Ma ve lo immaginate un mondo così? – Omelia Giovedì Santo 2013 – Anno C –

“Li amò fino alla fine.”
Mi sono sempre chiesto il senso di questa frase: misteriosa, profonda, soprattutto collocata qui, pochi istanti prima della lavanda dei piedi.
Come ci si deve sentire, ad essere amati così? che significa, poi, come si fa a comprenderlo?
“Li amò fino alla fine.” Il testo greco originale é un po’ ambiguo:
può significare.. fino alla fine della sua vita, cioè alla morte ormai imminente. Oppure.. la fine, all’esaurimento delle proprie possibilità.
Nel primo significato.. mi comunica un amore maturo, deciso, risoluto, ad oltranza, che non pensa più a sè stesso..
A volte, per gioco, ci si chiede..”se sapessi di dover morire e hai pochi giorni di vita, che faresti?”
Gesù ci risponde: sapendo che sono le sue ultime ore, vuole passarle così, con loro, con questi gesti.. senza pensare ad altro che a quelli che aveva scelto e con cui aveva condiviso quei 3 anni. Pensa al loro bene. Si dimentica di sè, non gli importa fare qualcosa di bello per la propria vita.. quanto comunicare.. tutto sè stesso.
Nel secondo significato.. fino alla fine può voler dire fino all’estremo delle proprie possibilità. Non ce n’era più per nessuno, insomma, svuotato e strizzato. Consumato.
Come quando, innamorati, diciamo all’amata “ti amo da morire..mi piaci da impazzire…” .. l’amore.. esagera sempre!
Fino alla fine: di più non poteva. Non riusciva. Sembra impossibile.. che uno esaurisca la propria capacità di amare ma non é questo il punto.  E’ come noi ci poniamo dinanzi a questo amore.
In entrambe i suoi sensi: ad oltranza e fino all’esaurimento.
Per me, per ciascuno di noi. Proviamo a pensare. Si può amare in modo diverso? ci fideremmo di uno che non ci promette un amore così? e quando amiamo qualcuna.. non vogliamo farlo con la stessa intensità? L’amore esagera sempre.. é fatto così.
E poi.. si abbassa, si inginocchia davanti ai piedi. Non vuole guardare nessuno dall’alto in basso. I piedi di Pietro che lo rinnegherà e di Giuda che l’aveva venduto, i piedi del pubblicano Matteo,  e di Giacomo sempre nervoso, di Tommaso coi suoi dubbi, del prediletto Giovanni e degli altri.
Non ci comunica un Dio che vuole il mondo ai suoi piedi ma che si mette ai piedi di tutti. Non signore ma servo della vita. Che vuole purificarla e servirla.. dal basso, dalla base.
Quel gesto, che tra poco rivivremo, ha cambiato la storia.
Erano a cena: si doveva far memoria, la loro pasqua ebraica, ricordare il passaggio dalla schiavitù in Egitto alla libertà della terra promessa. Dalla dipendenza al faraone al camminare nel deserto per riconquistare dignità e riprendere a vivere.
Gesù porta all’estremo questo rito e lo completa. Sta nascendo la Pasqua cristiana, quella che ogni giorno, ogni domenica celebriamo come eucaristia. Un pasto che ci aiuti a “passare”. Pasqua, prima di tanti coniglietti, pulcini e cioccolato, significa passaggio. Passare dalla schiavitù e dalla dipendenza alla responsabilità di sè. Fosse anche da una idea che non abbiamo voglia di cambiare su noi stessi, su Dio, sulla fede o sulla nostra vita. Sarà Pasqua solo se avremo voglia di passare.
Cioè se troveremo in noi, nel nostro cuore, nella nostra coscienza, qualcosa di morto, su cui non abbiamo più potere.. per farlo risorgere a vita nuova. Ecco il passaggio: sapere che non c’è niente che non possiamo fare.. tutto posso in colui che mi da la forza.. dirà Paolo ai Filippesi. Passare alla speranza.. di una possibilità. Di un qualcosa di inedito e inatteso ma che può accadere.
Gesù ce lo trasmette iniziando a lavare i piedi, mettendosi a servizio. Le sue parole diventano subito fatti. Per farlo devi per forza cominciare a mettere da parte te stesso e accorgerti dell’altro. Passare da uno sguardo avvitato su te stesso ad uno sguardo nuovo sul nostro prossimo. Devi almeno desiderare di guardarlo dal basso, dai piedi.. che gli han fatto percorrere le strade per cui si é perso, le scorciatoie prese che l’hanno invece sfinito, le cadute, gli ostacoli che ha dovuto superare o su cui é crollato. Ecco come si inizia a “passare,”  cioè a risorgere: servendo.   Servendo a qualcosa.. perchè se non servi a qualcuno.. non servirai a niente e la tua vita ti sembrerà inutile. E allora la butterai. Servire.. é servire a qualcosa per qualcuno.
Si passa dalla morte alla vita, dall’egoismo e dall’inerzia alla speranza e alla gioia amando, cioè servendo. Da una vita senza sapore ad una spinta centrifuga.. per amore. Gesù lo ha detto chiaramente. Lo ha dimostrato concretamente. Ce lo ha lasciato come compito. Il cristiano é tale solo quando serve. Quando cioè sceglie di passare. La risurrezione inizia da qui. Quando magari rinuncio ad allevare le mie paure per alleviare quelle degli altri.
Di amare, fino alla fine. Sempre, fino alla fine, all’esaurimento.. o almeno .. il più spesso possibile. Ecco l’amore.
E sapendo che non avremmo avuto poi tanta voglia di farlo,
si é fatto non solo modello e strada ma anche sostegno, incoraggiamento, presenza.
Ed é l’eucaristia che ci consegna il suo corpo tutte le volte che la celebriamo. La sua presenza in noi e dentro noi.. per aiutarci a fare altrettanto. Innanzitutto per ricordarci l’umiltà di toglierci le scarpe e lasciarci per primi lavare i piedi da Lui, amare da Lui.
Solo così, alla conclusione della messa, potremo uscirne con lo stesso desiderio per gli altri, di servirli amandoli.
Ma ve lo immaginate un mondo così?
Gesù ci assicura: “Io sono con voi.”
ma ci consegna anche ad ogni eucaristia la formula per passare.. servendo, fino alla fine: Fate questo in memoria di me!

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