XVa Domenica t.o. ’25 durante Cristo

Scegliamoci con cura, non come cura. 

Dal Vangelo secondo Luca 10,25-37

In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

Se ti voglio mettere alla prova… quel “maestro” come appellativo è solo ipocrisia. Ereditare? Per farlo… deve morire qualcuno, no? Interessante. Eterna? Se lo è, per definizione, non è mai iniziata né mai finirà: e quindi non inizierà dopo la morte. Non è qualcosa che ora non c’è ma dopo, una volta morti, si comincia a vivere la vita eterna. Niet! Eterna significa “già in corso”: qui e ora, adesso, mentre scrivo, mentre tu leggi, mentre sbuffiamo sospettando siano cose troppo difficili o astruse (lana caprina?) eppure… a volte ho la sensazione sia l’unica cosa di cui abbiamo fino in fondo bisogno e ben più di quanto ne siamo coscienti. Forse la differenza tra noi e i nostri animali o qualsiasi zebra, istrice o facocero è proprio qui. Noi siamo fatti in parte, impastati di eterno..e questo, come un buco in fondo al cuore, ci lascia sempre come insoddisfatti e, pur nel profondo… soli. (I can’t get no satisfaction, cantavano i Rolling Stones) Insomma se è eterna è già cominciata, caro bro’! Tutte le nostre meditazioni trascendentali, i nostri respiri cosmici, l’armonia con l’energia universale, la mindfulness e tante altre forme di meditazione, introiezione, dipendenza, trip, sostanza, sballo… partono, a mio parere, da qui. Siamo impastati di eterno. E possiamo chiamarla vita bella, piena, ricca, unica, spericolata (Vasco docet), fame di bellezza, poesia, arte, infinito…insomma siamo questo. E Gesù bello lo spiega come? “Prenditi cura di lui“. Lui lo ha fatto, in maniera precisa e concreta, descritta maniacalmente da Luca…) ma ora chiede ad altri di proseguire. Prenditi cura, abbi cura di lui. Avere cura… di un libro non tuo, di un vecchio cappotto ancora buono, di una tavola da preparare per qualcuno, di una pianta o della propria salute ed equilibrio interiore, di un vicino di casa o di un collega, di un famigliare o della cassiera che vedo stravolta dai numeri…o semplicemente di chi sta sulle balle… anche solo per sfizio…o ripicca! è come se il prendersi cura desse alla vita una qualità diversa, avere compassione di lui, dice al bro’, Zio GGesuuù. E adesso che si fa?

Domenica XIVa t.o. 2025 durante Cristo

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. 
Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. 
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. 
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città».
I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».

Cerco di leggere questa pagina come in trasparenza, controluce, vedendovi tra le righe, in secondo piano, la nostra vita normale, più o meno in parrocchia o quel che è… Sono “reduce” da alcune “verifiche” di fine anno pastorale… come è andata con il catechismo, coi gruppi, coi consigli pastorali, gli scout ecc. ecc. Ma sono anche in continuo e quotidiano ascolto di tante persone che cercano nella parrocchia solo delle performance compulsive para religiose: il funerale per mamma, l’unzione degli infermi per papà, il battesimo per… la benedizione della casa perché una volta si faceva.. tante cose da fare, pratiche ormai irreali, cose da fare ma che si sa già che non devono né possono dare significat, gusto o senso alla mia vita settimanale, concreta, prassi completamente sconnesse alla fede personale, all’adesione ad un vangelo, un supermercato del sacro dove vengo a prendere qualcosa (mai Qualcuno!) che mi rassereni, come un calmante o un amuleto contro “non si sa mai”, qualcosa che la chiesa, il prete, la parrocchia “mi deve”, ne ho bisogno, mi serve, va fatto ma non so perché… se non per…. bo, e ti guardano stupiti. E poi ciao e grazie. Che bella questa pagina allora in cui Gesù da un lato non vuol far tutto da solo, dall’altro manda praticamente ciascuno di noi non a fare ma ad essere qualcuno/a di diverso/a. In quell’elenco di cose da fare e avere o non avere con sé… c’è più l’attenzione esplicita a non dover “sapere cosa dico” ma a come essere. Gesù non spiega cosa devono dire. Ma come devono essere. Quante volte mi sento dire da tante persone, anche in parrocchia, che non sanno cosa dire, non hanno studiato, non hanno esperienza, il prete sei tu, sai tu cosa dire, cosa raccontare… noi facciamo e basta, diamo una mano… ma non annunciamo. Forse perché abbiamo fatto così poca esperienza della Sua salvezza per noi. Una pastorale di cose da fare, di mani da dare ma non di piedi da lasciarsi lavare e di sguardi di pace e misericordia sulla propria esistenza sgangherata da accogliere. Ci conceda il Signore di rallegrarci non dei numeri di gente che viene alle nostre iniziative, di soldi guadagnati per la parrocchia, di persone convertite a catechismo, di oratori o chiese piene di… (chi?) ma perché i nostri nomi ( la nostra storia, ciò che siamo, sentiamo, patiamo, amiamo, speriamo, desideriamo… le nostre ferite e i nostri sogni, l’impegno e la passione che ci abita…sono scritti in cielo. Dio Padre ci conosce per nome, non gli siamo indifferenti. Ha preparato un posto per ciascuno di noi lassù, col nostro nome “riservato” ma anche qui non siamo stati gettati a caso e non siamo raminghi, senza radici né ali… Ci possiamo provare? A far nostro questo Suo invito alla gioia, contro un cristianesimo serioso, rancoroso, invidioso, represso e repressivo, tiepido e superficiale. Che sia proprio la mitezza del tratto, la gioia, lo sguardo sereno la prima cosa da portare nel gregge e nella Sua messe?

Domenica di Pentecoste – C- ’25 durante Cristo

Dal Vangelo secondo Giovanni 14,15-16.23-26

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:  «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. 
Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

Ritorna un’espressione di Giovanni che mi fa morire dal ridere: appena spontaneamente la immagino mi viene un sorriso. L’ho già nominata ma ritorna in Giovanni e quindi, al di là della citazione, significa che ha qualcosa da dirci e che forse non abbiamo colto poi così tanto. Gesù dice che assieme al Padre “verranno e prenderanno dimora presso” chi… li ascolta. Eh, niente io mi immagino Gesù con la veste, i capelli raccolti, di fretta che si gira a chiamare Dio Padre un po’ più anziano (pur coeterni, per carità viva Nicea nel 1700° anniversario) e gli fa, tipo “dai muoviti, sei lento, sbrigati che dobbiamo prendere dimora in queste persone le dobbiamo abitare, noi non stiamo solo nei cieli come han fatto credere loro ma abitiamo dal loro battesimo nel loro cuore, agiamo nella loro coscienza, li rendiamo “dimora e tempio dello Spirito” (così la liturgia del battesimo). E Dio Padre, un po’ sbuffando perché acciaccato… lo invita ad aspettarlo, a rallentare… a portar pazienza… e così indaffarati continuano a correre, Gesù e Dio, in ciabatte, un po’ affannati ma felici di abitarci… Uno potrebbe dire: ma a me che mi frega? Eppure se ci pensiamo le cose cambiano. Siamo abitati dalla presenza di Dio e del risorto che con lo Spirito (siamo infatti battezzati nella Trinità) ci sussurra sempre il meglio possibile per me qui e ora…se ci credo, lo interpello nella preghiera spontanea, gli parlo di quel che sto vivendo, gli racconto ciò che mi serve, lo ringrazio, gli chiedo luce…. e Lui da dentro di me, non sulle nuvole o alle statue, trova il modo per aggirare il mio orgoglio, l’ansia, la fretta…e mi rivela delicato le cose più preziose…

Pensiamo solo al fatto che Gesù si “””giustifica””” ricordandoci che le Sue parole, quel che in qualche modo ascoltiamo nel Vangelo, sono parole di Dio, Lui è Dio, Lui e Il Padre sono una cosa sola e ci raggiungono e ci fanno fare, se non siamo “credenti a modo nostro”, esperienza della loro presenza e salvezza.