SS. Trinità – A

 

Tempo lettura previsto: 5 minuti

In ascolto del Santo Vangelo secondo Giovanni 3, 16-18

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.  Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

Che giorni strani: abbiamo sostituito la memoria del nostro battesimo con la sanificazione delle mani: come dire, dall’acqua santa all’amuchina…

E così entriamo in chiesa sfregandocele soddisfatti: solo perché si asciughino in fretta o perché compiaciuti? “non vediamo l’ora di… che cosa, poi?”

Dalla ricerca dei primi posti, di cui Gesù accusa i discepoli, al posto in prima fila del pubblicano perfetto, all’ultimo dell’umile fariseo spappolato, ci siamo trovati ad avere i posti prenotati, sfasati nell’ordine, i metri necessari di distanziamento sociale, “distanti ma vicini”; ricordiamoci comunque che Lui è “andato a prepararci un posto”, non siamo numeri anonimi. Lui che non aveva “dove posare il capo”. Noi invece siamo come le volpi che cercano ancora la tana… (Tu quoque, Volpate, fili mi)?

Forte anche la possibilità di entrare in chiesa come durante una rapina: mani in alto? no, ma ci puntano in faccia una pistoletta per misurarci la temperatura. Bellissimo: penso all’Apocalisse (3,16) in cui ci si dice che spesso non siamo né caldi né freddi ma solo miseramente tiepidi, meritando così di essere addirittura vomitati. Pensate se ci dovessero misurare, entrando in chiesa, la voglia effettiva di lasciarci raggiungere da Parole di salvezza (“non andrai perduto!”) o una buona notizia di risurrezione (“la tua vita è già eterna!”) o la possibilità davvero che Dio ci rinnovi (“il mondo sia salvato!”)…che temperatura avremmo? Ritorna al via! (“chi non crede è già stato condannato!!”). La porta in tante chiese si è fatta davvero “stretta” e c’è il rischio di poter rimanere fuori per un “overbooking” ecclesiale che ci fa chiedere di tornare alla messa successiva… Quante volte abbiamo celebrato messe arrivando di corsa, o in ritardo, senza pensarci, in maniera tiepida, automatica, per inerzia, troppo preoccupati da noi stessi e dai nostri “ego” ingombranti, devoti e religiosi scrupolosi ma poco figli, più presi magari a vedere chi c’è o meno a messa invece di vedere se ci siamo noi e basta… Quante volte siamo tornati alle nostre vite, come niente fosse, convinti di essere “a posto così, fino a domenica prossima”.

Per Pentecoste mi sono visto cospargere di petali di rosa durante un momento di preghiera in chiesa; cercavano di rappresentare il dono dello Spirito Santo.

Non ho potuto trattenere un’irriverente ma composta ironia, sbuffando nauseato, mentre chinavo il capo per niente devoto: solo i Rolling Stones avevano osato tanto. Eravamo a San Siro, Milano, estate del 2003 e durante l’irriverente “Satisfaction” tutto lo stadio fu inondato di petali rossi… e fu il delirio.

Ecco, credo fosse più sacro quel concerto che questo goffo tentativo para liturgico di dire “niente”…se non che non sappiamo più cosa inventarci ma ci basta sentirci tutti un po’ così, col nostro dio, inventarci cose, farle male, ridendo poco convinti, al gran bazar spirituale del fai da te per dire quel che va a me.

Loro, Jagger & soci, veri sacerdoti del sacro, capaci di celebrare la vita e il rock a modo loro, in riti collettivi di appartenenza e trascendenza, ben consapevoli di aver dato per decenni a milioni di persone i semplici strumenti dell’arte per far sentire tutti migliori, uniti, belli e dannati, per riconoscersi tutti e ciascuno in qualcosa di più grande e diverso, salvatori laici di vita: l’arte ti viene sempre a prendere, lì dove sei…e ti salva, lasciandoti migliore, sanato, divertito, inebriato, dopo aver celebrato la liturgia rock di un evento collettivo. “Gimme shelter”, cantano spesso: la musica e la fede son chiamate a darci rifugio e salvezza, appunto. Ciascuno a modo proprio. Con le prospettive dovuto, come un dono immeritato ma di cui non puoi più fare a meno.

Oggi la Trinità ci ricorda che il nostro Dio è una famiglia: il Padre e la relazione col Figlio nell’amore dello Spirito Santo. Stanno ballando una danza di salvezza e amore in cui chiederci di metterci in cerchio. e non servono nemmeno guanti e mascherine.

Ci lasciamo coinvolgere in questa danza tutte le volte che ci abbracciamo il corpo (la vita) con la mano destra facendoci il segno di croce.

Non credo la Trinità danzi al ritmo degli Stones, ma sicuramente sanno ben più di noi che la nostra vita, come quei petali, è delicata, fragile ma bellissima e unica.

 

2 pensieri su “SS. Trinità – A

  1. perdonatemi: perché devoti o religiosi in genere sono i più difficili da convincere che la vita è appunto delicata, fragile, potente, unica, meravigliosa partendo dall’universo senza unità di misure per arrivare al pianeta che ci ospita e che dobbiamo curare tutti insieme appassionatamente….dato che tutti ma veramente tutti partecipiamo della stessa energia vitale che chiamiamo amore…..grazie

    1. Cara Carlotta, grazie di questa condivisione che apprezzo .. e se legge ogni tanto queste gocce, lo può immaginare: che Lei possa riconoscere che quell’energia vitale è proprio il volto umano di un Padre che ama ad oltranza…

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