“In ostaggio dell’ abusivo che è in te..” – Omelia Battesimo del Signore 2016 – C

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Se l’epifania segna la fine di tutte le feste che “porta via”,  quella del Battesimo di oggi è invece un inizio. A cosa serve ricordare il battesimo di Gesù? Passiamo bruscamente dalla culla del presepio al ritrovarlo adulto al fiume Giordano, dopo aver lavorato nella falegnameria paterna per 30 misteriosi anni: inizia il suo ministero pubblico, quei 3 anni scarsi con i quali ha messo a soqquadro il mondo. Ha cominciato cioè a fare quello per cui “era venuto ad abitare in mezzo a noi”. Come inizia? Dopo 30 anni in ascolto si è messo in fila con gli ultimi, coi peccatori, facendosi bisognoso tra i bisognosi. E ha iniziato ad annunciare il vangelo, la buona notizia, la salvezza per tutti, un Dio Padre da vivere!
Questo allora può essere un inizio anche per noi, che abbiamo celebrato questo Natale e che ora guardiamo avanti chiedendoci spero.. che fare? Come portare nella nostra vita quotidiana quanto vissuto? Io direi proprio partendo dal nostro battesimo. Come ha fatto Gesù, che si è messo assieme agli altri. Ciascuno di noi è già battezzato, ma oggi ci viene richiamata la necessità di essere battezzati assieme.. i Noi ci riconosciamo qui tutte le domeniche in forza del nostro battesimo, non per venirci a prendere quel che ci serve. Riconoscersi battezzati significa, per fede, ammettere che siamo una comunità di salvati: e questo grazie al battesimo ricevuto. Salvati? E’ venuto per salvarci, il nostro salvatore, diciamo spesso.. cfr. l’epifania. Da cosa? Da chi? Comunità di salvati, di persone che hanno vissuto nella propria esperienza di fede un minimo di salvezza.. guardiamoci attorno e riflettiamo!! Anche tu, anche tu…
Lasciamoci provocare dal vangelo: Il popolo era in attesa.. e noi? Quanto ci siamo detti e raccomandati in Avvento non venga meno; guai se non attendiamo, cioè non speriamo. Se non tendiamo sempre verso qualcosa: cosa? Ad esempio la qualità delle nostre vite. E la qualità si ottiene togliendo, purificando, vivendo la salvezza da realtà che ci abitano ma che sono abusive! Ripeto.. esempio la rabbia, in noi, il senso di indegnità, in noi, sono abusivi.
L’incapacità di perdonare, di accogliere, sono abusivi; non c’entrano nulla con noi! Sbocciano nel nostro cuore, è vero.. siamo peccatori ma il battesimo ci ha salvati da questo peccato: “liberaci da tutti i mali concedi la pace ai nostri giorni e con l’aiuto della tua misericordia vivremo sempre LIBERI DAL PECCATO”; lo diciamo da anni ma che significa? Rancore, ansia da prestazione, abitudine, sospetto, volermi salvare da solo, fare tante cose per Dio e la parrocchia.. è abusivo, per quanto tempo ancora le lasceremo stare? Lasceremo che tolgano risorse, forze e serenità ai nostri cuori. Quel che è abusivo va espulso: lasciandoci accogliere dalla misericordia del Signore, con la confessione e una preghiera seria, nel confronto con un sacerdote, con pazienza e umiltà, con voglia di vita diversa e salvezza. La nostra vita va riscattata, siamo troppo spesso in ostaggio di un sentimento, di una ferita, di un fatto passato o un lutto, di un’emozione che ci corrode.. basta!
Certe cose in noi è ora che vengano buttate via: sono abusive, sembrano ben radicate, inevitabili paiono proteggerci come una casa.. ma sono abusive, come parassiti si nutrono del meglio di noi e ci lasciano più spenti o arrabbiati, delusi o tristi. Zecche!
Ricordiamo quando prima di accostarci alla comunione diciamo: “ma dì soltanto una parola ed io sarò salvato.” Salvato????
DOVE?
Qui, assieme come comunità, guardandoci gli uni gli altri come bisognosi di salvezza e perdono, fragili, vulnerabili, orgogliosi, vanitosi, concorrenti. Sentendo che siamo tutti sulla stessa barca, quella della misericordia e del perdono che Cristo offre a ciascuno di noi. Che nessuno è migliore di nessuno, ma tutti in modo diverso abbiamo bisogno di essere accolti per quello che siamo dallo sguardo d’amore di Dio Padre! Salvezza è allora luce, conforto, speranza, coraggio. E passa per questo sguardo reciproco dandoci la pace di Cristo, chiedendoci perdono, cercando quel che unisce e fa collaborare, scegliendo il noi e non l’io. Tutte le liturgie e le celebrazioni della messa sono sempre un “noi!”
COME?
Non per opere giuste da noi compiute ma per la Sua misericordia: Non ci si salva da soli, con le nostre buone opere, i presunti meriti o le tante cose che facciamo per la parrocchia o per gli altri.
Ma perché sorpresi e addomesticati dalla Sua misericordia. Riusciremo a guardarci come comunità così?  Sia almeno il nostro desiderio, uscendo da questa celebrazione.
Come Gesù si mise in mezzo ai peccatori nel Giordano, così le nostre sante messe lo riconoscano realmente presente tra noi, a fianco della nostra vita pronti ad attingere alla salvezza che ci offre, come comunità riunita di peccatori, è pur vero, ma continuamente salvati nel suo nome.

 

“Due giorni e mezzo chiusi qui dentro???” – Omelia Epifania 2016 – C

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Due giorni e mezzo: in questo 2016 staremo qui dentro almeno due giorni e mezzo. E senza bere ne mangiare. Tenendo conto che una messa tra arrivo e chiacchiere finali dura minimo un’ora.. per 52 settimane, 52 domeniche più Natale, Epifania, Pasqua, Ceneri, Santi e Madonne.. fanno almeno 60 ore che diviso 24 fa esattamente due giorni e mezzo. A pensarci bene viene almeno da rifletterci. 60 richieste di perdono, 60 omelie, 60 scambi della pace. Saranno una cosa da fare o un dono? So che saranno una grande opportunità, per tutti e per ciascuno. Perché la nostra fede va vissuta assieme e cresce, verifica e si rinforza sempre e solo in una precisa comunità cristiana stabile, concreta e reale.
Dico questo a partire da questo solenne annuncio del giorno di Pasqua che la liturgia ci offre ad ogni Epifania.
Mi pare interessante. Non è l’elenco degli appuntamenti a cui essere presenti, non servirebbe. Riascoltiamolo assieme.
Innanzitutto oggi per noi, l’Epifania “tutte le feste porta via” e quindi segna, ahi noi, il ritorno alla vita ordinaria, riapertura delle scuole, fine delle vacanze, la ripresa definitiva del tempo ordinario. E quindi siamo proiettati in avanti.. scrutiamo l’orizzonte temporale davanti a noi. E ci viene indicato il giorno di Pasqua. Ci viene detto che “nei ritmi e delle vicende del tempo”. Bellissimo. In quei ritmi forsennati di vita e lavoro di cui sempre ci lamentiamo perché “sempre de corsa” e “non abbiamo tempo”, nelle vicende, belle o brutte, dure o gioiose,  noi.. non verremo a messa, ma “viviamo i misteri della salvezza”. 60 ore qui dentro insomma avranno a che fare in modo anche misterioso con la nostra salvezza. Con la qualità delle nostre esistenze. Ci sarà qualcosa da cui salvarci e qualcuno che ci salva. Che facce avremo uscendo dalla chiesa? Da salvati o.. da salvare???
Poi va nello specifico spiegandoci che il centro di tutto è la Pasqua. E qui le cose si fanno interessanti perché se c’è una cosa a cui fatichiamo a credere come cristiani è proprio la risurrezione, la vita eterna (di qualità diversa) già qui ora e poi, dopo la morte, continuando in paradiso. “Siamo nati e non moriremo mai più” direbbe Chiara Corbello Petrillo.
Se dimentichiamo la risurrezione la nostra vita qui è già  spenta e rischiamo di agitarci per tante cose ma dimenticando l’essenziale. Si ridurrà così la nostra religione ad un’etica di valori, ad una morale di comportamenti da schiavi, ad un volontariato sociale, a semplice aggregazione qualunque.
Per spiegarci meglio la cosa poi l’annuncio ci ricorda che per noi cristiani ogni domenica è Pasqua. “Celebrando il memoriale della morte e risurrezione del tuo figlio ti offriamo padre..”. (diciamo sempre a messa). Domenica come Pasqua della settimana. Un ordine e un fine nuovo con cui vivere il nostro tempo, quei ritmi e quelle vicende. Ogni domenica è Pasqua. E’ un evento. La chiesa, cioè la comunità cristiana celebra ogni domenica questo evento in cui Cristo ha vinto il peccato e la morte. Lo rivive, lo celebra. Non uno spettacolo. La nostra settimana normale va verso una pasqua di risurrezione.. ogni settimana, ogni domenica.
“Beati gli invitati alla cena del Signore: ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato dal mondo.” (diciamo sempre a messa). Il peccato, il male, ci sono, tra quei ritmi e vicende. Ma Lui ci da la possibilità di affrontarlo e respingerlo. Così le nostre vite migliorano, si liberano, si salvano.
“Ma di soltanto una parola ed io sarò..salvato!” (ripetiamo da anni)
L’annuncio insiste: “anche nelle altre feste la chiesa pellegrina sulla terra proclama la pasqua del suo Signore.”
Tutto insomma ci parla di questa pasqua domenicale. Ci annuncia che siamo chiamati a vivere da risorti questo anno; allora questi due giorni e mezzo che trascorreremo assieme assumono un senso ed un significato diverso.
Nel vangelo i capi dei sacerdoti e gli scribi, cioè le persone devote, pie, molto praticanti e credenti… sanno rispondere alla perfezione ad Erode, citano a memoria le pagine della scrittura.. ma non si muovono, non cercano. Dicono parole vuote. Restano chiusi al caldo, nel loro palazzo. Un rischio anche nostro!?
Speriamo di no. La Parola ci indica i magi. In questi due giorni e mezzo di 2016, cerchiamo come loro, la luce, seguendo la stella: le stelle da sempre danno orientamento, direzione e prevedono il futuro.. quella stella è Cristo, stella che ci orienta e guida: ci faccia essere come i magi, mettere in cammino, per guidare le nostre conversioni, guarire le nostre tiepidezze, accogliere le nostre miserie, condividere quel che siamo per il bene più grande della chiesa. Allora staremo celebrando la nostra Pasqua personale, di settimana in settimana; usciremo da queste messe da salvati, 60 volte più uniti, 60 volte speriamo più felici.

 

“Mattarella e Bergoglio: cristiani o umani?” – Omelia IIa dopo Natale 2016 – C

 

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Tra un resoconto, una classifica e una previsione questo è sempre il periodo dei discorsi: alla fine o all’inizio di un anno sappiamo che qualcuno dovrà dire qualcosa. Tra vari fiumi di parole alcuni si distinguono per autorevolezza e profezia: sintonia di priorità, stile, temi e anche di parole. Non può passare inosservata l’assonanza tra le parole del Papa e del Capo dello Stato a fine e inizio anno. Le priorità, anzitutto: nel messaggio augurale di Mattarella e in quello di Bergoglio per la Giornata della pace, così come nell’omelia e nell’Angelus di ieri, e ancora nelle parole giunte ieri in Vaticano dal Quirinale, si coglie l’attenzione che per entrambi va anzitutto a chi si trova nella situazione di bisogno e di vulnerabilità, le vittime di quelle che – dagli effetti perversi della crisi sull’occupazione al dramma delle migrazioni – il Papa definisce come le «molteplici forme di ingiustizia e di violenza che feriscono quotidianamente l’umanità», effetti della «sopraffazione dell’uomo sull’uomo». Espressioni in piena continuità con quelle che Mattarella ha pronunciato nella serata del 31 parlando agli italiani di «diseguaglianze» che «rendono più fragile l’economia» e di «discriminazioni» che «aumentano le sofferenze di chi è in difficoltà».  Se poi riprende un tema caro al Papa denunciando le «speculazioni» e lo «sfruttamento incontrollato delle risorse naturali», è sull’immigrazione che i toni si fanno pienamente concordi. Si tocca insomma con mano la sintonia di preoccupazioni, che si fa palese nell’uso della stessa parola – «indifferenza» – scelta come asse del messaggio pontificio per la Giornata della pace e come desolato giudizio dal presidente quando nota che ormai ad esempio, dopo le iniziali ondate emotive le ripetute tragedie dell’emigrazione stiano passando sotto silenzio. Indifferenza: è girarsi dall’altra parte, far finta di niente, pensare che non mi riguardi, tanto io sto bene lo stesso, ci pensino altri. E’ un atteggiamento disumano ed infantile. Perché ti fa anche giustificare e sentire dalla parte giusta. Si generalizza, si parla per sentito dire, si accusano i politici, Roma e il Vaticano senza sapere ne conoscere, si chiacchiera come al bar. Papa Francesco che oltre ad essere simpatico ha le idee molto chiare intitola il suo messaggio del 1 gennaio “Vinci l’indifferenza e conquista la pace”. Vincila, perché è una tentazione, una scusa, un alibi.. vincila perché il cristiano mai è stato indifferente. Mai Gesù si è girato dall’altra parte. Conquista la pace: conquista significa che non è facile ma è un percorso, una lotta, un desiderio forte.  La sintonia tra le parole di Mattarella e di Bergoglio dicono secondo me una cosa a cui non siamo abituati a pensare. Che cioè essere cristiani significa essere pienamente umani. Il convegno della Chiesa a Firenze, questo autunno aveva a tema la figura di Gesù Cristo come via per un nuovo umanesimo. Noi cristiani siamo cioè invitati a guardare a Gesù, nato per noi, per scoprire chi siano l’uomo e la donna pienamente realizzati, umani fino in fondo.
Dio si è fatto come noi per farci come Lui:eterni, di buona qualità!
Essere cristiani non è fare delle cose cristiane sopra, in più rispetto al nostro essere umani o cittadini. Ma quando io sono umano sto vivendo la mia fede cristiana. Mt 25, il giudizio universale, fa dire a Gesù che saremo giudicati sull’amore, non sulle devozioni religiose. E Paolo agli Efesini, nella 2a lettura, ricorda che siamo stati creati per “essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità”. Questo non significa un generico e natalizio “vogliamo bene, siamo tutti buoni”, ma coltivare nel cuore quell’amore che vince indifferenze, disuguaglianze e sa farsi concreto nel qui e ora della vita di ciascuno. Nella coscienza del singolo e nella coscienza di una singola comunità parrocchiale o della nostra collaborazione. Conquista della pace con uno spirito critico maturo, informato, in ascolto della complessità delle situazioni, con le armi della giustizia, dell’impegno civile, della cittadinanza attiva, della legalità, del rispetto di leggi e di tutto quello che rende più umano e condiviso il bene comune. Cristiani o meno, siamo chiamati a misurarci su questo. Papa Paolo VI un giorno ebbe a dire che una delle forme più alta di carità per un cristiano era proprio la politica. E qui allora comprendiamo meglio l’assonanza tra le parole di Mattarella e Bergoglio. Stanno solo parlando (da prospettive diverse) dell’unico valore che è la persona, l’umanità. Di un cristianesimo non da sagrestia, ma da piazza, quotidiano, incarnato nella vita di ciascuno, nel luogo di lavoro e tra la gente, con spirito critico e coscienza di sé, del creato, delle atrocità immorali presenti e dei giochi di poteri schifosi, di scandali e meschinità che l’uomo dal cuore piccolo e atrofizzato continua a perpetrare indifferente a tutto tranne che al potere e al guadagno. A volte mi domando: ma chi viene nelle nostre parrocchie, partecipa alle attività proposte, viene in chiesa per la prima volta.. si trasferisce da noi.. trova un ambiente umano? O ha la sensazione di essere in un circo, a teatro o in un’azienda? chi ci incontra, si sente accolto da persone più umane?
Dopo che abbiamo frequentato la parrocchia e i sacramenti.. siamo più umani o solo devoti? Cristo è venuto per qualificare la nostra umanità non per renderci devoti.
Sono fiero di essere cristiano perché ho voglia di essere umano, umano tutto intero.. col sogno di una umanità diversa, comune e condivisa. E sento che non potrei che essere così. Il regno di Dio, che invocheremo nel PN, comincia e finisce solo e sempre da qui. Che il Signore illumini ciascuno di noi sulle connivenze con le tante nostre indifferenze; ci conceda coraggio e forza per conquistare nei nostri cuori e con le nostre vite la sua pace.
Solo così le nostre vite non saranno discorsi vuoti e raccomandazioni generiche ma parole vere, di qualità, come quel verbo che dal principio ha reso eterno quel Cristo per noi.