Non fare la femminuccia, su.. – XIVa T.O. – B

Non piangere, sei un uomo.. non frignare, non fare la femminuccia, non piangere, cosa vuoi che sia, fa l’uomo, non è niente, avanti, silenzio, sii duro, non si deve piangere.
Non so voi, ma io cose come queste me le sono sentite dire e tante volte usare con bambini e ragazzi. E spesso molti adulti lo vivono ancora come tratto della propria educazione. Ne soffrono. Non sanno vivere ne comunicare le loro emozioni.
Di fondo queste frasi dicono “guai ad apparire debole, fragile; manda giù, ma non dire che la vita ti sta facendo male, che ti senti alle corde, sfinito, disorientato. Non dirlo, non sta bene, c’è chi sta peggio.”    Mi domando: ma questo è cristiano? Anzi.. è umano? Anzi è reale? Davvero diventare grandi, essere adulti, maturi significa essere forti, non piangere, non farsi vedere (cioè non riconoscersi) fragili, precari, vulnerabili, feriti? Insisto.. come ci si “allena” poi a diventare così forti? Cercando di essere sempre sicuri, duri, scaltri, furbi, di avere diritti e pensare per sé..
Mi chiedo: ci si ritrova davvero padroni della propria vita o solo vittime deliranti di una precaria e malcelata superbia? Statue di marmo coi piedi di argilla? Penso, con grande rispetto, a tanti suicidi insospettabili di persone che avevano il mondo in pugno ma non loro stessi. Ma anche a quanto le vendite di ansiolitici e antidepressivi siano sempre più in aumento nelle nostre farmacie e in tutta Italia (dati del Sole 24 ore); questo denuncia uno stile di vita fittizio che fa del culto della performance, del delirio di onnipotenza, dell’apparire e dimostrarsi a tutti i costi come gli altri si aspettano o come noi dobbiamo (?) far vedere.. del “vanti sempre, fen tut, ven tut, rassa piave”.. fa di tutto questo, direi, quasi una religione, il culto di sé.
Non sto certo dicendo sia meglio educare ad essere flaccidi o passivi, ma porre una riflessione cristiana a partire dal messaggio che Paolo lascia di sè ai Corinti nella seconda lettura: è davvero bellissimo e potente. Di quelli che meritano ricordati non come uno slogan ma come una frase della Parola da imparare letteralmente a memoria per assaporarla al bisogno.
Introduce la sua riflessione spirituale spiegandone il motivo “perchè non monti in superbia”. Parola poco usata, ma di cui sappiamo il significato e forse anche il sapore nelle nostre vite.
Lo ripete per due volte.. e poi accogliamo la sua confidenza: ci dice di patire una spina nella carne. Nessun biblista è mai riuscito ad andare oltre le tante ipotesi. Che bello, questo santo, super apostolo, annunciatore del vangelo e primo teologo non è perfetto.. ne per certi versi normale. Chissà cos’ha che lo disturba. Ma è molto umano e libero perché parla serenamente dei suoi problemi e riconosce di non farcela da solo. Continua dicendo che ha pregato il Signore perché allontanasse questo problema: gli risolvesse i problemi.. ma così non è. Riporta poi lo stile di Dio con noi. Infatti nella stessa confidenza ci spiega che significhi essere cristiani. Non credere in un Dio che ti risolve le rogne, ma che ti si mette a fianco. “Ti basta la mia grazia”. Quando preghiamo e ce la prendiamo con Dio perché non ci ascolta.. alla fine ci ricorderemo questa frase? Ti basta la mia grazia. Significa il suo aiuto, la sua presenza, il suo sussurrare nella nostra coscienza la sua volontà di bene per noi e la nostra vita. Serve il mettersi in ascolto di Lui, fare silenzio, abbandonare la superbia di una fede autosufficiente, fare spazio alla sua iniziativa inedita non arroccarsi nelle cose che presumiamo di sapere. Serve fiducia.
Paolo spiega ancora meglio: Potersi vantare delle propria debolezza perché li dimori in noi la potenza di Cristo. La potenza di Dio abita la nostra debolezza. Allora non ci dobbiamo più vergognare di essere deboli, fragili, feriti, vulnerabili.. di fare errori o bilanci fallimentari o vite insipide. Ne di avere bisogno degli altri, del loro aiuto. Il cristiano non confida in sè stesso e nelle proprie forze o capacità, ma innanzitutto nella presenza in sè del Signore risorto. Ricordiamo il senso delle beatitudini?
Carissimi che peso hanno questa espressioni di Paolo in noi, qui, ora? “Quando sono debole, è allora che sono forte”. Impariamola a memoria, questa frase, ci aiuterà a ritrovare equilibrio, speranza, responsabilità. Ci ricorda chi vuole esser il Signore per noi. Io quando mi sento fragile, solo, sconfitto, inutile, me la ripeto spesso. Quante volte nelle nostre mentalità sentiamo che essere cristiani significa essere remissivi, ubbidire testa bassa, fare così perché lo abbiamo sempre fatto, mandare giù anche bocconi amari per compiacenza, farsi andare bene tutto. No! Non va. Non è ne vangelo ne umano. Nessuno è incoraggiato ad essere debole, ma ci rendiamo conto di aver bisogno di maggiore consapevolezza di noi stessi, il realismo di quel che siamo senza vergogna o senza censurare nulla. Dio ci ama come siamo. Non nonostante la nostra debolezza o i nostri peccati. Vuole dimorare nella nostra debolezza. Infatti verremo alla comunione da deboli, da mendicanti, con le mani così.. per ricevere gratuitamente non per prenderci quel che ci serve per dire che siamo andati a messa. Mettiamole bene le mani, perché già dicono o tradiscono i sentimenti che portiamo nel cuore..
Siamo qui per adempiere ad un precetto?  Perché è domenica? Perché siamo cristiani? O solo per consegnargli dopo una settimana le nostre debolezze e chiedere di abitare ancora in noi con la Sua Parola di grazia e la sua eucaristia che ci dona la forza di andare avanti? Come vogliamo uscire da questa ennesima messa? Chiediamogli carissimi il dono della fede.
Lasciamoci toccare il cuore e la vita dalle Parole di Paolo. Possano ristorare la nostra fede. Offriamo al Signore le pagine della nostra esistenza segnate da fragilità, peccato e debolezza. Faremo esperienza del suo amore ad oltranza e della potenza della sua misericordia. Ci sentiremo forti non perché bravi o meritevoli, perché non piangiamo.. ma in quanto figli, sicuri e amati da un padre buono che ci ha offerto suo figlio come fratello tra di noi, debole e sconfitto sulla croce.. ma per essere vivo e trionfante nei nostri cuori e accanto a ciascuno di noi.
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2 pensieri su “Non fare la femminuccia, su.. – XIVa T.O. – B

  1. Carla

    Matteo, come sempre mi dai da pensare. Proprio in questo periodo di convalescenza.
    Credo di averti detto quanto ho pianto, in quattro mesi di ospedale.
    Piango ancora? Sì.
    Mi hai aiutato a non vergognarmi delle mie lacrime.
    Grazie.

  2. Vivere e comunicare le proprie emozioni è la massima espressione di una vita vera.Amare,soffrire gioire,fa tutto parte della nostra esistenza.Le emozioni scaldano il cuore e rendono una persona più vera.Colgo l’occasione per ringraziarti don Matteo,le tue riflessioni sono pillole di vita: infatti quando sono debole,è allora che sono forte.(cor.12,7-10) Grazie Bruna

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