XIa Domenica T.O. – C

(Tempo di lettura previsto: 5 minuti)

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Bel libro che merita..

 
In Ascolto del Vangelo secondo San Luca 7, 36 – 8,3

Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo. Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!».

Gesù allora gli disse: «Simone, ho da dirti qualcosa». Ed egli rispose: «Di’ pure, maestro». «Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene». E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo. Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco». Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati». Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?». Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!».

(In seguito egli se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio. C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni.)
Simone fondamentalmente è perfetto: passa la vita a contemplare i suoi meriti religiosi, la sua devozione, al centro del suo mondo, ma da sopra uno scalino guarda in basso.
La prostituta.. è un’artigiana dell’amore. In tutti i sensi e doppisensi, ok, ma..
Questo brano risulta affascinante, ma sempre un minimo indigesto perché mette al centro il rapporto tra l’amore ed il perdono.
Chi viene prima e perché? Non sono dettagli, ma immagini precise di Dio.
Ami molto e quindi per merito vieni perdonata?
Perdoni e quindi sei in grado di amare? O di essere amata?
Chi è causa di cosa?
Quel “perché” è da sempre ambiguo (perdonati .. perchè ha molto amato..)
per qualcuno può essere tradotto anche come “e quindi”:
Al di là di tutto questo credo sia una questione di sguardi.
Imparare a guardarci gli uni con gli altri, dalla prospettiva di Dio, di fronte al quale siamo per certi versi tutti in debito, insolventi.
Quel che conta e che più ci risulta indigesto, ma alla lunga liberante è quell’amore gratuito che perdona prima di tutto.
Ha più voglia Lui di perdonarci che noi di essere perdonati.
L’amore è sempre gratis. Lascia libere le persone e le libera.
Altrimenti è merito, conquista e possesso.. invece di farsi cibo, dono di sé, si fa consumazione, cannibalismo, distruzione infantile del giocattolo.
I tristi e continui casi di cronaca lo dimostrano.
Dall’eucaristia verso il Padre.. al Conte Ugolino che divora i suoi figli.. come Saturno nel tremendo quadro di Goya chiediamo il dono delle lacrime di consapevolezza su di noi..

“Mezzogiorno di fuoco, il duello abbia inizio..” – Omelia Xa T.O. – C

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Nei vecchi western arriva sempre il duello finale, il cowboy buono e quello cattivo, il ghigno, le pistole, tutte la gente attorno.
Il vangelo di oggi è così: due cortei di folla si incontrano alla porte di Nain: da un lato Gesù coi discepoli e la grande folla, dall’altro il morto, con la madre e molta gente. Pare la resa dei conti. Mezzogiorno di fuoco. Chi segue la vita.. chi segue la morte. Vittoria o sconfitta. Si incontrano a margine della città. Un confine naturale, urbano, il limite, tra il dentro e il fuori, noi e loro, la vita e la morte appunto, la speranza che fa andare avanti e la disperazione che fa chiudere.. affascinante.
Ricordate il testo della sequenza di Pasqua? Il Victimae Paschali:
“Mors et vita duello conflixere mirando: dux vitae mortuus, regnat vivus..”
trad. “Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della vita era morto: ora, vivo, trionfa.”
Arriva una donna, Gesù la guarda: forse sta peggio del figlio. Un tetro trionfo del vuoto e della solitudine.
E’ morta come moglie, perché vedova; è morta come madre perché ha perso l’unico figlio che aveva. Resta solo quello: è una donna. Spesso in queste occasioni, si ricorda una curiosità: non esiste in italiano una parola per esprimere, per un genitore, l’aver perduto una figlia, un figlio. Vedova, per il marito, orfano per il figlio.. ma la mamma ed il papà che perdono un figlio.. l’italiano arranca. Pare una condanna: all’anonimato, all’indescrivibile, all’incommensurabile. Davvero “non ci sono parole”..
Gesù tocca la bara. Ben sapendo che avrebbe creato scandalo perché, per la religiosità e la cultura del tempo, il contatto con oggetti e strumenti funerari rendeva impuri. Generava paura. Quindi repulsione ed emarginazione. Sarebbe stato contaminato dalla morte, reso impuro, indegno, emarginato. Sarebbe stato per certi versi, schiavo della paura e quindi.. sconfitto.
Ma se ne frega, come sempre, non ha paura di questo: la vita deve prevalere, la speranza trionfare, germogliare, pur irrigata dalle lacrime. Toccando quella bara, sceglie di andare oltre il potere sociale della morte, non soffoca nell’impurità di un rapporto sbagliato con Dio, segnato dalla paura e dalla lontananza estranea. Quel tocco trasgressivo genera vita, gira pagina, come se assumesse su di sé quel lutto per farlo rivivere. E’ la risurrezione, passare attraverso la morte, verso la vita eterna. Lui ha vinto la morte.
Quando celebro un funerale, è uno dei momenti peggiori, poco prima la cassa scivoli nella tomba: toccarla, prenderla a pugni, graffiarla; casse baciate, carezzate, bagnate di lacrime..
Le tocchiamo, quasi volendo trasmettere loro vita, attraverso il legno prima di vederle sparire per sempre, tra terra o cemento. Impotenti e irrazionali, crediamo che toccandola chissà.. sentiremo ancora vicino il nostro caro.. o come Gesù gli trasmetteremo ancora un po’ d’amore e vita. Non abbiamo altro da fare, in situazioni simili, se non poi.. andarcene.
In momenti così e non solo, invidiamo quella donna, vorremmo Gesù facesse ritornare in vita anche i nostri defunti. Questo nostro desiderio spinto dall’amore sarebbe comunque irrazionale e non illuminato dalla fede. Gesù farebbe rinascere un defunto, ma lo condannerebbe a morire di nuovo, ad oltranza. La morte comunque avrebbe l’ultima parola.
Lui ha fatto di più: la sua vittoria sulla morte non è quella di ritardare di qualche anno la dipartita di un nostro caro. Egli è morto, è passato per il sepolcro ed è risorto non per ritornare in questa vita ma per aprirci la porta dell’incontro con il Padre.
Per farci continuare a vivere in eterno. Gesù riconsegna a quella donna il figlio risorto. Bellissimo il suo silenzio. Solo la comunità presente commenta: “Dio ha visitato il suo popolo”: bellissimo. Il miracolo è quello. Il popolo,  cioè noi, è suo, e Lui visitandolo ha condiviso la sua, la nostra vita. E non se n’è più andato. La morte è vinta, la solitudine superata, l’ha reso eterno con lui.
Da allora anche noi, come siamo abituati a dire prima dello scambio di pace “viviamo nell’attesa che si compia le beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo.” 
Il duello, alla fine, l’ha vinto lui.

 

Xa Domenica T.O. – C

(Tempo di lettura previsto: 5 minuti)

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Non so se vi farà bene questa scena, è meravigliosamente tremenda.. ma mi ha riportato alla realtà.

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In Ascolto del Vangelo secondo San Luca 7, 11-17

In quel tempo Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.
Due cortei di folla si incontrano alla porte di Nain: da un lato Gesù coi discepoli e la grande folla, dall’altro il morto, con la madre e molta gente.
Pare la resa dei conti. Mezzogiorno di fuoco. Chi segue la vita, chi segue la morte.
Si incontrano al margine della città. Un confine naturale, urbano, un limite, tra il dentro e il fuori, la vita e la morte appunto, la speranza che fa andare avanti e la disperazione che fa chiudere..
Affascinante.
Quella donna: forse sta peggio del figlio. Un tetro trionfo del vuoto e della solitudine.
E’ morta come moglie perché vedova; è morta come mamma perché ha perso l’unico figlio che aveva. Resta solo una donna.
Spesso si dice di una curiosità, in queste occasioni: non esiste in italiano una parola per esprimere, per un genitore, l’aver perduto una figlia, un figlio. Vedova, per il marito, orfano per il figlio.. ma la mamma ed il papà che perdono un figlio..  l’italiano latita.
Pare una condanna? All’anonimato, all’indescrivibile, all’incommensurabile. Davvero “non ci sono parole”..
Gesù tocca la bara. Ben sapendo che avrebbe creato scandalo perché per la religiosità e la cultura del tempo il contatto con oggetti e strumenti funerari rendeva impuri. Se ne frega: la vita deve prevalere, la speranza trionfare, germogliare, pur irrigata dalle lacrime. Usa il verbo che più che essere tradotto con “alzati”, sa di “svegliati”..
Chissà cosa pensiamo di fronte a pagine come queste, ricordiamo Lazzaro. Ma mi pare bello notare, che sia Lazzaro che questo figlio sono morti ancora. Infatti sarebbe corretto parlare di rianimazione non di risurrezione.
Gesù li ha risvegliati per dare un segno trionfale di messianismo, di conferma, di fedeltà all’antico testamento, ma il messaggio centrale era ed è ben più ampio.
La morte con noi vince solo una battaglia. La guerra l’ha vinta Cristo, partecipandoci della sua risurrezione.
Ho ben presente in vita mia alcuni pugni dati volentieri alle casse piene di chi amavo.
Dateli volentieri questi pugni, ma poi guardate in alto. E dite solo “arrivederci”.
“Siamo nati e non moriremo più”, per dirla con Chiara Corbella Petrillo.