“La qualità della mia vita dipende da..” – Omelia Va TO B 2018

Voi preti avete sempre l’agenda piena, un sacco di impegni, ci sentiamo dire spesso; oppure, al contrario, lavorate solo la domenica di cosa vi lamentate; (come mai allora i seminari sono quasi vuoti?) cosa fanno i preti durante il giorno? ma io direi: 
cosa fanno i cristiani, dal lunedì al sabato, quando non son in parrocchia, tolta la famosa messa; la vita cristiana…sono cose religiosecristianedevote da fare o è fare in maniera cristiana, con stile evangelico, le tante cose ordinarie?
dovrei pregare di più o meglio…mi confidano spesso…oppure dovrei fare della mia vita una preghiera, una risposta ecco il senso!
   Continuiamo ad accogliere il vangelo di Marco che, quasi a puntate, ci offre uno sguardo reale, cronologico sulla vita di Gesù. Siamo ancora al 1° capitolo: dopo il battesimo, ha chiamato a sé i primi quattro discepoli, si è esposto commentando la Scrittura (vangelo di domenica scorsa) e ora, Marco riprende, esce dalla sinagoga dove lo avevamo lasciato e va a casa di Pietro. Inizia la chiesa: la vita pubblica di Gesù, il suo lavoro, la giornata tipo, cose se attraverso un reality, una telecamera, potessimo vederlo vivere da vicino. Come passava la sua giornata? e noi cristiani, come passiamo le nostre? Che qualità di vita riusciamo ad esprimere? Siamo affannati, stressati, sempre di corsa o sappiamo anche avere questo stile.  “Il Vangelo della vita, gioia per il mondo” ecco il tema dell’odierna giornata per la vita, sentiamo papa Francesco:
Punto iniziale per testimoniare il Vangelo della vita e della gioia è vivere con cuore grato la fatica dell’esistenza umana, senza ingenuità né illusorie autoreferenzialità. Il credente mentre impara a confrontarsi continuamente con le asprezze della storia, si interroga e cerca risposte di verità. In questo cammino di ricerca sperimenta che stare con il Maestro, rimanere con Lui lo conduce a gestire la realtà e a viverla bene, in modo sapiente, contando su una concezione delle relazioni non generica e temporanea, bensì cristianamente limpida e incisiva. La Chiesa intera e in essa le famiglie cristiane, che hanno appreso il valore nuovo della relazione evangelica e fatto proprie le parole dell’accoglienza della vita, della gratuità e della generosità, del perdono reciproco e della misericordia, guardano alla gioia degli uomini perché il loro compito è annunciare la buona notizia, il Vangelo. Un annuncio dell’amore paterno e materno che sempre dà vita, che contagia gioia e vince ogni tristezza.
Dirette e bellissime queste parole del Papa, ben commentano la seconda lettura, Paolo quasi grida alla comunità di Corinto “guai a me se non annuncio il vangelo”: mi chiedo, quanto un cristiano maturo, adulto e autentico, oggi, possa chiamarsi fuori, sentirsi esentato da tale espressione, da questo compito…la sera, prima di addormentarci, oggi sono stato bravo e bon o ho cercato di annunciare il vangelo con la mia concreta vita?
basta chiedere i sacramenti e venire a messa o far del ben in parrocchia per dirsi cristiani? Ma cosa significa annunciare il vangelo? espressione fin troppo nota…guardiamo a Gesù: la suocera guarita, la gente che lo cerca di continuo o che lo ascolta.          
Annunciare il vangelo cioè la buona notizia, significa dire e dare una nuova possibilità per tutti, un punto di vista diverso, di misericordia e fiducia, l’opportunità di essere salvati, cioè ripresi valorizzati,  recuperati. Significa che la mia vita, con stile cristiano, può dare salvezza alla vita degli altri. La qualità della mia vita dipende dalla qualità che riesco a dare alla vita degli altri: in famiglia, al lavoro, con gli estranei. Mi salvo così da ciò che mi isola e abbruttisce. Gesù fa lo stesso con noi. Ecco come ci salva.
I segni di una cultura chiusa all’incontro, avverte papa Francesco, gridano nella ricerca esasperata di interessi personali o di parte, nelle aggressioni contro le donne, nell’indifferenza verso i poveri e i migranti, nelle violenze contro la vita dei bambini sin dal concepimento e degli anziani segnati da un’estrema fragilità. 
Aggiunge che solo una comunità dal respiro evangelico è capace di trasformare la realtà e guarire dal dramma dell’aborto e dell’eutanasia; una comunità che sa farsi “samaritana” chinandosi sulla storia umana lacerata, ferita, scoraggiata;
una comunità..il cristiano si salva e salva, sempre e solo dentro una comunità, mai da solo, autonomo, privato e indipendente.
O Signore non sono degno di partecipare alla tua mensa ma dì soltanto una parola ed io sarò salvato… significa riconoscere che la messa che stiamo celebrando, la parola che accogliamo il canto assieme, il silenzio gustato, l’eucaristia, ci daranno qualità…e saremo quindi in grado, di annunciare il vangelo, o meglio, di essere vangelo gli uni per gli altri.
Diceva san Francesco ai suoi frati: predicate sempre il Vangelo e, se fosse necessario, anche con le parole!
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