La meglio religione che c’è…Omelia VIa to -B ’21

Non serve la didascalia, o si sa o meglio nemmeno andare avanti!

Forse non ce ne siamo nemmeno accorti; magari aspettavamo il vangelo con Gesù e il lebbroso. Eppure abbiamo sentito Paolo come accompagna quelli di Corinto. Siamo attorno al 53 d.C., appena 20 anni dalla risurrezione di Gesù. È in Turchia a Efeso e scrive questa lettera, alla comunità cristiana che lì ha fondato, in questa città molto ricca e famosa in Grecia; un porto di mare, crocevia di culture, nazionalità e religioni diverse, città famosa per i suoi vizi e ricchezze. Paolo non potendo scrivere email o viaggiare low-cost scrive lettere. Non deve essere facile essere cristiani in quel contesto così variegato. Sono condizioni molto simili al nostro vivere quotidiano, no? cristiani in minoranza… in questo nostro contesto socio-culturale.

Interessante: non raccomanda loro di pregare e fare chissà quali pratiche religiose o devote. No. Anzi. Dice una cosa che noi dimentichiamo.“Sia che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto… per la gloria di Dio”.

Che effetto fa? Diamoci qualche istante. (…) Mangiare e bere? non chiediamo di meglio, a carnevale poi. Come se mangiare e bere fosse pregare. Forse allora dovremmo anche chiedere perdono se non lo abbiamo fatto. Ma come: essere bravi cristiani non significa non perdere mai la pazienza, non dire parolacce e bugie, non distrarsi nella preghiera, non saltare la messa…? che c’entrano mangiare e bere. E questa Gloria cos’è? (…)  Magari sembrerà banale?       Allora cambiamo verso, leggiamo al contrario, da destra: Paolo spiega ai Corinzi che Dio ottiene gloria dal modo in cui noi mangiamo, beviamo e facciamo qualsiasi cosa. È la nostra vita ordinaria lo strumento con cui gli diamo gloria. Quella che spesso non sopportiamo, giudichiamo, sentiamo insufficiente o inadeguata. Dio ha bisogno di questa nostra umanità così fragile per parlare di Lui.     Mangiare e bere è proprio quello che innanzitutto ci rende umani, bisognosi. Pensate che Gesù ha affidato a questa azione la memoria di Lui, della sua morte e risurrezione. L’eucaristia. Allora le cose si fanno interessanti: credo sia una questione di sguardi. Ho un cibo davanti a me. Pane, vino, supplì e cacio e pepe…tanto altro. Mangio con gratitudine? pensa ad es. a quanto lavoro c’è dietro quel cibo? chi ha coltivato la terra o allevato gli animali, chi l’ha confezionato o cucinato, mamma, moglie o Cannavacciuolo. Passione, competenza, impegno, dignità, diritto. E quelle verdure e quella frutta non sono nati dalla terra? Sono un dono, assieme al sole e all’acqua che le hanno fatte crescere. Dio lo ha affidato a noi il creato, perché ce ne prendessimo cura. Allora si tratta di mangiare con questo sguardo nuovo che non dà per scontato ma riconosce. Frutti della terra e del nostro lavoro…così il sacerdote a nome di tutti durante l’offertorio parlerà a dio del pane e del vino. Dono e compito. E mangiamo per sfamarci come bestie o anche con amicizia e fraternità? lo stupore, la riconoscenza e il piacere di farlo con le persone accanto a noi, magari nostri ospiti. Siamo interessati a loro? Condividiamo ricordi, emozioni, sentimenti e amore? il cibo condiviso o offerto, e figurarsi il resto sono occasioni per creare relazioni secondo lo stile di Gesù, per vivere il regno di Dio? Capite perché la nostra è la fede più bella del mondo? E magari questo cibo diventa anche impegno sociale per chi ha bisogno o si trova in difficoltà? Allora è sempre uno sguardo non indifferente ma di coinvolgimento, in cui vedere in trasparenza la presenza bella e gratuita di Dio, dietro i doni della terra, la passione della gente che prepara, la fraternità dei nostri ospiti, la necessità di chi ha bisogno, nostro prossimo. Tutto mi parla di Dio e io attraverso la mia vita, mi sento vicino a Lui e faccio nel suo nome.

Ascolto mia moglie, faccio i compiti coi figli, visito un amico, passo del tempo con l’adolescente e i suoi auricolari, cucino, riordino, lavo, stiro, sistemo la casa, preparo la tavola, mi prendo a cuore delle persone

Ad maiorem Dei gloriam,  è il motto dei Gesuiti, fai tutto per la maggior gloria di Dio, fallo nel suo nome. Ci facciamo il segno della croce prima di scendere in campo a calcio e non si può pensare a questo..semplicemente vivendo? pregare, vivendo.

Tutto questo ci rende gloria di Dio. In ebraico la gloria, kabod, non è proprio la fama, quella che magari passa, fatta di chiacchiere e apparenza…ma il peso che uno ha, la consistenza di come vive. Quella è una persona di peso.. mica quelli per cui dire durante il Tg della sera “sic transit gloria mundi”…

Oggi tra l’altro, con un sorriso, è anche la festa degli innamorati. Prima di pensare ai cioccolatini, credo sia bello chiedersi anche se non manchi uno sguardo innamorato, spesso alla nostra vita, De Andrè in una canzone “mi innamoravo di tutto”.

Uno sguardo sulla realtà che sia capace di non dare per scontato ma stupirsi, andare oltre apparenza, sintonizzarsi con empatia sul bisogno dell’altro, ringraziare, accontentarsi, riconoscere il bello, gratuito, che chiama per nome i propri bisogni e non se ne vergogna, che sa perdere tempo. Un po’ bambino, non infantile! Cosa diceva Gesù dei bambini? sanno offrire i proprio 5pani 2pesci,  chi vive così, con leggerezza, perché sa che è figlio ed il padre si prende cura di Lui, gli sta facendo pubblicità, sta dicendo che questo padre è bravo, lo rassicura, conferma ed educa al meglio.     La nostra vita cosa racconta di Dio? gli rende gloria? ne fa un Dio…di peso, di parola? la nostra vita fa venir voglia di credere e di sperare in questo Padre? O di evitare questa religione..come la peggiore delle lebbre…La gloria di Dio è l’uomo vivente, diceva Sant’Ireneo nel 200 dC Bellissimo: in questo modo non saremo di scandalo, cioè di inciampo a chi magari voglia avvicinarsi o ritornare.

Facciamo nostro il desiderio con cui Paolo si raccomanda ai Corinzi…perché si giunga alla salvezza, si inizi cioè almeno a desiderare un vita salvata, che dia gloria a Dio.

Ti basta la salute? Omelia Va to-B’21

Certe malattie hanno bisogno di medicine per guarire; 

certe altre invece, di rivedere radicalmente il proprio stile di vita 

Le medicine sono importanti, siano benedette, per carità…ma si resta comunque malati, dipendenti, sempre in relazione con la chimica.

Rivedere lo stile di vita ti impegna di più, ti fa scegliere e motivare, sacrificare e decidere, ti mette in relazione con te stesso.

Penso a quanti prendano anche 10-15 compresse al giorno per sopravvivere e non morire, magari lentamente.

Ma anche a chi abbia dovuto, lavorando duramente su di sé, rivedere abitudini, stile, dieta, cure prolungate, assistenza.

Nel primo caso, ottieni tutto e subito, affronti la tua malattia e il male ti passa. Non sei in relazione con nessuno.

Nel secondo, otterrai risultati nel tempo, mettendoti in cammino, avviando un processo di cambiamento, con umiltà, pazienza, determinazione. Non metti in bocca e mandi giù qualcosa. Ti metti per strada, sai da dove partire, cosa e come correggere, verso dove andare, a cosa rinunciare: una lotta quotidiana di esercizi e sacrifici ma poi riprendi a vivere. Rinasce il rapporto con te stesso.

Nel primo caso forse ottieni la salute, nel secondo la salvezza.

In genere c’è bisogno di entrambe, sono estremi, ma credo valga la pena, proprio in un tempo come questo, sospeso tra l’urgenza di un vaccino e la paura del contagio, ricordarci che salute e salvezza sono due cose diverse e per riconoscerlo, credetemi, serve innanzitutto libertà. Innanzitutto dalla salute. Perché non è vero che basta la salute! E comunque, lo dico in punta di piedi, essa non è un valore cristiano. Cosa intendo? vediamo…

Conoscete senz’altro gente sana ma non “salvata“, in perfetta forma fisica ma morta dentro e che magari, nonostante tutto…si toglie la vita, in tanto modi. Conoscete senz’altro anche gente ammalata o con qualche problema, che vive da salvata, cioè con serenità, equilibrio, speranza e fiducia. Quelli che pensi, se dovessi io fare una vita così mi sarei già sparato… mentre hai davanti dei campioni di umanità. Ma quello è solo un risultato di un cammino che li ha salvati, non guariti.

Eppure Gesù è nostro salvatore non guaritore. Ci vuole felici e pieni, non sani. E questo innanzitutto perché è un uomo libero. Racconta il vangelo che gli portavano tutti i malati e indemoniati ma ne guarisce solo molti. Tutta la città aveva bisogno di Lui, ma solo molti vengono aiutati e liberati.Tutti lo cercano, dicono con malcelata soddisfazione i discepoli, quasi sentendosi così anche loro importanti e confermati…ma Lui se ne va e lascia tutti a bocca asciutta, per perder tempo a pregare. Nessuna ansia da prestazione né ricerca del consenso.

È venuto ad annunciare la buona notizia della salvezza di un Dio Padre, che ti rende figlio. Non per guarire e risolvere problemi. Non è una farmacia di miracoli ma uno che ti vuole rendere figlio. E il figlio è tale perché amato, comunque, sano o ammalato. Per un padre l’identità del figlio viene prima della sua salute.

A maggior ragione per Dio. Non interessa, al Padre nostro che si sia più o meno sani ma tutti salvati vivendo come suoi figli, travolti dal suo amore e misericordia. Ecco, la libertà di Gesù, sta nel suo equilibrio. Non ha mai risolto tutti i problemi né mai esaudito tutte le preghiere. Ma ha mantenuto sempre le sue promesse. In realtà solo una. Vieni e seguimi, avrai la vita piena, salvata. Non sana. E questo suo comportamento narrato nel Vangelo, che genera scandalo e disappunto, lo indica chiaramente.

La fede ci vuole salvare: lo dimostra Gesù, che cerca sempre di salvarci da tutto ciò che in noi e attorno a noi ci impedisce di amare. Noi stessi e gli altri. Salvarci da quello che ci impedisce di amare. Amare, essere amati è il bisogno primario di tutti, sani o meno.

Chissà poi il resto di quei tutti, ammalati e indemoniati che son rimasti lì ad aspettarlo invano, come l’hanno mandato a quel paese e guardato con sufficienza, come un ciarlatano.

Chissà dove erano, tutti quelli che lui ha guarito, risorto, a cui ha ridato vista, forza, vigore, i poveri sfamati di pane e pesce, gli indemoniati liberati, quelli che avevano detto osanna, facciamolo nostro re, chissà dov’erano, sotto la croce, mentre moriva da solo come un cane. Forse stavano ancora gridando «Barabba». O se n’erano andati, perché a loro bastava essere guariti, mica amati.

Gesù è libero, autorevole, non cerca consensi, applausi, sicurezza e conferma perché non vuole guarirti e lasciarti solo, sano ma magari infelice. Ti vuole con sé. Se cerchi guarigione, vai da un medico e sei in relazione con quel che ti dice di fare e prendere.

Ma Lui ci annuncia che è venuto per salvarci e la salvezza passa per la relazione continua, per l’amore da accogliere con disponibilità, che ti rende fratello e figlio, nel suo nome.

Chiediamogli di farci vivere questa consapevolezza, offrendogli il nostro quotidiano bisogno di salute ma soprattutto di salvezza, ci indichi la direzione, trovandoci disponibili ad accogliere la sua offerta, ci liberi dalle pretese, facendoci accogliere le sue promesse.

“Eravamo quattro amici al bar…” Omelia IIIa to. “Domenica della Parola” B-’21

 Non mi ricordo il nome ma solo la sua espressione: tatuaggi, capelli trasandati, mezzo punk: cercava aiuto e disse una frase che mi lasciò senza parole. Era un Estraneo, che vedi una volta, quasi per caso, eppure ti resta impresso.

Oppure penso a Elena, figlia di Oscar, una Conoscente;uno dei tanti (amico o parente di qualcuno che conosci) sentiti nominare che incontri per caso, ti dicono qualcosa di sé (lavoro, salute, famiglia) Come va tutto bene anche lei grazie. Fai un rapido aggiornamento di quel che già sai e scopri altre cose. Non hai relazione ci si rispetta e stima, fa piacere sentire come va.

  O penso ancora a Franco e Andrea, Fabrizio e Mauro, Roberto, vecchi Amici: ci si vede poco ma sempre con piacere. Ascolti, ricordi, racconti, ti confronti, son di famiglia, ci si conosce bene, frequentarli è sempre arricchente e gustoso, scopri comunque cose nuove e questo ti lascia migliore e felice, è inevitabile.

   Infine c’è Marco, Amico intimo, non sai perché, lo vedi forse poco, non importa, è come un fratello: non devi capire, spiegare ma solo gustare e godere. Il tempo si ferma. Nudo, disarmato ma a tuo agio. Ti senti prezioso, puoi solo ringraziare.

  Ecco quattro relazioni comuni che ciascuno di noi vive nella propria esistenza. Credo dicano bene il rapporto con la Parola di Dio che ciascuno di noi può ed è chiamato magari ad avere. 

-Ci sono pagine che abbiamo sentito per sbaglio eppure ci restano impresse: sono estranee, non ne sappiamo nulla eppure lì Gesù ha detto così, ha fatto questo. E ci torna in mente.   

-Ce ne sono di famose, la liturgia le offre ciclicamente, che ricordi ma sulle quali si scoprono sempre cose interessanti: Ah già, la parabola del seminatore o Zaccheo ricordo, dice che, significa questo.. ma poi è sempre più ricca e diversa, da ricordare con piacere perché anche se conosciuta, scopri qualcosa di nuovo di te. O il prologo di Gv, ad ogni Natale, pagina rara ma profondissima e ricchissima di spunti e interpretazioni. La conosci ma..ti sovrasta.

-Oppure altre pagine: l’operaio dell’ultima ora, la lavanda dei piedi, Emmaus, la peccatrice, Giona o Efesini le conosci da una vita, approfondite, a memoria eppure ascoltarle non è mai tempo perso, son proprio come quei vecchi amici. Ricordano un sacco di cose assieme, ti son state vicine e d’aiuto tante volte.

-Infine, almeno per me, ci sono il 23° di Lc, il dialogo tra Gesù e il ladrone in croce o la parabola del padre misericordioso o Giobbe. Le senti per te, intime. Non serve dire nulla, le contempli in silenzio, ti lasci emozionare mentre ti raccontano qualcosa di te.

   Il rapporto con la Parola di Dio può essere come le nostre relazioni. Da vivere, gustare, approfondire. E’ Gesù risorto, attraverso lo Spirito Santo a interpellarci, darci del tu, con quella parola per la nostra vita, creando fiducia, confidenza, schiarendo prospettive, sciogliendo grumi di noi rattrappiti, dando sapore a quanto viviamo, consolazione, verità, indicazioni di stile da avere.

E’ sempre un rapporto vivo, come con le persone: alcune gradevoli, altre difficili, alcune indigeste, altre utili e piacevoli. Come tutte le nostre relazioni. In ogni occasione Gesù può starci accanto attraverso la Sua parola, lui che si è fatto Parola, verbo, ci ha rivolto la parola per permetterci di parlare di Lui. E durante la messa, ricordiamolo, metà del tempo che celebriamo è proprio in ascolto della Sua voce attraverso la liturgia, 1a, salmo, 2a, Vangelo.

  Ricordate Nino Manfredi in quella famosa pubblicità del caffè? La Parola di Dio è così: più la mandi giù più ti tira su, più te ne riempi, più viene in tuo soccorso al bisogno e ti aiuta a decifrare quel che stai vivendo. Come una cassetta attrezzi, sempre utili.

Ci sono oggi tantissimi modi per ascoltare: messaggi o mail sul cellulare, libri, siti, video, catechesi per approfondirla e per lasciarsi scoprire da essa e viverla di conseguenza. Anche le pagine indigeste, scomode, difficili o che vorremmo togliere.

lampada ai miei passi, luce sul mio cammino, dice il salmo; il profeta Isaia racconta di un Dio che ti vuole rendere come una trebbia spietata di fronte ai tuoi nemici, Geremia racconta un Dio che ti seduce non che vuole esser servito, Esodo invece ricorda che Dio è geloso di te, vuole essere il tuo Dio, sbaragliando idoli e religiosità da schiavi scrupolosi, Lc 15 ti dice che Dio ti ama sempre e comunque e ti perdona anche se non te ne senti degno. Che Lui è più grande del nostro cuore, ricorda Gv e che vuol rendere la nostra vita sale e luce del mondo, dice Matteo.

La Parola di Dio, che oggi in particolare celebriamo, ricorda sempre quel che proclama Gesù nel vangelo di Mc che abbiamo appena ascoltato: Dio è una buona notizia. Qualcosa che non sapevi di ricevere, meritare, nemmeno di attendere o sperare ma accade e nulla è più come prima! Prendi in mano la Bibbia, pensi di leggerne qualche passo e senti invece che è lei a leggere in te quello che provoca mentre la ascolti, riconoscere i tuoi bisogni, a decifrare come stai e dargli significato, direzione. Che anche a te è successo come in quel testo di 3000 anni fa e ti senti a casa!

Quante volte vogliamo più bene alle nostre inutili idee su dio che a quel che Lui ha detto di sé, siamo affezionati a queste zavorre che non ci fanno vivere, immagini disumane e logore che non ci fanno crescere ma che ci son state inculcate da educazione, tradizione, non diamo fiducia all’annuncio di salvezza, libertà e salvezza che ogni domenica qui riceviamo..ma perché?? Accartocciati su noi.

     La nostra fede, il modo di vivere da credenti racconta di noi che siamo in relazione con un Dio Padre “buona notizia”? in cosa abbiamo sperimentato questa bellezza, nella nostra esistenza? 

Se Dio per noi non è una buona notizia rischia di essere lapide, annuncio commerciale, bugiardino farmaceutico di cose da fare o meno, surrogato ideologico o racconti edificanti ormai scontati  ma nulla di questo ti cambia la vita. La rovina o impoverisce ma non la rende parola eterna cioè sempre valida, viva, efficace.

Ecco per quale motivo Gesù convoca i 12 e chiede loro di aiutarlo a diffondere questa buona notizia. Non cerca esperti di marketing, comunicazione efficace, biblisti, dottori in teologia. No. Né competenze né meriti né capacità speciali: tutte cose sacrosante e utili ma successive, secondarie. Prima scopri che Dio ti è amico con la Parola e ti raggiunge, poi diventi pescatore di uomini. E se dopo 2000 anni siamo ancora qui a vivere tutto questo, vuol dire che tutto sommato quei 12, non son stati poi cosi inutili e incapaci.

Estranea, conoscente, amica, sorella… non importa, chiediamo al Signore di vivere appassionandoci alla sua parola e cercando di rispondergli con la nostra vita, da disponibili a seguirlo, in ascolto.