“Tra Dylan e De Andrè facciamo Giustizia..” – Omelia XXIXa T.O. – C

coraggiodiribellarsi

Anche se ha vinto il Nobel, io a Dylan preferisco sempre De Andrè: Il Ladrone Tito, nella canzone del suo testamento, rimprovera a Gesù di aver creduto e pregato invano.. di cosa parla questo vangelo? Della preghiera? Non proprio.. la frase iniziale è un po’ fuorviante, forse ci confonde. Rischia di darne un’idea riduttiva: un chiedere continuo, insistente che a poco a poco esausto si spenga deludendo il fedele.  Un elenco di promemoria o di prestazioni da domandare. Una cosa da fare. E’ l’esperienza di molte persone che dicono di aver pregato invano perchè Dio alla fine non ha fatto nulla. O di pregare tanto.. senza sapere nemmeno perchè. Non chi dice Signore, Signore.. Gesù stesso, lo sappiamo, ci dirà di chiedere, bussare, cercare con fede ma anche di ricordare che il Padre sa già di cosa abbiamo bisogno. Allora cosa significa pregare? Come e perchè farlo? La preghiera è molto più di un chiedere adolescenziale. 
E’ un dialogo, una confidenza da vivere, un ascolto a cui sintonizzarsi. E’ il modo nel quale viviamo la nostra fede nel Padre e restiamo alla sua presenza. E’ la wifi, sempre e ovunque, gratis con Dio. E mentre siamo con Lui viviamo tutte le dimensioni della relazione, tra cui anche il chiedere.. oltre al ringraziare, invocare misericordia, benedire, lodare, condividere, intercedere. Allora qui le cose si fanno interessanti.. siamo presenti a noi stessi nella nostra coscienza e nel cuore. Cfr. la serata presentazione Evo, c’erano almeno 60 persone della nostra collaborazione, fantastico! 
La preghiera allora non è una cosa da fare ma abituarsi e sentire Dio in noi e cercare di guardare alla realtà di conseguenza. Come la guarda Lui. E’ uno stile di vita.. in particolare di fronte ai casi limite, in questa pagina, cioè quello delle ingiustizie. In realtà tutte le letture di oggi parlano di giustizia. Solo il vangelo la cita 4 volte. La vedova vuole giustizia. E non demorde. Non sta pregando Dio in chiesa, ma il giudice. Sta alzando la testa.
Gesù ci dice questa parabola perchè di fronte alle ingiustizie non ci stanchiamo. E quindi perdiamo la fede o la ragione, reagendo in modo disumano. Scegliendo magari rancore, vendetta, violenza.. chiudendo il cuore. Ma neppure subendo passivamente e mandando giù bocconi amari per tutta la vita. Dice che le ingiustizie esistono da sempre, sono patologiche nella realtà umana. Ma noi cristiani come le viviamo?
Un biblista sottolinea che una traduzione potrebbe essere di pregare per non incattivirsi di fronte alle ingiustizie. Affascina.
La preghiera è vivere alla presenza di Dio soprattutto li di fronte alle ingiustizie. Vivere da cristiani non significa tacere, mandare giù, basta con lo stupido buonismo ipocrita da sacrestia.. magari citando anche il “porgi l’altra guancia”; il cristiano non è ne stupido ne ingenuo. E nemmeno reagire di pancia o in modo istintivo. Oggi siamo tremendamente esposti alle ingiustizie: davanti ad un tg o alle notizie dai giornali: disonestà, soprusi, corruzione, complotti, truffe, furberie, scandali, frodi.. ci travolgono lasciandoci nauseati, impotenti, disorientati. Le cogliamo magari al lavoro, in parrocchia, in casa, tra la gente.
Chi non ha il coraggio di ribellarsi non ha il diritto di lamentarsi
leggo su un muro e lo condivido. Mi domando quando sia l’ultima volta in cui io mi sia indignato e l’abbia almeno comunicato. Abbia detto: “Non sono d’accordo, non ti è utile, non è giusto, non è vero”. Fare verità nella carità. Mai come oggi siamo chiamati ad essere i primi testimoni della giustizia: che significa della legalità, della trasparenza, dell’onestà nelle piccole grandi cose. La vedova costruisce giustizia scegliendo la verità con determinazione. Non si arrende, non si piega, ma va fino in fondo. Ci aiuti il Signore a coltivare lo spirito critico e la capacità qui e ora di saperci indignare. Pensiamo alla seconda lettura: tutta la scrittura ispirata da Dio, è utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia, perchè l’uomo di Dio, il cristiano, sia completo e ben preparato ad ogni opera buona”. Bellissimo.. la nostra preghiera, cominci da qui. Allora davvero, come De Andrè, non avremo creduto invano.

 

XXIXa Domenica T.O. – C

(Tempo di lettura previsto: 3 minuti)

“Prima pensavo che la preghiera cambiasse le cose; ora ho capito che la preghiera cambia noi e noi cambiamo le cose.” (Santa MadreTeresa)

12102016

 

In Ascolto del Vangelo secondo San Luca 18, 1-8
Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”». E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».
Oddio.. se dalle spalle dei discepoli si fosse alzata timidamente una mano, mentre un colpo di tosse diplomatico attirava la Sua attenzione come per dire.. ”Arèo, scusa, capo.. ehi, mister..” e di spalla si fosse fatto posto chiedendo permesso tra Pietro e Giovanni.. avesse guadagnato il centro della scena dicendo tipo.. oddio, mister, Gesùbbello.. io sono stanco di aspettare.. ad oggi Dio non mi sta facendo nessuna giustizia, sarò anche un suo eletto ma ho smesso di gridare giorno e notte..
come la mettiamo? E mica te la puoi cavare dando la colpa alla “terra” dove non trovi più fede; perché 2000 anni fa o adesso, cosa vuoi.. camminiamo sui carboni ardenti parlando di giustizia e attesa, pensando alle cronache locali o internazionali, o interiori e famigliari, o sociali e pastorali.
Ognuno di noi, credo e spero, arriverà al Suo cospetto con un 2-3 post it con qualche domandina da appendergli in fronte.. come facciamo nelle zuccherose attività esistenziali coi “giovani”..
Ma ad ogni modo.. rallenterei volentieri sull’invito a pregare. Non c’è scritto “chiedere”: siamo intossicati da una idea di preghiera come domanda, richiesta, necessità, elenco, conto..
Di un Dio a cui insegnare il mestiere o da trattare come un distributore di bevande..
La preghiera è dialogo, relazione, scambio. Stare in ascolto e balbettare scelte e atteggiamenti fiduciali che dicano “mi fido”.
Pregare sempre è avere sempre in mente e nel cuore che Lui è al mio fianco, sempre reperibile, posso a poco a poco imparare a guardare la realtà come la guarda Lui.
Fede e preghiera secondo me si incrociano qui. Non prego per cambiare Lui ma per comprendere un nuovo modo di guardare la realtà. Che resta quel che è.. dura o bella, romantica o letamica, profonda o superficiale. Io non posso cambiare la realtà. Al limite sarà essa a mutare in me lo sguardo.. e farlo divino, come Lui mi offre la possibilità di fare.
Vedere fratelli e sorelle e non gente, opportunità e non rotture, occasioni invece di imprevisti, vedere creato e non natura, vedere ingiustizie e non furberie, bellezza e non noia, passione e non semplice entusiasmo, servizio e non egoismo, fedeltà e non stupidità, determinazione e non ingenuità, qualità e non quantità, purezza e non rigidità, libertà e non vagabondaggio, autenticità e non massificazione..
quindi io prego, poco.. solo per cambiare me stesso e chiedere a Gesùbbbello di portare tanta pazienza.
Amen

XXVIIIa Domenica T.O. – C

(Tempo di lettura previsto: 5 minuti)

 

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In Ascolto del Vangelo secondo San Luca 17, 11-19
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».
Dieci dal punto di vista simbolico è la pienezza: quindi significa tutti. Anche noi. Un messaggio o meglio un monito universale che si espande nello spazio-tempo. Tutti siamo in qualche modo lebbrosi, cioè peccatori. A quel tempo la lebbra era considerata un giusto castigo di Dio per punire una persona profondamente peccatrice.
Quindi Luca ci mette in guardia dal sentirci a posto. Tra i dieci poi c’è un samaritano, la peggior categoria di persone del tempo e gli altri nove evidentemente sono giudei.
Quasi a dire.. il mondo non è diviso tra buoni e cattivi.. tra credenti e non credenti, tra bravi e devoti e lazzaroni. Tutti..
Una cosa bella è che vanno assieme, solidali nel male ma non a chiedere guarigione.. ma solo compassione.
Chiedono compassione.. bellissimo. Il lebbroso era rifiutato, allontanato, marginalizzato, escluso.
Quando mi son sentito lebbroso in vita mia? La lebbra è una terribile malattia che corrode e mangia la carne, cioè la vita.
Forse anche in noi c’è qualche lebbra che ci consuma.. un viziaccio, una immagine di noi da cui non sappiamo più uscire, una connivenza col male, un doppiofondo, un rancore che ci gestisce, l’incapacità a perdonare o perdonarci, una paura e un’ansia quindi folli che ci bloccano..
Abbiamo bisogno di compassione.. di chiederla e riprendere il cammino.. la luce tornerà. La tua fede, non Gesù.. ti ha salvato.