Ogni tanto mi sento come una hostess.. Omelia XXVIa to C-2019

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Come deve essere frustrante…fare l’hostess in aereo. perché?

1-dici delle cose molto importanti, anzi direi forse decisive per la vita di tutti (cosa fare in caso di emergenza…come mettere il respiratore e aiutare i bambini, dove sono le uscite di emergenza, come indossare il giubbotto di salvataggio,,)

2-eppure nessuno ti bada…indifferenti, indaffarati alle proprie cose (chi deve sistemarsi il sedile o il cuscino attorno al collo, leggere la rivista della compagnia, mandare ultimi sms, togliersi le scarpe…)

3-la si guarda con sufficienza, pena, sopportazione… dai di le tue cose che poi ce ne andiamo…non ci riguardano, sono importanti si ma poi .. chissà..tanto voleremo lo stesso…

Io a volte mi sento come una hostess: celebrando messa dico delle cose importanti ma… la gente spesso non ascolta … oppure nemmeno io son poi così convinto…

  E’ quello che accade anche nel vangelo, sapete? Vengono dette cose importanti per salvarsi ma non vengono ascoltate. Il ricco chiede ad Abramo che faccia avvisare i proprio fratelli..li ammonisca severamente! hanno Mosè e i profeti, no, non basta, manda Lazzaro! no, non serve! Si arrangino, capiranno…

 – A noi è mai capitato? non voler ascoltare un consiglio o una critica, facendo finta di niente perché sentivi che avevano ragione.

-Come cristiani oggi ci riguarda? proviamo a pensare, scusate, con un po’ di onestà: ogni domenica diciamo o sentiamo dire per tutti noi delle frasi maestose e potenti, che vorrebbero avere a che fare con la nostra salvezza cioè la qualità della nostra vita. Ad es.

(…)              Ma che effetto fanno in noi? siamo come in aereo, spesso ammettiamolo! ci sediamo sui banchi e mettiamo il pilota automatico, presi nei nostri pensieri, a piegare bene il foglietto, a guardarci i vestiti o dire le preghiere…o come me tra 3 chiese, perché magari dirai 4/5 messe in 24 ore e…chi c’è, che succede… 

Siamo così diversi dai fratelli del ricco? No, proviamo a capire!  Questa parabola non parla bene né male del ricco o del povero, non dobbiamo fraintenderla. Non dice che il ricco è disonesto o ladro. Viveva bene e spendeva del suo, più o meno come tutti noi. Era così avaro? perché allora il povero se ne stava sempre lì? E questo perché passava le giornate a mendicare? non poteva andare a lavorare?  Capite il messaggio va oltre la nostra cultura del merito e del castigo, non c’è un giudizio morale sul ricco e il povero. Ma non c’è neppure una distinzione tra ricchi generosi o avari. L’autore sembra annunciare che il ricco per quanto buono va condannato perché non condivide o meglio non si lascia mettere in discussione, non si accorge dell’altro e non cambia la propria vita. 

 La risposta di Abramo alla richiesta persuasiva dei miracoli richiesti dal ricco è ferma e chiara: l’unica forza capace di staccare il cuore del ricco dai beni è la parola di Dio. Solo il vangelo ha la forza se accolto con fede e non come in aereo, di convertirci, cioè di dare qualità diversa alle nostre esistenze. Chi non si lascia scalfire (Mosè e i profeti significa tutta la Sacra Scrittura e poi la risurrezione di Gesù..) resta impermeabile e refrattario a qualsiasi argomentazione…continuando magari a coltivare le proprie idee insulse, sbagliate ed inutili su un dio lontano, che castiga, abbandona…da tener buono coi nostri meriti e devozioni.

La vita invece cambia quando passi da spettatore (come in aereo o in chiesa) a protagonista, cioè quando almeno desideri iniziare a celebrare e vivere quel che senti dire da anni. Ed è bellissimo sapere che la liturgia non si stanca di continuare ad annunciare la nostra salvezza possibile, la redenzione, la conversione facendoci ripetere queste frasi ogni domenica, ad ogni messa per raggiungerci attraverso un volto di misericordia del Padre, la risurrezione del Figlio Gesù e la forza dello Spirito. Il volto del pastore che cerca la pecora smarrita e fa festa, del padre misericordioso che accoglie il figlio, del messia che sta coi peccatori e i pubblicani. Quante volte qualcuno tenta di dimostrarmi che crede a modo suo…senza bisogno di messa. Ma come fai, mi chiedo allora, ad ascoltare delle pagine così belle e liberanti del vangelo, come fai a continuare a credere nel dio che a poco a poco ragiona come te e ha i tuoi stessi criteri di colpa e merito…ma non è certo il dio di Gesù Cristo, ma quello che ti sei costruito nella tua testa e non hai voglia di riconoscere come inutile, perché sei solo un ateo devoto…sarai anche religioso ma non sei cristiano, cioè di Cristo! Presumi di conoscere già Dio vivendo di rendita, non ascoltando quel che Lui dice di sé per noi!

Chiediamo al Signore, allora umiltà e pazienza perché ripetendo non come in aereo le parole della fede e della speranza, la nostra vita inizi a cambiare accogliendo la buona notizia del Padre per noi.

Omelia utile: XXIVa to C-2019

Unknown

 

Fermiamoci solo un dettaglio. A mio avviso meraviglioso e delicatissimo. Gesù racconta la parabola della pecora smarrita e fa notare che il pastore, appena la ritrova, pieno di gioia cosa fa? se la carica sulle spalle!

Voi cosa avreste fatto?   (…)  con chi sbaglia…

Non l’ha bastonata per correggere il suo vizio di far quel che vuole, non l’ha punita per avergli fatto perdere tempo né l’ha sgridata o ha perso la pazienza o le ha sbattuto sul muso che “te lo avevo detto, avevo ragione io”. Non ha nemmeno fatto la vittima che se non c’era lui…No! Se l’è caricata in spalla. Si è messo nei suoi panni. Ha immaginato fosse sfinita, spaventata, umiliata, confusa, arrabbiata, disperata. Non le ha fatto la predica, ha fatto l’unica cosa di cui quella pecora aveva bisogno, sentendosi sola e fragile. Le ha solo fatto capire: “sono qui, non aver più paura, lascia fare a me, non preoccuparti, sei salva”.

  Gesù racconta questa parabola a coloro che lo stanno ascoltando.

Luca dice che sono accorsi a lui pubblicani e peccatori. Quelli cioè sbagliati, emarginati, da tenere distanti giudicandoli male (e probabilmente a ragione, comunque!), quelli che una buona mamma insegna ai figli ad evitare, che non hanno nulla da perdere. 

  Penso a quando arrivando qui 4 anni fa, qualcuno mi mise in guardia dal frequentare un certo bar perché “pien de bruta zente”.

 Gesù viene accusato perché sta con loro, anche nell’intimità della propria casa e nella complicità dei pasti condivisi. Questo non va bene a farisei e scribi che mormorano cioè chiacchierano e giudicano. Gli fa schifo quel Gesù che sta con i peccatori considerati maledetti da Dio per quello. E Luca, carogna, fa notare che a loro Lui racconta questa parabola, in tre atti: pecora, moneta, i due figli. Gesù ha voglia di spiegare chi è davvero Dio. Non quello che hanno in mente loro, un dio giusto, rigido, calcolatore, esigente. Che fa le classifiche, conta meriti, distribuisce castighi o aspetta applausi…Ma un Dio che sa amare come un padre e una madre assieme. Che non giudica, etichetta, condanna o critica mai nessuno. Cose che purtroppo, facciamo noi, sentendoci migliori di Dio in persona.

Allora dovremmo capire da che parte vogliamo stare: tra quelli che vengono in chiesa perché bisogna, bigotti, cristiani apatici e meccanici, formali che timbrano, a qualsiasi età, il cartellino credendo così di mettere a posto GC o la propria coscienza…ma poi fuori continuano a vivere come vogliono… e quelli che vengono qui perché ne hanno bisogno. Cioè non sono perfetti o migliori, anzi, son peccatori incalliti ma sanno che fermandosi qui un po’ possono trovare buone notizie e pace. Non hanno nulla da dimostrare, né meriti né applausi da attendersi. Ma possono come essere “presi in braccio, caricati sulle spalle da Gesù e riposarsi, tornare a casa. Siamo qui perché bisogna o perché ne abbiamo bisogno? A tutti noi è successo come quella pecora di sbagliare, perderci, volerci arrangiare; di sentirci magari grandi ed emancipati perché finalmente non dovevamo più venire a messa o comportarci in un certo modo. A tutti noi è successo di sentirci falliti, vuoti, inutili, impotenti. Qui nel glorioso veneto cattolico e lavoratore, i nostri famosi giovani muoiono di overdose il doppio rispetto alla media nazionale. Da cosa scappano? Cosa cercano?

  Quando è l’ultima volta che ci siamo sentiti mordere dalla solitudine e dal vuoto, che non ci siamo piaciuti né accettati, che ci siamo sentiti sbagliati? Non avevamo bisogno soltanto di uno che ci prendesse in braccio e rassicurandoci dicesse…ci penso io, lascia fare a me, non temere. Proviamo a pensarci. Una persona di fronte al quale poter crollare sfiniti ed essere presi in spalla, senza vergognarci né doverci giustificare o spiegare? bellissimo. 

Ecco chi è Dio e cosa vuole fare con ciascuno di noi, soprattutto con quanti si sentano sempre in dovere di essere, apparire, meritare, dimostrare…costantemente insoddisfatti di sé o in balia del proprio passato o in preda a chissà che. Gesù non fa che parlare di gioia e rallegrarsi per annunciare con queste immagini chi davvero è Dio. Uno inquieto finché non riesca a prendere in spalla ciascuno di noi.

Cominciamo almeno ad ammettere che forse possa essere vero e…che magari ne potremmo avere bisogno?

Al mio posto sono a posto: omelia XXIIa to C-2019

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Provando a distillare questo vangelo potremmo dire così: Gesù conosce il nostro cuore e quindi è in grado di riconoscere le motivazioni che ci spingono ad agire. Spesso sa che non sono del tutto oneste e reali, allora ci provoca. Solo confrontandosi con Lui, ci si può mettere in discussione ed essere più veri. Sempre ci interessi vivere così…! Ma cosa significa? facciamo un passo indietro e ripensiamo al vangelo. 

Certo era una soddisfazione invitare a pranzo Gesù! Prima se la prende con gli invitati, che cercano di accaparrarsi i primi posti, poi col padrone di casa, perché ha sbagliato gli inviti. Mai contento, antipatico! potremmo sbuffare, oppure, fatti gli affari tuoi! cosa c’entrano gli inviti e i posti a tavola con la mia fede?  Eppure Gesù notando, dice Luca, ascolta i loro cuori, riuscendo a decifrare, smascherare cosa li motivi davvero ad agire così. Per caso allora questa pagina ha un messaggio anche per ciascuno di noi? Ci capita spesso di essere come a quel pranzo? 

   Gesù si accorge che attraverso la caccia ai primi posti, gli invitati, le persone insomma, sono in balìa della voglia di apparire, essere riconosciuti e ammirati, di essere visibili, invidiati. Spesso accade anche a noi: i morsi della solitudine o della frustrazione, il non sentirci amati o voluti fa si che si scelgano questi stratagemmi e attraverso l’ambizione e la voglia di riscatto, ci si comporti così. Magari al lavoro, in parrocchia, in classe o nel tempo libero. Purtroppo a volte si educa anche a questo. La fama di certe scuole superiori, vere fabbriche di persone arriviste e individualiste fa pensare. O nello sport, magari a livello giovanile. Che valori passano? Come pure tutte le volte che prendiamo le distanze: prima io, prima noi, fatti furbo, cosa vuoi che sia, faccio niente di male, gli altri si arrangino, magari tornino anche a casa loro…Nemmeno la chiesa è esente da ciò con il persistere di titoli altisonanti, monsignore, eminenza, eccellenza come pure di tanti laici più clericali dei preti, rischiando di tenere più al proprio ruolo in parrocchia che al vangelo, come i politici con la poltrona o certi preti che continuano a sentirsi indispensabili e fan tutto da sé senza coinvolgere i laici o collaborando coi confratelli!

   Gesù vuole ricordarci che tutto questo è solo un anestetico per una voragine che non si riempirà mai. Quei primi posti ti danno un brivido narcotico ma poi il bisogno busserà ancora, farà mendicare attenzione, come un cane scodinzola per un biscotto. Vivremo schiavi di tale ipocrisia…e ci accorgiamo spesso di chi cerchi solo di farsi notare e quanto ci fa ridere o pena. E a noi? Gesù vuole salvarci da tutto questo. Anche perché poi ha un costo sociale e politico, perché ognuno pensa per sé e per quel mio posto son pronto a buttar fuori gli altri, perché il mio bisogno comanda, bisogno di potere, privilegi o guadagno anche illecito. Così magari si educa o ci si abitua a vincere non a convivere, collaborare, valorizzare. A competere ed essere tutti contro tutti in concorrenza, mai altro. A risolvere l’attuale complessità culturale e sociale solo etichettando o trovando un facile capro espiatorio.

“O Signore non son degno di partecipare alla tua mensa ma dì soltanto una parola ed io sarò salvato”….

C’è una certa saggezza in queste parole che la liturgia ci affida ad ogni santa messa: solo il confronto con Gesù e il suo vangelo, come oggi, possono aiutarci a ritrovare in noi la fonte del nostro essere, senza dover apparire. Solo la sua parola può farci da specchio e salvarci da noi stessi, dalle nostre ipocrisie per fare verità di noi. Allora ti ringraziamo Gesù per questa parabola che ci fa sentire quanto tu prenda sul serio la nostra vita e l’abbia a cuore. Donaci di non darlo per scontato, sostienici nell’aprirti il nostro animo, che ben conosci, per accoglierti e illuminarci. O meglio più ti faremo posto, più saremo davvero a posto.