“Omelia da Pecora” – Omelia IV domenica di Pasqua A-2017

Siete un branco di pecoroni; 1 giorno leone, 100 giorni da pecora… 
Ammettiamolo: esser paragonati ad una pecora non suona bene.
Si usa per dire conformismo, incapacità di pensare con la propria testa o avere un minimo di senso critico. Forse Gesù dicendo di essere pastore, indicando noi quindi come pecore ha sbagliato?   Eppure…se pensiamo alla centesima pecora, quella per cui il pastore lascia le 99 sicure nel recinto per cercarla coraggiosamente dopo una giornata di lavoro e trovatala se la mette in spalla…ecco pensiamo: chi non vorrebbe essere cercato così, nella propria vita, quando si sentisse perso, sfinito, abbandonato o ferito. 
Chi non vorrebbe essere preso in braccio e portato a casa, senza colpe ne giudizi, al sicuro, amato e protetto, sentendosi prezioso e unico. Allora lui pastore e noi pecore, forse così ci suona meglio.
Sono 3 le azioni che Gesù indica parlando di sé come pastore:
chiama per nome le pecore, cioè le conosce personalmente. Siamo cristiani anonimi davanti a Dio o sentiamo che Gesù ci conosce bene, che il suo sguardo su di noi ci fa sentire unici e amati? Tutto nasce da questo sguardo. Da come ci percepiamo guardare da Lui. Senza questo sguardo non c’è fede nel Dio di Gesù Cristo, ma schiavitù a qualche vaga idea di dio. Il nome: la storia, l’identità. I tuoi talenti e le tue croci, quel che puoi dare solo tu…chiamare per nome è un appello, coinvolge, si chiama per chiedere, dare una missione, offrire. Forse quella vita in abbondanza di cui Gesù parla alla fine?
Riconoscere la voce. Al sepolcro vuoto, Maria riconosce Gesù risorto da come la chiama, dal tono della voce. Che spesso è più importante di quel che stiamo dicendo, il come… riconosco la voce e mi fido, non sono più perduto, non mi hanno dimenticato; la voce è il timbro, nome proprio di chi mi sta chiamando, ha cercato proprio me, lui…la relazione. Pensate ad un neonato nella pancia della mamma che impara a riconoscerne la voce…senza averla mai vista.
cammina davanti a loro: la vita cristiana non è andare a caso, vivere giorno per giorno, fare i bravi, molto veneto iper attivo a testa bassa, stare sulla retta via, impegnarsi in parrocchia, dare una mano. Quello è volontariato sociale. E’ riconoscere che è Lui ad accompagnarci e guidarci: con la Sua Parola, luce e criterio per le nostre scelte; il suo corpo nell’eucaristia come sostegno e forza, i sacramenti come equipaggiamento. Lui ci indica lo stile concreto con cui vivere come persone. Insomma la vita cristiana è risposta non imposta! Gesù ci ricorda che Lui vuole fare strada con noi.       Troviamo nel nostro cuore altrettanta disponibilità, tra le tante cose da  fare? questo credo sia il punto di partenza. Per cosa? per essere anche noi pastori: operatori pastorali, attività pastorali, consiglio pastorale, che significano queste parole nelle parrocchie?
Una parrocchia non è il luogo in cui si fa del bene per gli altri: anche gli alpini o la pro loco lo fanno. E’ il luogo di chi si riconosce, sempre più, in cammino dietro a Gesù, motivati da questo a vivere nel mondo con il suo stesso stile e con la sua forza! In questa prospettiva. Abbiamo bisogno di chiarezza in questo, per costruire il Suo regno, non per custodire e mantenere i nostri piccoli regni. 
Ma non solo, direi: un allenatore, un insegnante, un genitore. 
Le cose si fanno interessanti. Soprattutto se cristiani, non possiamo non pensarli come dei pastori. Giovedì, alla serata di formazione, un sindaco ed un imprenditore ci hanno raccontato di come stiano riuscendo a farlo, vivendo la loro scelta cristiana nella politica attiva e nella cittadinanza, nel lavoro e nell’impresa.
Coincideva il loro desiderio e impegno a vivere con responsabilità, cioè come una risposta a Dio, l’attenzione, la passione e la cura nei confronti delle persone. Fossero i propri cittadini da amministrare o i dipendenti e clienti dell’azienda, riconoscendo un bene comune maggiore a cui credere e per cui crescere…come quel regno di Dio. Come dei pastori.
Gesù nel vangelo rivela una cosa che dovremmo stamparci bene in mente, io l’ho fatto appendendomi questa frase in studio: sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. Ecco la sua carta di identità. Alziamo la testa, recriminiamo questa abbondanza prima di sbandierare i nostri meriti, difetti o paure. Lui, seguendolo nel cammino, riconoscendo la sua voce, lasciando che chiami il nostro nome con premura e amore, ci porterà vita nuova, inedita, abbondante. Lo ascoltiamo il vangelo?
Ma davvero la fede cristiana ci dona vita in abbondanza? le nostre tante attività pastorali, messe e liturgie, lo testimoniano?
Chiediamo al Signore di essere pecore così, nella misura in cui Lui sarà il pastore che vuole vivere con noi donandoci questa abbondanza di vita.
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