di un vecchio con la barba che non vede l’ora di essere lodato e glorificato con le nostre candele, offerte e preghiere? Non credo. Che se non lo facciamo si offende?
Almeno Dio i problemi di autostima li ha risolti da un pezzo. La Sua gloria è la nostra vita realizzata. Una persona che incontri un cristiano e colga nei suoi occhi una pace ed una gioia profonda… ecco la gloria, ecco la pubblicità più bella per Dio.
Cosa ci sta davvero a cuore? Siamo onesti: fare le nostre cose cristiane, le nostre pratiche devote, i nostri servizi gratificanti e visibili o dargli gloria? E come? Come vuole Lui o come decidiamo noi?
Persone che muoiono affidandosi a Lui come nei barconi nel Mediterraneo o nel collegio in Nigeria.. martiri per la fede e nella fede. Ecco la sua tremenda gloria. Non richiesta ma.. che testimonianza, che esempio! I giovani che nel suo nome ieri sono diventati diaconi o diventeranno preti, i matrimoni in chiesa, gli adulti che chiedono i sacramenti dopo una vita e si convertono.
Proviamo a pensare, ad esempio, a come spesso tra genitori e figli si infiltrino nel bene e nel male cose come queste: una mamma che dica al figlio.. che con tutto quello che ha fatto per lui si aspettava che.. non mi puoi deludere.. devi fare questo lavoro o occuparti di me adesso che..
Dio con noi non fa così: mi domando.. cosa dà gioia e soddisfazione ad un genitore? La vita realizzata del figlio o altri sottili ricatti affettivi che trattengono, schiacciano e mortificano?
Ricordiamo le parole della seconda lettura.. ”figlioli non amiamo a parole ne con la lingua ma con i fatti e nella verità” come son forti e vere: quanta ipocrisia a volte nei nostri atteggiamenti.. facciamo le belle facce sorridenti e compiacenti davanti e poi dietro parliamo male alle spalle, diciamo.. non mi interessa io faccio quello che voglio.
Ecco cosa da gloria a Dio, cosa gli fa pubblicità, cosa testimonia la forza e la bellezza del credere: una vita da credenti credibili.. non di praticanti non credenti. La vita di persone che portano frutto cioè sanno essere nutrienti. Passatemi l’immagine: la mia vita sa nutrire quella degli altri? Sa dare ciò di cui hanno bisogno: affetto, attenzione, giustizia, rispetto, dignità.. la nostra vita quando è carica di gesti d’amore, nutre gli altri. Questo è i frutto di cui Dio vuole godere. Non per sè ma per compiacersi di noi.
Il vangelo ci invita a guardare alla nostra vita come ad una esistenza che sappia profumare di Vangelo. Si fida di noi e sa che solo fidandoci di questa buona notizia sulla nostra esistenza sapremo andare oltre i nostri bilanci negativi su noi stessi o tiepidi rassegnati e vivere di conseguenza. Ogni volta che celebro in maniera onesta e consapevole la santa messa, che cerco di vivere in preghiera le mie giornate nella lode e nel ringraziamento, quando approfitto delle tante iniziative della nostra collaborazione pastorale cittadina per nutrire la mia fede e formarmi come cristiano, quando inizio ad accostarmi regolarmente al sacramento della riconciliazione o frequentare un po’ per conto mio il vangelo o qualche buon libro.. tutti esempi concreti con cui la mia vita da dentro porterà frutto e si coltiverà in questo. Non è vivere l’eucaristia? Fate questo in memoria di me.. diventate anche voi cibo come io lo sto facendo per voi! Ecco la gloria di Dio, il vero volto di un padre che gode della qualità di vita dei propri figli come della testimonianza e della soddisfazione più grandi.
Ti chiediamo allora Signore: aiutaci ad essere umili e metterci in discussione. Sostieni in noi il desiderio di fare della nostra vita un frutto nutriente e un dono responsabile: questo sarà amare coi fatti e nella verità, donaci almeno di desiderarlo quando preghiamo, sia questa la nostra preoccupazione principale, la nostra vita diventi la testimonianza più bella, la gloria che ti daremo, ciò che gli altri sentono dire di te.

“Dove mi hanno fatto le scarpe da ginnastica?” – Omelia IV Domenica di Pasqua – B

Qui davanti c’è L’altra bottega: fa parte di una catena di negozi che si impegna a vendere generi alimentari, abbigliamento o tanto altro che sia stato prodotto da scelte economiche eque e solidali: significa senza sfruttare nessun lavoratore, risorsa o terreno dei paesi più poveri; come pure di favorire per quelle persone delle condizioni di vita, lavoro e sviluppo più umane e dignitose.
In teoria quando acquisto qui sono tranquillo: i miei soldi non contribuiscono a nessuno scandalo ne ignobile sfruttamento. Anzi, faccio del bene. In teoria, quando acquisto altrove.. posso non esser sicuro di fare altrettanto, rischiando invece di incentivare (piuttosto che boicottare) scelte economiche che favoriscano sfruttamento, miseria e sottosviluppo.
Curioso: la giustizia come eccezione.. o come vezzo..
Lo so: siamo costretti a questo stile di vita e non possiamo certo campare solo di cioccolato o caffè.. da chi siamo costretti?
Ma ci faccia almeno riflettere sulla nostra presunta libertà e indiretta connivenza. Ad oggi mi risulta impossibile acquistarmi un paio di scarpe da ginnastica, ad es.. non costruite in un paese povero.
Quando il vangelo parla di lupi, questa domenica, parla di questo. Persone che accanto e noi a purtroppo spesso grazie a noi, alle nostre scelte economiche indotte o alla nostra placida indifferenza, sfruttano gli altri, le pecore.. vittime dell’egoismo, del calcolo e dello sfruttamento di certa nostra evoluta civiltà occidentale. Gente come noi, con notevoli competenze economiche o finanziarie, lauree e master ma che quando si guarda attorno non vede pecore da curare, ma da spremere. Questo è solo un esempio. Penso ad aziende  come Indesit, Elettrolux.. o migliaia d’altre. A tutto il mondo del lavoro che è stato messo in crisi.  Ma ci porti al di là del Mediterraneo. Da dove partono i famigerati barconi che vorremmo far affondare per non essere giustamente invasi. Ma il problema è non farli partire?  O chiedersi: perché non se ne stanno a casa loro? Già: io lo vorrei tanto! Se ne stessero tutti a casa loro: io qui non li voglio. Li voglio lì. Protagonisti della loro vita senza bisogno di nessuna accoglienza o carità, in grado di badare a loro stessi lavorando e producendo da protagonisti, come un qualsiasi stato moderno.
La carità che diamo qui è il prezzo di una giustizia che manca lì.
Gli scafisti sono i mercenari del vangelo? Può essere. Sembrano proteggere il disperato gregge di pecore nere.. per traghettarlo verso la terra promessa. Ma sono loro le pecore nere? O è certa economia, certe manovre politiche e giochi di potere di grandi compagnie o multinazionali.. le pecore nere. Perché non se ne stanno a casa loro? Perché quel che potrebbero fare a casa loro, lo facciamo noi per loro ma senza di loro. I poveri restano sempre più poveri. E non è un effetto collaterale ma una decisione presa a tavolino. Noi andiamo, sfruttiamo, cresciamo e loro li lasciamo li. Si stanno forse.. idealmente, venendo a prendere ciò che è loro, perché troppa nostra economia mondiale.. e locale.. campa alle loro spalle. O peggio sulle loro vite. Da noi fuggono i cervelli, da loro.. si fugge e basta.
Gesù oggi dice di essere il pastore buono: colui che da la vita per le pecore: è il titolo più disarmato e disarmante che Gesù abbia dato a se stesso. Eppure questa immagine non ha in sé nulla di debole o remissivo: è il pastore forte che si erge contro i lupi, che ha il coraggio di non fuggire; il pastore bello nel suo impeto generoso; il pastore vero che si frappone fra ciò che dà la vita e ciò che procura morte al suo gregge. Che alza la voce e si indigna.
Gesù non è qui il buon pastore del salmo da cui il canto.. che sa prendersi cura e camminare al fianco, ma è quello che sente arrivare il lupo e lo prende a bastonate: fuor di metafora.. che sa dire di no, riconoscere il pericolo e gli scandali, denunciare l’ingiustizia ed il sopruso perché ama il suo gregge, lo conosce.. sa indignarsi, se la prende con forza con chi fa male e lo sfrutta.. e questo perché Lui è pronto a dare la propria vita per loro. Quell’amore del pastore rende il gregge tutto uguale, unito da un unico amore, quello che rende fratelli e sorelle.
Cosa significa per noi questa pagina del vangelo? A noi che tra pochi minuti pregheremo il Padre nostro.. ci sentiremo parte di questo gregge universale per cui il Pastore è pronto a dare la sua vita?  Pensiamo alla nostra chiesa: l’impegno missionario, in tutto il mondo, penso al gruppo missionario o al DiMMi.. ma anche restando qui vicino. Ad esempio siamo dentro ad una collaborazione pastorale, ogni parrocchia ha il suo consiglio pastorale, abbiamo una pastorale giovanile (sanitaria, sociale..), siamo dentro un anno pastorale; l’uso di questa parola parte esattamente da qui.
Quando la chiesa agisce.. fa pastorale; vive cioè quel mandato che Gesù ha iniziato dando la sua vita. La chiesa continua a dare la vita nelle sue iniziative pastorali. E non significa morire, anche se non possiamo spegnere l’attenzione sui nostri fratelli e sorelle cristiane che oggi vivono il martirio.. significa letteralmente dare vita, dare qualità di vita migliore, più bella, libera, sana, umana.
Rendiamoci conto che quando educhiamo come scout, ads.. noi stiamo dando vita.. che tutto quello che facciamo, siamo chiamati a compierlo con gli stessi sentimenti e passione del pastore che ora, oggi, ha solo le nostre vite come suoi strumenti di pace, giustizia e carità. Siamo chiamati a farlo riconoscendo in Lui la nostra forza ed il nostro modello. Attingendo con la fede alla relazione con lui sapremo essere presenti a questo mondo con intelligenza, spirito critico, una coscienza che sa indignarsi e guardare oltre, che non si lascia anestetizzare dall’indifferenza (il peggiore dei lupi), ma che sa riconoscere in tutte le persone che soffrono dei fratelli e sorelle da salvare dai tanti lupi e mercenari attorno e spesso anche dentro di noi.
L’eucaristia, cioè Gesù che ci offre la sua vita sia la forza e l’impegno a fare della nostra vita un dono e del nostro servizio un azione davvero pastorale.