Aspetta e spera? Chi visse sperando… Omelia DOMENICA VIa di Pasqua A-‘26

6a domenica di Pasqua, due in più sulle 4 di Quaresima. Da un mese e mezzo giriamo attorno a questa vita da risorti, vita eterna ora, non so più come dirlo. È il momento dei bilanci allora, a cosa ci è servita questa Pasqua, alla faccia della quaresima, quasi due mesi dal 18/2, mercoledì delle ceneri, fioretti e venerdì pesse.

   Qualcosa in noi, nel nostro modo di vivere, credere, riflettere, decidere… è cambiato? Come? E se la risposta fosse no, tranquilli, chiediamoci almeno perché no e cosa ci ha impedito di metterci in discussione. Al di là delle nostre proverbiali quaresime.

  In questa domenica la seconda lettura, le parole di S. Pietro ci arrivano come una ventata di scirocco. Calde e decise.

Una frase scomoda ma importante: “siate pronti sempre a rendere ragione della speranza che è in voi”. Bellissima. Pensiamoci: come se uno, un non credente, conoscendoci, sentendoci parlare ci dicesse: ma come fai a sperare, in cosa speri e perché? da cosa potrebbe averlo colto? Me ne devi dare ragione! non emozioni o parole vuote, mi devi convincere, dire di cosa hai fatto esperienza, perché mi hai messo in discussione e voglio sperare anche io, ne ho davvero bisogno. Bellissimo.

  Oggi, ultima domenica di risurrezione siamo invitati a chiederci se siamo cristiani di speranza o disperati. Se siamo cristiani di speranza o solo devoti e indaffarati. Se le nostre comunità vogliono essere palestre per tutti o musei per i soliti…

Ma…  in cosa e come si spera? La luce di Cristo del cero pasquale la notte di Pasqua …

Ce lo annuncia il vangelo: io sono in voi e con voi. In noi dal battesimo una presenza ci abita, siamo tempio dello Spirito.

Attorno a noi, riuniti nel suo nome, Cristo è presente attraverso lo Spirito nella risurrezione, 2026 durante non dopo Cristo. Possiamo invocarlo per qualsiasi cosa, come domenica scorsa, per risolvere i problemi delle nascenti comunità cristiane che già litigavano.

  Non vi lascerò orfani, non siamo soli, garantisce che la luce della risurrezione ci illumina, dentro e fuori, pensieri e azioni per vivere in modo nuovo. E poi ci chiede di saperlo raccontare. Come? 

Chiede 3 cosa importanti, da testimoniare… 1 Dolcezza..cioè

senza arroganza, io sono meglio di te perché son cristiano, no…

senza supponenza, io ho ragione e tu torto…

con garbo, mitezza, tenerezza…sicurezza, so cosa credo e spero.

2 Rispetto… parola vuota secondo me ma, dice stima reciproca, curiosità per l’altro, certo, ma anche consapevolezza di quello che siamo, a testa alta, con umiltà, comprensione, ascolto, fieri di quel che si ha o si è, la relazione con Cristo viaveritàevita dicevamo domenica scorsa: prima di rispettare gli altri, noi rispettiamo noi stessi e quello in cui crediamo? Quanto ne siamo consapevoli?

Cristo morto e risorto per me, per tutta la mia vita così com’è; lo sento prezioso, lo rispetto e lo faccio rispettare dagli altri?

3Retta coscienza: è un luogo da qualche parte in noi, lo trovi incamminandoti nel silenzio..2 panorami.

il luogo in noi dove decidiamo come agire e comportarci, quale stile avere nelle relazioni con noi stessi e gli altri

il luogo in cui, come cristiani, Dio ci sussurra il meglio per noi.  

La luce della risurrezione splende da qui.  

   Ecco tre aspetti pratici per dire la nostra speranza, sentendoci abitati e accompagnati da quello spirito che Gesù di offre. Ma attenzione: si fa spesso umorismo sulla speranza, guardata con compassione o ingenuità. Ricordiamo il covid? Andrà tutto bene..

Sperare non è affatto essere ottimisti. Non è la convinzione che una cosa andrà a finire bene, (perché poi?) ma la certezza che quella cosa ha un senso, troverà significato, indipendentemente da come andrà a finire. Perché la staremo vivendo nel vangelo, con Cristo. Come nella formula del matrimonio (con la grazia di Cristo), o nel chiedere perdono, luce, consolazione, o lasciando alle buone notizie del vangelo convertire la nostra religiosità in fede e lo stile con cui vogliamo vivere le nostre relazioni.

  La speranza non sta nel futuro ma nell’invisibile, dicevaun famoso teologo…che sia questo il desiderio con cui ripartire da queste 6 settimane pasquali verso una vita illuminata da una speranza che non delude, perché non ci ha illuso a parole ma ha dato la sua vita per noi e per la nostra vita diventata così, eterna.

Urgenze o priorità?? Omelia Domenica Va di Pasqua ’26-A

Battesimo? nuovi membri di una famiglia che da 2000 anni, vive in 5 continenti…. e inizia la chiesa

la prima lettura racconta qualcosa di utile alla vita delle comunità nascenti ma anche a quella di noi singoli cristiani oggi…

  Stiamo celebrando la domenica 5a di Pasqua, la vita risorta, quella luce da portare nel buio delle nostre esistenze o quando non sappiamo perché o come proseguire il cammino.. ok?

1a lettura: sorgono problemi pratici, sta nascendo la chiesa cioè le persone che si convertono iniziano a frequentarsi, le prime comunità. Si erano convertiti a Cristo sia ebrei che greci ma cominciano a far differenze ed escludere o fare preferenze: che strano.. eh? Spesso accade in tante parrocchie ancora oggi: gruppi che non si parlano, protagonismi, ognuno vuol far le proprie cose,  si litiga, si fanno allora 2 sagre, 2 cori, ci sono quelli che comandano, quelli che se ne vanno offesi..parroci onnipotenti..

  Invece qui si racconta subito che i 12 e i discepoli cosa fanno?

Non mettono su una commissione d’inchiesta, non accusano o processano nessuno; non fanno nemmeno finta di nulla per quieto vivere perché bisogna portar pasiensa… ma mettono al centro la Parola di Dio e trovano una soluzione pratica. Potremmo dire che riescono subito a distinguere… le urgenze dalle priorità.

Nessuno dice “basta non gioco, rangève” né si chiude con orgoglio perché noi abbiamo sempre fatto così. No. Prete decide.

Si riconoscono le priorità, la parola di Dio e l’annuncio del vangelo e questo diventa criterio per affrontare la difficoltà. Poi c’è la preghiera e il servizio. Mettono insomma in chiaro le cose, rispetto all’identità della comunità. Insomma: siamo dei cristiani, chiamati a vivere e servire assieme. Cosa ci caratterizza? Cosa possiamo delegare? Cosa ci tiene in piedi? Mi verrebbe da dire… quale è il cognome che condividiamo e quale il semplice nome che ci dà identità di gruppo? Cercano insomma di ricordare che senso ha e cosa deve fare una comunità cristiana per essere tale.

Poi allora pregano, invocano lo spirito, si prendono tempo, impongono le mani…insomma hanno un metodo di lavoro e creano delle condizioni perché tutti si sentano al proprio posto e corresponsabili. E cosa succede? guarda un po’… e la parola di Dio si diffondeva ancora di più, racconta Atti e si moltiplicavano tanto il numero dei nuovi credenti e discepoli ma soprattutto, incredibile…. avete notato? pazzesco… anche una gran moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede…pensa te…

   Mi pare molto interessante come “problem solving” e come esempio di una comunità credibile e immersa nella realtà della vita. Che sa quale è la propria identità e missione. E si riorganizza.

  Ma avevo detto che questo passaggio può riguardare anche la nostra vita come singoli? Direi di si.

Quante volte viviamo in maniera superficiale, sbattuti di qua e di là in balia di eventi, cose da fare; vorremmo sempre avere più tempo per noi, prenderci cura delle nostre emozioni, del nostro passato, per Dio e la preghiera, il silenzio la calma, la riflessione.  Ma non ce la facciamo, solo buoni propositi e sospiri. Restiamo magari incastrati da zavorre passate di abitudini religiose, grumi di odio o rancore, schemi mentali che ci gestiscono come guinzagli, immagini di dio o di noi o della fede che non servono che a renderci schiavi a testa bassa.

Atti ci insegna a prendere tempo, avere un metodo, ascoltare la Parola, pregare, insomma riconoscere le urgenze dalle priorità.

   Ascolto decine di persone, e vi garantisco che chi impara a prendersi un’ora ogni tanto, regolarmente, per confrontarsi, venire ascoltato, essere accompagnato spiritualmente e non solo, a qualsiasi età, trova sempre liberante e utile vivere in questo modo. E riprende a vivere.   Altrimenti si rischia, come ricorda la 2a lettura, di essere solo così sicuri di sé da confondere la pietra angolare delle nostra vita per qualcosa da scartare. 

Perché non ho tempo ma non so nemmeno ormai dove sto andando né mi chiedo perché la mia vita non abbia gusto.

  Nel vangelo Gesù ricorda di essere lui, non i valori o le tradizioni, il compagno di viaggio della nostra esistenza, la luce di risurrezione che può orientare le scelte nella nostra vita.

Lui la via, cioè strada da frequentare, verità per riconoscere le gerarchie in noi e mettere ordine, vita, a cui attingere.

 C’è tutto quello di cui abbiamo bisogno.

Vuoi vedere che vivere la Pasqua, il passaggio dalla morte alla vita, passa proprio di qua? che risorgere è rialzarsi sempre, come ha fatto Alex Zanardi e scegliere chi voglio essere e questo passa per quel poter riconoscere le urgenze ma scegliere le priorità.

Lasciamoci spintonare da GesùCristo… Omelia IVa Dom Pasqua A- ’26

C’è un dettaglio, secondo me meraviglioso e urgente, in questo vangelo. E appena ve lo farò notare provocherò in tutti noi, se siamo onesti, un moto di sdegno e quindi di chiusura. Scommettiamo?

  Ma se abbiamo celebrato e la liturgia ci invita a continuare a celebrare la Pasqua, 4a domenica di 6, insomma …siamo chiamati a chiederci pasqua di cosa, cioè passaggio da dove a dove… quale parte di noi ha bisogno di risorgere, di essere illuminata dalla luce, come quel cero, di risurrezione. Insomma cosa ce ne facciamo della pasqua tanto attesa in quaresima e che abbiamo celebrato la settimana santa?

  Allora ecco il dettaglio, l’immagine del vangelo del Pastore e della porta. La conosciamo bene: Gesù pastore, da questo termine deriva il termine pastorale, le attività che la parrocchia mette in atto per essere come quel pastore.. CPP, CPAE, operatori di p., attività p., pastorale famigliare, battesimale, sociale…. ci interessa?  E cosa fa questo pastore? chiama e conduce fuori, che bello, quasi romantico… ma poi, aggiunge Giovanni, non solo le deve condurre fuori al pascolo, al ruscello, sui monti a mangiare e prendere aria ma…sottolinea, anzi, insiste, ribadisce.. le spinge fuori. Ora, ho controllato, è scritto abbastanza così.  Controllate anche voi col foglietto. Cosa è scritto?

Ve lo immaginate il pastore che spinge? Spinge vuol dire che proprio le prende una ad una e da dietro, con le mani nel sederone delle pecore le invita ad uscire. Se fossero mucche o cavalli magari avrebbe pure una frusta. E magari le insulta pure…

Insomma…le pecore stanno bene dentro al loro recinto e non vogliono uscire. Gesù pastore è costretto a spingerle fuori, convincerle, mostrare loro la strada, a sudare per questo, perché lo seguono dove non vogliono andare, in pascoli diversi ecc.

Ha senso per noi? lo sentiamo un po’ quel modo di sdegno e chiusura?  Quanto bene stiamo nel nostro modo di ragionare, credere, appartenere alla parrocchia… tanto. Nelle abitudini nelle mentalità, in un cristianesimo diluito e tiepido… fatto di cose da fare bene e col senso devoto del dovere.

Noi preti, che prima di collaborare, fidarci davvero dei laici o rinunciare al potere facciamo fatica, le comunità in cui siamo tutti d’accordo che è cambiato il mondo ma non ci togliere le nostre abitudini, Papa Francesco pace all’anima era uno di noi tanto bravo e ci manca…ma non ci interessa quello che ha scritto sulle parrocchie e sul vangelo nel mondo, la diocesi propone, il vescovo scrive, la chiesa italiana ragiona e riflette ma noi poi sul territorio preferiamo fare quel che ci pare, non abbiamo tempo.

E Gesù ci spinge a uscire. Dai recinti comodi delle cose da fare che ci tranquillizzano, ci appagano, ci mettono a posto la coscienza cattolica del precetto. E Lui spinge, oltre… fuori, al largo…gettare le reti, avete inteso che fu detto ma io vi dico, andate in tutto il mondo e annunciate il vangelo… e potremmo continuare…penso al film dell’altra sera Gloria, in cui la chiesa rifiuta una musica diversa e tutti si scandalizzano, penso a tante nostre riunioni in cui non vogliamo mai metterci in discussione, alle nuove frontiere a cui oggi stiamo cercando di rispondere anche solo ragionando in modo alternativo. Gesù ci spinge, ci chiama per nome, cioè vuol aver bisogno proprio di noi, non ha alternative, e ci chiede di ascoltare la sua voce, la sua Parola.

Penso a quando dirà di non essere venuto a portare la pace ma il fuoco e quanto sperava fosse già acceso e che questo avrebbe messo contro i membri della stessa famiglia.. o quando dirà che lo Spirito soffia dove vuole, non solo dentro al recinto…

In questo tempo così complesso chiediamo spesso la pace noi cristiani, ma il rischio è innanzitutto quello di voler essere lasciati in pace…

Quante nostre iniziative partono dall’ascolto della Parola di Dio? e  quanto permettiamo alla liturgia che celebriamo ogni giorno, tutte le domeniche di educarci, di farci celebrare cioè fare esperienza della sua salvezza ? basta vedere in questi giorni, 4 messe di prima comunione, ho dato alcune indicazioni su come accostarsi al sacramento… macché, ognuno deve dimostrarsi più devoto e più bravo o più indegno e via cosi.

Non vogliamo spesso ascoltare né lasciarci educare, stiamo bene nel recinto caldo e asfittico, intimistico delle 4 cose che ci fanno sentire a posto. Ma non si passa, non si risorge, non si fa Pasqua. Chiediamo almeno al Signore che non si stanchi di spingerci con la sua voce, ad uscire dalle zone di confort in noi o attorno a noi, ci si possa porre in ascolto, della sua parola, della liturgia, …o al limite che non inizi a prenderci a cinghiate. ( come al tempio)