Ci sono un tedesco, un francese, un inglese e un italiano che.. – Omelia XXXa T.O. – Anno C –

Succede un po’ come in quelle barzellette tipo.. c’è un tedesco un francese un inglese e un italiano.. sappiamo già che spetterà al nostro connazionale farci fare bella figura e strappare le risate di tutti..
Il vangelo del fariseo e del pubblicano.. si.. lo conosco.. quello che racconta dei due che pregano.. si.. bisogna essere umili.. e non presuntuosi come il fariseo.. ok..
Questo rischio lo corriamo spesso, in primis noi preti.. che maneggiamo troppe volte la parola con eccessiva confidenza..
Allora oggi vorremmo cercare di accogliere per noi come fosse la prima volta questa pagina.. che è stata interpretata in molti modi e ha avuto molte spiegazioni, ma tutte parziali perché nessuna di esse sa cogliere il cuore della parabola che è una rivelazione sull’essere di Dio. Essa infatti non ci insegna cosa dobbiamo fare o come dobbiamo comportarci pregando.. come forse diamo per scontato, ma ci rivela «chi è» Dio e ce lo dice dal punto di vista di Lc che è l’evangelista della tenerezza e della misericordia. Per Lui Gesù è il «Vangelo del Padre» che porta l’annuncio finale di liberazione a tutti gli esclusi dalla mensa della vita: «Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”» (Lc 15,1-2). Questa è la novità del Vangelo: coloro che la religione ufficiale esclude, Dio accoglie, anzi predilige. Non solo, ma lascia tutti per andare alla ricerca anche di una sola pecorella che si smarrisce (cf Lc 15,4). Dio non guarda la quantità, dove uno più uno in meno non fa differenza. Al contrario egli guarda alla singola persona perché per lui una sola persona vale il mondo intero. Per Luca Dio ama in modo artigianale.. mai in serie!
Al tempo di Gesù il fariseo era un uomo pio, religiosissimo, attento all’osservanza della Toràh e scrupoloso nell’esercizio dei suoi doveri. Il fariseo potrebbe essere ciascuno di noi, quando diciamo: non ho fatto nulla di male nella mia vita, non ho ucciso, non ho rubato.. troppo, vado a messa la domenica, quando posso, mi faccio i fatti miei, tutt’al più dico qualche bugia, ma sempre a fin di bene, insomma sono un buon cristiano e il Signore può essere contento di me.  Al contrario il pubblicano era un essere meschino due volte: era dichiarato immondo perché collaborava con l’impero romano di cui gestiva la raccolta delle tasse e rubava al suo popolo. Il pubblicano era considerato il peggior nemico del popolo d’Israele ed era escluso dalla vita religiosa perché la sua esistenza era incompatibile con l’appartenenza al popolo di Dio.
Con questa parabola Gesù opera un atto rivoluzionario con cui contesta la religione ufficiale del perbenismo, del dovere, dei riti, del culto della personalità, schierandosi contro i suoi contemporanei: contro il loro modo di giudicare, di pregare, di concepire Dio. Gesù è il «rivelatore» di un nuovo volto di Dio; Egli annuncia un vangelo «nuovo» che ribalta la concezione di Dio, secondo la tradizione religiosa: Dio è il Dio di chi non ha nulla da perdere e fa giustizia proprio al pubblicano che non ne ha diritto, mentre la nega a colui che pretende di averne. Oggi Gesù mette in crisi noi e il nostro modo di essere: ci chiede se siamo solo religiosi come il fariseo o se siamo persone di fede somiglianti al pubblicano.
Gesù trasforma il significato stesso della «giustizia» Per Gesù e per il Dio «nuovo» che egli annuncia, la «nuova giustizia» non è una misura, ma un abbondanza straripante perché diventa sinonimo di «gratuità» in base al principio salvifico che sta alla radice dell’incarnazione del Figlio: «Questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno» (Gv 6,39). La salvezza contro ogni speranza di tutti i pubblicani e di tutti i peccatori è parte integrante della «volontà di Dio». Sia fatta la tua volontà!
In questo contesto, Dio non è più il guardiano di norme etiche immutabili o l’orologiaio che tiene in piedi il ritmo del tempo e il cosmo; non è più quello che castiga ogni trasgressione, che giudica in base alle opere di ciascuno: a chi ha fatto bene, il premio, a chi ha operato male, il castigo. E’ questo il «dio» che ci piace tanto perché noi siamo istintivamente vendicativi e vorremmo sistemare le cose con tremenda e inesorabile giustizia.. sapremmo noi come fare..
A questo mondo Gesù contrappone un nuovo criterio di vita che si basa sull’amore dell’altro senza aspettarsi alcun riscontro o contraccambio e pone un modello nel comportamento suo come «sacramento» dell’agire della volontà di Dio: Dio è giusto perché perdona. In Dio la giustizia è la misericordia. Gesù contrappone il presuntuoso che crede di salvarsi da solo con le sue forze e le sue opere e il peccatore che non potendo presentarsi davanti a Dio si abbandona al suo giudizio, prima ancora di conoscerlo. Di norma noi diciamo che bisogna convertirsi per ricevere il perdono di Dio.
Potrebbe essere la tentazione del fariseo perché andiamo a Messa, facciamo l’elemosina, diamo una mano in parrocchia: non siamo come gli altri! Prima di tutto questo c’è un atteggiamento che precede la conversione propriamente detta: mettersi in ginocchio in fondo al tempio della propria coscienza senza parole, senza giudizio, accettandosi così come si è e lasciando che sia la misericordia di Dio a operare la conversione del cuore e dell’intelligenza, degli atti e delle scelte. Stare laggiù in fondo nell’intimità di noi stessi, nella pienezza della propria umanità pesante e perdere tempo davanti a lui, sapendo che anche lui sta perdendo tempo per noi. La conversione, la purificazione è un dono gratuito di Dio, basta accoglierlo, riceverlo, anzi abituarsi a riceverlo. Allora possiamo aprire le labbra e sussurrare:
“Signore non sono degno ma di soltanto una parola ed io sarò salvato”. Sentiremo dentro di noi la presenza dello Spirito che versa l’olio della consolazione perché dice il Signore Gesù: «Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano» (Lc 5,32).
Celebrando il mistero dell’Eucaristia, ognuno di noi faccia proprie le parole dell’Apostolo a Timoteo: «Il Signore mi è stato vicino e mi ha dato forza.. mi libererà da ogni male, mi porterà in salvo nel regno dei cieli» (1Tm 1,15) perché la grazia non si compra né si può vendere: si può solo ricevere e la può ricevere soltanto chi è disposto a lasciar perdere tutti i propri bilanci e calcoli, i meriti o le buone opere.
L’eucaristia è il segno e il sigillo di questa grazia gratuita che ci viene data senza nessun merito nostro: invitati, siamo accolti da Cristo in persona che si fa cibo per noi e noi possiamo solo partecipare, mangiarne e, a nostra volta, farne partecipi quelli che incontriamo sul nostro cammino perché l’Eucaristia celebrata è l’esperienza suprema della salvezza nel Signore morto e risorto. Il pane che spezziamo, la Parola che ascoltiamo, la vita che condividiamo siano anche i segni visibili che «Dio è amore», non alla maniera umana che a volte sa di commercio, ma secondo la natura di Dio.
Cioè che chiede solo di essere accolto, e mai.. mai meritato.
E non è davvero una barzelletta.. ma magari ci strappa lo stesso, speriamo un sorriso di serenità e di pace.

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