…A tempo indeterminato… Omelia Assunzione BVM ’24

Assunzione della BV Maria. Ma che vuol dire? Solito esempio.

Essere assunti. Credo ci possa aiutare ricordare cosa e quanto significhi essere assunto in un luogo di lavoro; (speranza, sicurezza, possibilità, realizzazione, identità, passione, prospettive…)

 Immagine molto efficace per comprendere quel che accade a Maria; mentre Gesù ascende, Maria viene assunta in cielo, entrando per prima a far parte della comunione piena e definitiva con Dio, oltre la morte. E lo fa “tutta intera”. Corpo e anima. Diciamo di credere nella risurrezione della carne, dei morti… insomma Maria è la prima e ci apre la strada. 

E questo che significa? Dopo messa, domani, a casa nostra…

>Che chi è già morto, ha seguito Maria e ci ha solo in realtà preceduti in quella che è la nostra destinazione finale.

Ma questo di fatto che vuol dire? In pratica, su dai, don…

Significa che la parola “fine” non è nel nostro vocabolario di cristiani; cioè con Dio non esiste più la parola fine. Siamo nati e non moriremo mai più, diceva Chiara Corbella Petrillo.

La morte non finisce nulla, ma rimanda ad altro. Possiamo subirla a testa bassa o attraversarla con speranza, una porta naturale verso la vita compiuta nella comunione con Dio, tornando alla casa del Padre, contemplando il suo volto. “ammettili alla luce del tuo volto”. Nulla finirà, con Dio, tutti siamo chiamati a risurrezione.

E qui le cose un po’ si fanno delicate.   

   …Chi di noi crede e spera di vivere in eterno? diamoci qualche secondo per ascoltarci.

Ci sta essere scettici, dubbiosi, del resto la fede altrimenti a che serve? Sentiamo tutto, io per primo che lo devo annunciare..

Paolo ai Corinzi nella 2a lettura definisce Cristo una primizia (penso a quei frutti che mangi quando inizia la stagione…i primi bogoi a giugno) di quel che poi vivremo tutti. “Così in Cristo tutti riceveranno la vita” scrive. E le cose ..col battesimo, interessanti!

Ma, se permettete, fatemi solo ricordare quante volte durante la celebrazione della messa, cioè tutti i giorni o tutte le domeniche noi sentiamo e diciamo queste cose … pur lasciandole in noi tra quelle più difficili o a cui non pensiamo.       LEGGILE…(questa è una sosta, la patria è in cielo, la vita eterna..)

Maria oggi ci ricorda solo che con Dio la parola fine non ha più senso, a meno che non la interpretiamo come il fine… non la fine. per cui siamo stati creati da Dio… per tornare a stare per sempre con Lui dopo una breve parentesi -qualche decennio- qui sulla terra. Da Lui creatore, veniamo, dal suo amore, a Lui ritorniamo.

Se manca questo atto di fede, la nostra patria definitiva in cielo, qui sulla terra non ha senso esserci o starci. Se non proviamo a credere questo, la nostra vita cristiana non vale nulla “vana è la nostra fede se Cristo non è risorto dai morti” dirà Paolo sempre ai Corinti. “Io credo risorgerò..questo mio corpo vedrà il Salvatore“… bellissimo canto che però mette paura e fa fare gli scongiuri…

E proprio questo annuncio di speranza, tutti anche con l’intercessione di Maria madre nostra e della chiesa che le è stata affidata sotto la croce, tutti saremo assunti, faremo parte in maniera totale reale viva con il Padre nei cieli.

Qui sta a noi vivere con consapevolezza tutto l’amore di cui siamo capaci, l’unico bagaglio che, col nostro corpo celeste risorto, porteremo con noi oltre la morte, tutto l’amore che abbiamo speso per gli altri che ha reso, ma guarda un po’, la nostra vita…eterna.

XIXa Domenica t.o. C ’25

Dal Vangelo secondo Luca (12, 35-40)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. 
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! 
Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

Il Vangelo della liturgia odierna è molto lungo, io ne riporto solo la parte più breve; vi assistiamo al tentativo di Gesùùùbbbbello di annunciare il rapporto che come cristiani siamo chiamati ad avere col tempo, nella realtà in cui siamo inseriti. Che lotte facciamo col tempo…sempre di corsa, sempre da riempire, agende, calendari, promemoria, post it sul monitor del pc, sul frigorifero, lavagnette… un occhiata ai prossimi ponti per le vacanze, i mille impegni da svolgere, la noia e la depressione, l’ansia e la prestazione…sono tutte legate al nostro approccio con la realtà nel tempo presente. A volte in treno, in un posto pubblico o al ristorante mi guardo attorno e notando che tutti stanno scrollando il loro cellulare con devoto raccoglimento…mi chiedo..“ma che cacchio facevamo 30 anni fa mentre aspettavamo la metro?“. Ecco che allora questa pagina risulta molto importante e pertinente. Siamo cristiani qui e ora, nel 2025 durante (non dopo) Cristo, presente in noi, “attingibile” nei sacramenti, reperibile nella Parola che ascoltiamo a messa o per conto nostro… e poi? Come cristiani cosa pensiamo? Che stile abbiamo nel riempire le nostre giornate e agende? Siamo trascinati nel vortice a testa bassa del fare per… o abbiamo qualche criterio di discernimento, di verità, di qualità per gestire e non essere travolti dal tempo? Siamo, come dire, soli davanti, vs il tempo, in affanno e lotta o … altro? Gesù usa questa immagine sempre un po’ antipatica: Dio padrone-noi servi non suona certo empatica e immediata, lascia sempre un senso di repulsione e distacco. “No, grazie!” Eppure se abbassiamo la guardia e andiamo oltre l’impulso primordiale orgoglioso e orgoglione …possiamo scorgere una frase che a me fa sempre molto bene. La colloco, come spesso altre, tra le fila di quel volto di Dio che non abbiamo ancora annunciato abbastanza… dall’Antico Testamento e che siccome “siamo cristiani a modo nostro” non vi attingeremo mai, restando coi nostri indigesti modi di concepire dio e la religione delle cose da fare a testa bassa o da scrollarsi di dosso prima possibile… l’immagine del servo che fa semplicemente il suo dovere, il suo lavoro, fedelmente e con zelo, nella pace e con passione e che si ritrova servito e riverito dal padrone che si cinge le vesti e si mette a servirli. Penso a Gesù che farà lo stesso durante l’ultima cena, lasciando tutti basiti. Dio che si mette a servirmi, mi porta la cena, mi lava i piedi, mi mette a mio agio… Dio che mi serve, annuncia il vangelo. Già, mi chiedo…a cosa mi serve?

Prendermi cura? Omelia XVa Domenica t.o. C ’25

  Questa omelia ieri è nata così, non sapendo che pesci pigliare e guardandomi solo attorno: seduto in canonica davanti al ventilatore. Da fuori sento il ronzio del trapano: è Michele, che sta svolgendo una parte dei lavori socialmente utili. Piccoli reati trasformati in impegno sociale. Non c’entra niente con la parrocchia ma ci si trova bene; ha conosciuto diverse persone, viene volentieri e mi ha chiesto di proseguire anche dopo, perché gli piace dare una mano e stare qui assieme.

  Passano anche alcuni genitori della scuola dell’infanzia, salutano dalla finestra: si son messi a sistemare dei giochi e il giardino per il bene della scuola stessa e dei loro figli. Ci beviamo un caffè, non so quanto siano parte della comunità cristiana, alcuni vivono altrove, ma ci sono, danno il loro contributo.

  Nel frattempo ricevo un paio di parrocchiani: colpiti dal profondo disagio di alcuni vicini di casa, che non sono della parrocchia… ma del territorio in cui c’è una parrocchia: situazioni gravi che interpellano e mi chiedono che si può fare, come comunità, per rendersi utili. Mario intanto taglia l’erba perché a casa da solo si annoia e qui trova qualcuno per far due parole. In chiesa fervono le pulizie, si sistemano anche i fiori, con sto caldo; poi penso al Grest in corso e alle decine di ragazzi e ragazze coinvolte. Mi alzo, vado a prendere la posta e noto la bacheca della Caritas e penso alle 50 svariate famiglie che ci sono affidate.

  Potrei continuare, in quello che diventa un viaggio virtuale tra le nostre comunità di Fiera e Selvana davvero molto concreto e reale.

Reati, figli, chi ha bisogno, perché va fatto, come parrocchia o sul territorio, come attenzione pastorale o sociale: si stanno tutti, semplicemente,     prendendo cura.

Il cuore del vangelo di oggi è questo. Mi piace tantissimo contemplare il volto di comunità cristiane così. Mi commuove profondamente e mi fa sentire che siamo nella direzione ..bella. Ringrazio tanto il buon Dio di tutto questo.

Al dottore della legge (tipo il vescovo oggi) che strafottente provoca Gesù chiamandolo Maestro e chiedendogli come ereditare la vita eterna, lui risponde con la parabola del samaritano. Abbi cura di lui, dice all’albergatore. Io ho fatto la mia parte, ora pensaci tu. Come se dopo essersi sporcato le mani (e l’evangelista Luca descrive come la sceneggiatura di un film le 10 azioni che compie), lo affida alla comunità. Non vuole fare tutto da solo ma interpella e coinvolge altri. Chiede di “avere compassione”, dice Gesù che aggiunge che la vita eterna si raggiunge così, intanto prendendosi cura di chi ti capita davanti, adesso. Fai agli altri quel che piacerebbe fosse fatto a te, dice Gesù nel 7° di Matteo.

   Si, va be, sei retorico, vogliamoci tutti bene, potrebbe obbiettare qualcuno. Ci sta. Eppure mi chiedo, come cane del pastore, quale debba essere oggi il modello di parrocchia credibile. Quello dove tutti vengono a messa? Quello dove vieni solo se hai bisogno o puoi contribuire? Con quali priorità e stile? Non lo so. 

Ma mi piace pensare che tutte le persone che in tanti modi, credenti o meno in Gesù Cristo, morto e risorto per noi, passino di qua e facciano la loro parte, possano aver intuito o percepire che la vita donata non ruba nulla alla tua esistenza ma la lascia diversa, più bella, libera, piena, felice. Gesù la chiama “eterna”, già ora cioè gustabile, fruibile, praticabile.

  Che è vero che il chicco di grano non deve aver paura di spendersi e morire per portare frutto. Perché funzioniamo così. Dio ci ha creato così, coscienti o meno. Avere cura, prendersi cura, farsi un po’ da parte, non pensare sempre e solo innanzitutto a sé stessi e lasciarsi interpellare. Penso alle volte in cui il servizio, il volontariato sia usato in maniera terapeutica da alcune scuole, invece di punire gli studenti, o al Ceis o in altre comunità di recupero o tra i giovani che a un certo punto vogliono fare, andare, prendersi cura, fare animazione.. 

Sono solo condizioni che create e custodite lasciano nel cuore di chi le pratica o riceve un seme. Se poi lo coltivi, potrai fare esperienza di Chi quel seme l’ha piantato e annunciato nel vangelo. Ti sentirai parte di qualcosa più grande di te, utile, vivo, assieme. Sentirai che i gesti di cura, attenzione, premura non saranno semplici ma sono efficaci. Se li ascolti magari a poco a poco potrai scoprire in te un bisogno più grande di senso. Una direzione, una buona notizia, quella che Cristo ha portato e affidato a ciascuno di noi. Fate questo in memoria di me, fate della vostra vita un dono e riflettete, vi sentirete paradossalmente amati, riconoscerete i vostri nomi scritti nei cieli, sentirete che siamo tutti parte di una rete di vita offerta, donata e condivisa che ci ha preceduto, ci accompagna e si fida di noi. Essere parrocchie che attraverso le tante iniziative, fanno percepire non tanto l’affanno del fare o il placido “basta stare assieme, l’abbiamo sempre fatto” ma una promessa di vita diversa, un significato altro al solito dover fare, e magari un desiderio di scoprire perché lo fai, cosa ti spinge, cosa anima uno stile diverso, cristiano appunto, che non trovo da altre parti… una cura che altri non hanno perché ..sei stato già tu curato, amato, salvato. Se manca questo, saremo solo come tutti gli altri, sostituibili. Ed è già piuttosto evidente. 

Mai come oggi siamo chiamati, con quanto Gesù ci chiede a testimoniare che stiamo vivendo già ora quella vita eterna, di qualità buona e diversa, promettente, seducente, magnetica. Credo che oggi, essere cristiani, significhi proprio questo. Niente di più, ma soprattutto, speriamolo, niente di meno. Ne siamo tutti corresponsabili. Ci interessa?