“Risposta esatta!” – Omelia V domenica di Pasqua A-2017

Che fastidio le telefonate di chi, magari all’ora di pranzo, ci chiede di valutare promozioni, abbonamenti e offerte per la linea fissa, internet o i programmi tv. Tenendo conto di che vita fanno e non perdere tanto tempo, rispondo sempre allo stesso modo: se avrò bisogno, mi faccio vivo io. Non c’è nulla di peggio che essere riempiti di risposte o soluzioni per domande che non abbiamo.
Il problema invece son quelle che sembrano non aver risposta. Alcune di esse ci fanno paura: fin dalle interrogazioni a scuola, passando per le domande di senso che ci assalgono nella vita, da adolescenti affacciandoci al mondo o da adulti, facendo un bilancio della nostra vita. Qui nessuno ci telefona la risposta.
Dolore, lutto, crisi e fallimenti provocano in noi domande. Perché proprio a me? Ci mettono spalle al muro, esigono risposta, ci fanno fare verità La nostra fede cristiana, al di là del tanto fare e dei riti, è una risposta. O meglio..Gesù si offre a noi come LA risposta. Forse il succo del vangelo è tutto qua. Anche se credo che una fede senza domande e dubbi sia morta, come un’ideologia. Del resto anche una fede tutta frasi fatte e risposte scontate è tremendamente vuota e banale.
Ma quali sono le domande che portiamo dentro di noi? In questa pagina di Giovanni, Gesù si sente porre dai suoi discepoli due belle questioni:
Tommaso: non sappiamo dove vai… ma come? se qualche versetto prima ha appena annunciato per la 3a volta che sta per essere ucciso. Come fanno a non aver capito? Semplice! non si vuol capire quel che non si accetta…Noi sappiamo dove stiamo andando? la nostra fede riesce a dire che siamo in cammino, come singoli e come chiesa, dietro a Gesù, verso uno Spirito Santo da riconoscere già all’opera, un cambiamento consapevole…
Domenica scorsa Gesù ci ha assicurato che riconoscendo la sua voce Lui camminerà davanti a noi..ma verso dove? dove ci porta la nostra fede? in quali luoghi di senso, per attingervi forza e coraggio, a quale speranza ci chiama? Futuro, vita eterna, paradiso… abbiamo il coraggio di farci domande?
Come possiamo conoscere la via?  Davvero ci interessa innanzitutto seguirti, Gesù, riconoscerti al nostro fianco, frequentarti, conoscerti meglio? o ci accontentiamo di una religiosità civile e sociale… ma non cristiana?
E poi Filippo, quasi sbuffando, come infastidito da discorsi che gli appaiono contorti e teorici sbotta: mostraci il Padre e ci basta! La domanda di fondo dell’uomo: Dio, la sua esistenza o meno, il tipo di presenza, onnipotente, impotente, indifferente, lontano, idee e valori… ci dici che è un padre, Gesù? faccelo conoscere, mostracelo, non ci interessa altro, muoviti!
“Io sono la via, la verità e la vita.” Ecco la risposta. Ecco il necessario: 3 parole immense. Inesauribili.  Innanzitutto sono in ordine. Solo se via, Gesù sarà la verità e raggiungeremo la vita…Partiamo dal fondo allora:
Io sono la vita: essere cristiani non significa stare in ginocchio tutto il giorno davanti a Dio ma scegliere la vita in abbondanza (vangelo di domenica scorsa). Tutto quello che dà verità alla mia vita, che la libera e rende più bella e umana é secondo il vangelo.
Io sono la verità: parola oggi come non mai complessa, che ognuno tira dalla propria parte. Ognuno si crea la propria verità… Non é così. Gesù verità significa che essa non è una dottrina, un libro o una legge migliore delle altre, ma in un «io» sta la verità, in Gesù, venuto a mostrarci il vero volto dell’uomo e del Padre. Adesso provo a dire una cosa indispensabile ma forse un po’ difficile: quando noi guardiamo a Gesù vediamo la persona umana come Dio la sogna…più noi assomiglieremo a Gesù, più saremo noi stessi, persone realizzate, vere e felici.
Io sono la via: Gesù é una strada e le strade si percorrono: una relazione personale da cercare e vivere giorno per giorno. La strada per arrivare a Dio Padre, al cuore di noi stessi e degli altri.

V.V.V.: queste tre parole siano la risposta alla domanda di vita e di senso che ciascuno porta dentro, più o meno consapevolmente, come Filippo e Tommaso. Chiediamo al Signore di aiutarci a non avere paura delle domande che nascono in noi e riconoscerlo come la più vera e bella delle risposte da vivere.

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Va Domenica di Pasqua – A

(Tempo di lettura previsto: 5 minuti)

 

Quella è la strada:  youtu.be

In Ascolto del Vangelo secondo San Giovanni 14, 1-12
Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore.
Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me,
perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita.
Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?
Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?
Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me.
Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre.
Siamo nell’ultima cena; sono a tavola. Questo brano fa parte del primo di tre discorsi “di addio”, che Gesù fa. La liturgia ce li fa meditare dopo la Pasqua, ci fa tornare come indietro nel tempo.
Come un testamento che viene aperto e acquista significato solo dopo la morte di chi lo fa redatto.
L’immagine del posto è concreta e delicata. Non è però la poltroncina del cinema. Neppure è da intendersi come..posti in platea o nel loggione a seconda dei meriti o colpe. No.
Dà però un tono diverso alla morte. Non finiremo nel nulla ma per noi da sempre è preparato qualcosa. Andremo oltre. SI continuerà a vivere in maniera definitiva quel che qui abbiamo solo iniziato a gustare.
Le “dimore” poi…termine un po’ desueto, danno comunque l’idea di casa. E qui le cose si fanno interessanti. Mettiamo le mani a coppa, come per accoglierle meglio, pur tra dubbi e fatiche.
Noi non siamo fatti per vivere su questa terra. Ma per il cielo. Solo in paradiso, nell’incontro definitivo con Dio, nella comunione piena con Lui completeremo noi stessi.
La voglia di infinito che caratterizza il cuore umano è solo struggente nostalgia. Siamo chiamati a vivere bene qui, sapendo che è solo l’inizio. Il bello deve ancora cominciare o meglio..completarsi.
Torneremo a casa. Ci aspettano.
L’espressione con cui Filippo quasi sbuffa sa di impazienza…di “non riesco più a seguirti, son discorsi difficili…porta pazienza, non ci interessano…mostraci sto padre e va bene così!”
Il piccolo “cazziatone” che segue in realtà è una magnifica catechesi, un annuncio che invita a vedere in Gesù il volto umano definitivo di Dio.
Su questo dobbiamo riferirci e risciacquare tutte tutte le nostre idee e immagini di Dio e del suo stile nei nostri confronti. Soprattutto di come noi dobbiamo vivere per Lui.
Noi facciamo esperienza di un Dio Padre solo conoscendo e frequentando Gesù, nostro fratello.

“Omelia da Pecora” – Omelia IV domenica di Pasqua A-2017

Siete un branco di pecoroni; 1 giorno leone, 100 giorni da pecora… 
Ammettiamolo: esser paragonati ad una pecora non suona bene.
Si usa per dire conformismo, incapacità di pensare con la propria testa o avere un minimo di senso critico. Forse Gesù dicendo di essere pastore, indicando noi quindi come pecore ha sbagliato?   Eppure…se pensiamo alla centesima pecora, quella per cui il pastore lascia le 99 sicure nel recinto per cercarla coraggiosamente dopo una giornata di lavoro e trovatala se la mette in spalla…ecco pensiamo: chi non vorrebbe essere cercato così, nella propria vita, quando si sentisse perso, sfinito, abbandonato o ferito. 
Chi non vorrebbe essere preso in braccio e portato a casa, senza colpe ne giudizi, al sicuro, amato e protetto, sentendosi prezioso e unico. Allora lui pastore e noi pecore, forse così ci suona meglio.
Sono 3 le azioni che Gesù indica parlando di sé come pastore:
chiama per nome le pecore, cioè le conosce personalmente. Siamo cristiani anonimi davanti a Dio o sentiamo che Gesù ci conosce bene, che il suo sguardo su di noi ci fa sentire unici e amati? Tutto nasce da questo sguardo. Da come ci percepiamo guardare da Lui. Senza questo sguardo non c’è fede nel Dio di Gesù Cristo, ma schiavitù a qualche vaga idea di dio. Il nome: la storia, l’identità. I tuoi talenti e le tue croci, quel che puoi dare solo tu…chiamare per nome è un appello, coinvolge, si chiama per chiedere, dare una missione, offrire. Forse quella vita in abbondanza di cui Gesù parla alla fine?
Riconoscere la voce. Al sepolcro vuoto, Maria riconosce Gesù risorto da come la chiama, dal tono della voce. Che spesso è più importante di quel che stiamo dicendo, il come… riconosco la voce e mi fido, non sono più perduto, non mi hanno dimenticato; la voce è il timbro, nome proprio di chi mi sta chiamando, ha cercato proprio me, lui…la relazione. Pensate ad un neonato nella pancia della mamma che impara a riconoscerne la voce…senza averla mai vista.
cammina davanti a loro: la vita cristiana non è andare a caso, vivere giorno per giorno, fare i bravi, molto veneto iper attivo a testa bassa, stare sulla retta via, impegnarsi in parrocchia, dare una mano. Quello è volontariato sociale. E’ riconoscere che è Lui ad accompagnarci e guidarci: con la Sua Parola, luce e criterio per le nostre scelte; il suo corpo nell’eucaristia come sostegno e forza, i sacramenti come equipaggiamento. Lui ci indica lo stile concreto con cui vivere come persone. Insomma la vita cristiana è risposta non imposta! Gesù ci ricorda che Lui vuole fare strada con noi.       Troviamo nel nostro cuore altrettanta disponibilità, tra le tante cose da  fare? questo credo sia il punto di partenza. Per cosa? per essere anche noi pastori: operatori pastorali, attività pastorali, consiglio pastorale, che significano queste parole nelle parrocchie?
Una parrocchia non è il luogo in cui si fa del bene per gli altri: anche gli alpini o la pro loco lo fanno. E’ il luogo di chi si riconosce, sempre più, in cammino dietro a Gesù, motivati da questo a vivere nel mondo con il suo stesso stile e con la sua forza! In questa prospettiva. Abbiamo bisogno di chiarezza in questo, per costruire il Suo regno, non per custodire e mantenere i nostri piccoli regni. 
Ma non solo, direi: un allenatore, un insegnante, un genitore. 
Le cose si fanno interessanti. Soprattutto se cristiani, non possiamo non pensarli come dei pastori. Giovedì, alla serata di formazione, un sindaco ed un imprenditore ci hanno raccontato di come stiano riuscendo a farlo, vivendo la loro scelta cristiana nella politica attiva e nella cittadinanza, nel lavoro e nell’impresa.
Coincideva il loro desiderio e impegno a vivere con responsabilità, cioè come una risposta a Dio, l’attenzione, la passione e la cura nei confronti delle persone. Fossero i propri cittadini da amministrare o i dipendenti e clienti dell’azienda, riconoscendo un bene comune maggiore a cui credere e per cui crescere…come quel regno di Dio. Come dei pastori.
Gesù nel vangelo rivela una cosa che dovremmo stamparci bene in mente, io l’ho fatto appendendomi questa frase in studio: sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. Ecco la sua carta di identità. Alziamo la testa, recriminiamo questa abbondanza prima di sbandierare i nostri meriti, difetti o paure. Lui, seguendolo nel cammino, riconoscendo la sua voce, lasciando che chiami il nostro nome con premura e amore, ci porterà vita nuova, inedita, abbondante. Lo ascoltiamo il vangelo?
Ma davvero la fede cristiana ci dona vita in abbondanza? le nostre tante attività pastorali, messe e liturgie, lo testimoniano?
Chiediamo al Signore di essere pecore così, nella misura in cui Lui sarà il pastore che vuole vivere con noi donandoci questa abbondanza di vita.