XIIIa Domenica t.o. A-’23 durante Cristo

Dal Vangelo secondo Matteo 10,37-42

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: 
«Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. 
Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. 
Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. 
Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

Il bicchier d’acqua alla fine ci vorrebbe anche solo per deglutire la saliva che si è bloccata leggendo i versetti precedenti. Genitori, figli e vita personale non vanno disprezzati (suvvia, basta con le interpretazioni letterarie banali) ma in qualche modo accordati con Lui. Bisogna giocare di sponda come nel biliardo: gestirò bene queste relazioni nella misura in cui le riesca a vivere alla Sua luce, confidando sia Lui la verità, la vita e la via per farle rendere al meglio non trasformandole in vicoli ciechi asfittici o palestre di narcisismo o peggio. E più sentiremo che stiamo perdendo pezzi più forse saremo nella direzione giusta. Mi affascina quel verbo “perdere” legato alla propria vita. Cosa significa in concreto che io perda la mia vita? Mica mi uccidono, mica è un mazzo di chiavi che perdo per strada…ma allora? Perdo forse sensibilità, consapevolezza, ruolo, funzione, autoreferenzialità? Perdo forse tempo e il potere alla disponibilità di me, perdo il controllo di quel che sono coi miei criteri di utilità, bontà, validità, merito, risorse? Quante volte mi pare di perdere tempo con alcune persone: i soliti problemini, le solite sciocchezze ingigantite, i classici scrupoli, le “seg…” mentali, e ti metti a pensare quante cose potresti fare di maggiormente utile e performante; come al fatto che si stia parlando per convenzione o per passare il tempo, che se non parlassero sarebbe lo stesso, sei solo un diversivo. Ma mentre lo fai, per fortuna poi …io mi immagino Dio seduto sulla poltrona mentre ascolta le pigre preghiere che gli riesco a biascicare magari sbadigliando o distratto…e lo immagino scuotere bonariamente la testa, carezzarsi il barbone bianco con la manona e sussurrare alla trinità…”ma non si stanca mai questo di dire ste robe, son sempre le solite promesse?” Una cosa così insomma: Lui “perde” tempo con le nostre filastrocche, con il nostro compulsivo “sprecare parole come i pagani” e noi con le persone che riteniamo…. Ma mi fa molto bene pensarlo, mi rimotiva a rimettere al centro gli ultimi, quelli che nessuno ascolta, quelli che ti fanno poi magari proprio perdere il tempo ma che poi cosa avevi da fare?

“Siamo resi capaci di esprimerci” Omelia Pentecoste ’23-A

“Un operaio conosce 100 parole, il padrone 1000. Per questo lui è il padrone” (don Lorenzo Milani)

Penso che la scuola di Barbiana, nella figura di don Milani, ieri/oggi il centenario dalla nascita, abbia ben incarnato una precisa manifestazione dello Spirito. Lo ha confermato anche il presidente Mattarella presente proprio lì, ieri: quanto il dovere di dare, in particolare agli ultimi, la capacità di potersi esprimere, diventando liberi, consapevoli e responsabili come cittadini sia una pagina incarnata del vangelo. La capacità di esercitare così una coscienza critica ed una premurosa attenzione al bene comune.

Pentecoste è questo: la pedagogia adulta di Dio con ciascuno di noi. Due domeniche fa…Io prego il Padre e Lui vi darà questo Spirito Paraclito, consolatore, rimanga con voi per sempre, rimane presso di voi, sarà in voi; “la comunione dello SS sia con tutti voi”, così ci siamo sentiti accogliere poco fa. Che significa per me?

Domenica scorsa Gesù, a 40 giorni dalla sua risurrezione, fine dei tempi supplementari, ascende al cielo, termina la sua presenza fisica, per inaugurarne una di tipo sacramentale, grazie al dono dello Spirito Santo, nel tempo e nello spazio. In forza di questo noi viviamo la nostra fede in Lui come presente in mezzo a noi. Presente a far che? Cosa possiamo chiedergli per la nostra vita?

  Nel Credo diciamo di credere nello SS, che è Signore, dà la vita (!?). C’è allora una vita in più e diversa da chiedere e accogliere, per noi cristiani, inaugurata col battesimo, confermata con la cresima.

La liturgia la definisce eterna, nuova, immortale insomma qualcosa che abita la nostra vita biologica da dentro e ci rende capaci di altro. Ne siamo almeno curiosi? Come fosse un lievito….

  Ma che fa questo Spirito? Atti, 1a lettura, ci dice che ne siamo stati colmati, dal battesimo, immersi, inzuppati…bellissime queste immagini così plastiche… questo ci rende (Milani) capaci di esprimerci, di comunicare, di presentarci gli uni gli altri e vivere in relazione, diversa ma complementare, come quelle lingue diverse ma che parlano in armonia, non come nella torre di Babele, dove la diversità sfociando in individualismo, divideva. Nel Vangelo Gesù ricorda ai discepoli di non prepararsi grandi discorsi o difese in alcune situazioni…lo Spirito Santo parlerà in voi, dice, vi darà le parole giuste, aggiunge…

Esprimerci nella verità e responsabilità di noi di fronte a Dio, a noi stessi, agli altri. Vediamo come:

 1) Nei confronti di Dio  Nella 2a lettura, Corinti, Paolo dice che solo grazie allo Spirito Santo, possiamo riconoscere Gesù come signore. Molto interessante: non ci si definisce cristiani da noi stessi con i nostri criteri, sensibilità o gusti ma come risposta; solo grazie al dono dello Spirito, in comunione con esso e la chiesa, posso vivere cristianamente la mia vita. Santi, madonne o tradizioni, vengono dopo il signore della nostra vita. Pensate che bello, se prima di pregare, parlare, ascoltare, fare una riunione, un dialogo che ci preoccupa, invocassimo lo SS chiedendogli di fare verità, avere carità e libertà nell’esprimerci.

2) Per la mia vita interiore: il modo in cui sto con me stesso, il mio passato, ferite, limiti, paure e resistenze…ce lo spiega la Sequenza, bellissima: come spesso la scrittura, non parla esplicitamente della natura dello Spirito ma lo descrive all’opera: una serie di verbi che diventano azioni possibili in noi, riconoscendone il bisogno per la nostra spicciola esistenza quotidiana: è luce dei cuori, illumina il reale di quel che stiamo vivendo o provando, è ospite dolce dell’anima (colmati!), vive in noi, va fatto emergere da dentro, ci dona sollievo, va accolto; dona riposo, riparo, conforto. Siamo chiamati a lasciare che da dentro, ospite in noi, invada tutte le nostre emozioni, pensieri, immagini.. lava, bagna, sana, piega, scalda, raddrizza quel mondo che portiamo dentro così sacro e delicato. Non è bellissimo?

3) Verso l’esterno, gli altri… ciascun grazie a questo dono ha diversi carismi, ministeri, attività,  reso unico “a ciascuno è data una manifestazione  particolare dello Spirito per il bene comune.. (penso a domenica scorsa!)

Queste tre direzioni, grazie al dono dello SS, ci rendono capaci di esprimerci da figli del padre, fratelli e sorelle tra di noi. Non verso un’uguaglianza, dare a tutti le stesse cose ma nell’equità, dare cioè a tutte le persone le stesse possibilità. Ecco la pedagogia di Dio con ciascuno di noi, adulti, liberi e responsabili, capaci di dialogo e ascolto, di coscienza critica per sognare assieme la chiesa possibile oggi, che lo Spirito già ci sta indicando e al quale ci chiede di collaborare.

IIa Domenica di Pasqua, 2023 durante Cristo -A

La conoscenza di Dio senza la conoscenza della propria miseria genera l’orgoglio. La conoscenza della propria miseria senza la conoscenza di Dio genera la disperazione. La conoscenza di Gesù Cristo sta tra una e l’altra, poiché in essa troviamo Dio e la nostra miseria. (Blaise Pascal, Pensieri, 1670)

Dal Vangelo secondo Giovanni 20,19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. 

Interessante il finale di questa pagina: Gesù è il Cristo. Non chiede di credere o meno alla risurrezione, cose fondamentali, ovvio. Ma che si sappia riconoscere che il Cristo, il messia, l’unto dal Signore, atteso, sperato, invocato, chiamato e richiamato…è Gesù. Il figlio del falegname di un paesello strampalato da cui, diceva anche Natanaele, non può certo venire nulla di buono. Insomma le nostre attese riguardo Dio, la sua identità ed immagine, il suo ruolo e la funzione, l’utilità o meno di credergli… tutto quello che anche oggi continuiamo a chiederedomandareesigerepretendererecriminare dai nostri idoli a forma di Dio… debbano essere ben risciacquati e bonificati dal Vangelo per vedervi dietro Gesù, il nazareno. Un bagno di umiltà e umanità non da poco. Noi che immagine abbiamo di Dio? Una volta forse, poco tempo fa, ancora si indugiava su quanto avrebbe dovuto fare o meno per noi e per la guerra e per i bambini che muoiono di fame nel terzo mondo (ma terzo de che?) Ora forse è proprio il prodotto che non solo non fa recriminare ma nemmeno più gola…è l’indifferenza non la rabbia o l’ateismo la questione oggi. Ma il vangelo di riporta a Gesù. Quasi a dire…è così, ci spiace, il resto l’avete inventato voi, o sono aspettative e attese inconsce, indebite, comprensibili ma non determinanti. Insomma non fate i cristiani capricciosi e “viziati”, non fate le vittime perché credete che Dio non vi voglia genitori, o vi abbia mandato il tumore o risolto un problema o fatto trovare la persona giusta…. c’è solo Gesù, il suo stile di vita come biglietto da visita del volto autentico e unico del Padre. Il resto ci allontanerà da Lui e ci farà implodere in noi stessi, strangolandoci con le nostre stesse aspettative…come per Pietro, Giuda e i 12. Pietro lo dirà chiaramente “non conosco quell’uomo”. Quando lo rinnega è convinto. Del resto mica aveva seguito quello la che stava morendo per mantenere la sua promessa d’amore nei nostri confronti ed era umiliato e sfigurato. Lui aveva seguito il boss salendo sul carro dei vincitori ma… ne è dovuto scendere presto, mal volentieri e anche a testa bassa. Chiediamo a questa buona notizia odierna di evangelizzare la nostra religiosità e quanto ci aspettiamo o meno dal nostro rapporto con Dio….