Santissimo Corpo e Sangue di Cristo – C

(Tempo di lettura previsto: 6 minuti)

08-11-15 EMPOLI-JUVENTUS CAMPIONATO SERIE A TIM 2015-16 ESULTA 1-3 DYBALA PAULO

In Ascolto del Vangelo secondo San Luca 9, 11-17
In quel tempo Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.
Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.
Alcuni dettagli..
Gesù annuncia il Regno di Dio: forse tema sconosciuto quasi quanto lo Spirito Santo; amo pensarlo come il mondo come Dio lo ha sognato e ce lo ha affidato. Ecco il Regno di Dio, quello che diciamo sempre che “venga”. Venga il mondo come tu lo hai sognato, dove le persone vivono come te, col tuo stile.  Il regno di Dio è questione di stile, giustizia e misericordia: prima che di preghiere, devozioni, processioni, attività e cose varie.
Guardarsi attorno e costruirlo, intuirlo, frequentarlo, gustarlo. Gesù parla di questo. Noi di cosa parliamo? Per cosa ci danniamo in parrocchia?
Per quale motivo ci scorniamo, dividiamo, erigiamo a giudici e spendiamo soldi, tempo e risorse? E poi?
Le persone che continuano a lamentarsi che oggi non ci son più valori, che siamo nella crisi, che il mondo è brutto e luoghi comuni vari.. che si stava meglio quando si stava peggio e non c’è futuro..
Forse hanno bisogno di sentirsi annunciare che c’è un regno già qui, ma non ancora completo.. che aspetta anche noi. Risvegliarlo.
Da  quella croce non da un trono, con le spine e l’asciugapiedi, non con la corona, con le mani forate dai chiodi, non con lo scettro.
Alzò gli occhi al cielo: non ha detto abracadabra, non ha detto “faccio io”; in quello sguardo c’è tutto il suo cercare il Padre e ricordargli che lo farà nel Suo nome, per fargli pubblicità, col Suo aiuto, non perché è bravo.
E’ il gesto della consacrazione, dell’affidamento, forse anche a volte dell’imprecazione o della perdita della pazienza.. guardi in alto, sbuffando magari,  perché non puoi che affidarti a chi sta sopra, diciamo..
Dodici ceste: esaggggerato; Gesù fa sempre lo “sborone”. Dodici o due non importa; la Bibbia è sempre meravigliosa quando cerca di descrivere l’abbondanza tracimante di bene, bontà, misericordia, pane o pesce.. il messaggio è basilare: ne vale la pena, centuplo, non resterai deluso, nessuna meschinità; Dio non guarda l’orologio, non conta quanti siamo per ordinare le pizze, non tiene conto dei bisogni, ma va sempre oltre.
Abbondanza, totalità, pienezza. Ecco lo stile di Dio, che non ha potuto impedire a Suo figlio Gesù di risparmiarsi, ma gli aveva dato e detto il Suo compiacimento mentre era in fila coi peccatori per farsi battezzare.
Se la tua vita fosse come quei 5 pani e 2 pesci, ti sembrasse poco, insignificante, spenta e atrofizzata.. fai come nel Vangelo: offrila.
Dai te stesso da mangiare. Fatti scannare dal bisogno di attenzioni, affetto, senso, unicità, amore, premura di chi è al tuo fianco.
Il tuo poco diventi cibo. Abbiamo bisogno di quel che già siamo.

Solennità della Santissima Trinità – C

(Tempo di lettura previsto: 3 minuti)

 

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In Ascolto del Vangelo secondo San Giovanni 16,12-15
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.”
Se avete notato, nel vangelo non si parla di Trinità; non certo per sbadataggine, ma perché il concetto della Trinità è incluso nella nostra fede ma la sua “formalizzazione” non è certo avvenuta nel vangelo, da Gesù; ovviamente da Lui la desumiamo. MI piace notare comunque che i versetti di Giovanni che accogliamo ci ricordano che non possiamo sapere o comprendere tutto; serve fiducia. Affidamento in una promessa, vivendo la differenza e l’irraggiungibile come parte di un mistero che non ci offende ne umilia, ma che resta più avanti e oltre il nostro sguardo.
San Patrizio la raccontava come un trifoglio: 3 in 1. Padre, Figlio e Spirito Santo.. una sorta di famiglia che ci abbraccia. Lo Spirito come l’amore che lega il Padre al Figlio.
Mistero da contemplare con “semplicità”: qualche goccia fa la definivo un abbraccio accogliente e circolare in cui trovare posto. Lasciarsi andare.
Niente da fare, capire, convertire.. forse solo fidarsi di ciò. Non ci diciamo sempre riuniti nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo? E mentre lo facciamo non disegniamo una croce sul nostro corpo? Che sembra un abbraccio?
C’è una verità piena e definitiva a cui saremo introdotti. Ci sono delle “cose future” che ci verranno annunciate. Serve pazienza. Ma Dio non gioca a nascondino.. non cela la verità per sentirsi superiore.. forse non siamo semplicemente in grado di trattenerla. O forse è solo una grande e definitiva sorpresa infinita.

 

Domenica di Pentecoste – C

(Tempo di lettura previsto: 4 minuti)

 

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In Ascolto del Vangelo secondo San Giovanni 14,15-16.23-26
Se mi amate, osserverete i miei comandamenti;
e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre.
Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.
Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi.
Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome,
lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. 
Per non so quale “disguido” liturgico, oggi riceviamo quasi gli stessi versetti di Giovanni di pochi giorni fa, quelli del camper, per capirsi.
Non ci spaventiamo. Non è un’errore ma solo una coincidenza. Trasformiamola in opportunità di riassaporarla e ruminarla ancora un po’.
 
” La parola di Dio e il cuore dell’uomo sono, l’una nell’altro, a casa propria. Più la Parola risuona, più il cuore resta sveglio. E più il cuore è vigile e attento all’ascolto della Parola, più profondamente penetra nel mistero dello Spirito. Il cuore è sempre più nutrito dalla parola di Dio. Più si fortifica così, più la Parola di Dio diventa chiara, più si fa limpida e svela i suoi tesori a colui che l’ascolta.
Questo confronto interiore tra la Parola e il cuore è chiamata meditatio nei testi antichi. Non pensiamo alla meditazione-riflessione nel senso razionale del termine, ma al suo significato primitivo che evoca la continua ripetizione, il paziente ruminare. Cassiano lo chiama volutario cordis , il cullamento del cuore, simile al rullio di una nave, dondolata dall’onda dello Spirito. Così il cuore culla in sé la Parola di Dio per appropriarsene lentamente. Nel medioevo si designava ciò con un’immagine sorprendente ma molto suggestiva: ruminari, “rimasticare” la Parola. Viene da pensare al pacifico e interminabile ruminare delle mucche che cullano il loro sogno all’ombra di un albero.
L’immagine è un po’ triviale, ma eloquente. Evoca il riposo, la quiete, una totale concentrazione, una paziente assimilazione.
Eccoci a un momento molto importante, che prelude direttamente alla preghiera. Infatti la Parola che giro e rigiro nel mio cuore non è una parola umana, morta e sbiadita . È la Parola stessa di Dio: un seme della vita, dunque, che può mettere radici e germinare; un carbone ardente che purifica e riscalda; una scintilla che basta per accedere il fuoco nel cuore come fosse un mucchio di fieno secco.”
 
P. Andrè Louf
Lasciamoci dimorare.. invadere.