No, l’importante non è seminare, dai! Omelia XVa to’26

Eh, vabbè dai,… l’importante è seminare. 

Quante riunioni, attività o iniziative, concluse da chi, a un certo punto, diceva con un sospiro, questa frase: l’importante è seminare. E ci si metteva tutti più o meno il cuore in pace. Più o meno perché si coglieva comunque la sensazione amara del “ci abbiamo provato”. E a poco serviva citare a spanne questo vangelo del seminatore, di fronte ad una mal celata rassegnazione, con un un misto di speranza e frustrazione, impotenza e ottimismo, bilanci incerti, scetticismo, tanta buona volontà e un poco convinto “non ne parliamo più”. Pareva come di giustificarsi o mettersi a posto la coscienza e poi…. tutto come prima, a posto dai, avanti così!

   In effetti, ad essere onesti, questo era solo il finale. Nessuno, lo sappiamo bene, nessuno di noi si mette ad organizzare qualcosa perché “l’importante è seminare”, ma perché entusiasmo, passione, dedizione e zelo ci spingono a darci da fare. Ma poi…

Poi è difficile farsi le domande giuste: perché abbiamo seminato? Che ci stava a cuore? E cosa abbiamo seminato? (idee o abitudini, bisogni nostri o dei destinatari, attività o sicurezze? E come lo abbiamo fatto? Facendo le cose che “abbiamo sempre fatto così” e onestamente sappiamo e vogliamo fare… solo così?

Chi ci ha visto cosa avrebbe dovuto cogliere in noi…seminatori?

   In questo tempo nuovo e inedito di vita cristiana credo sia doveroso riflettere assieme e sperimentarsi come comunità. 

E forse anche, lo dico piano, cambiare prospettiva. Lo si fa riprendendo il vangelo e riconoscendo che in realtà il seminatore è sempre e solo Lui, il Signore della vita. Lo sappiamo certo!!!, eppure poi…decliniamo con troppa leggerezza la famosa frase.

E rischiamo di fare proprio quel che Lui ci anticipa: guardare senza vedere, udire senza ascoltare, ritrovandoci un cuore duro, senza comprendere né convertire né guarire, come dice il vangelo.

   Lui è il seminatore, noi i terreni seminati. E non vale dividere troppo facilmente le persone in terreni…quelli che son così o colà. Ognuno di noi vive fasi diverse, è un terreno diverso in momenti diversi: a volte siamo ricettivi, ci viene facile vivere la fede e sentire il Signore accanto; altre solo emotivi, dopo un’esperienza forte veniamo a messa qualche domenica, preghiamo subito ma poi… la routine ci riconquista e distrae. Altre veniamo travolti da qualche fatto improvviso: lutto, malattia, un dubbio o anche solo dall’ansia e dallo stress…e ci dimentichiamo di essere cristiani, perché la fede nemmeno pensiamo possa sostenerci o illuminarci perché la viviamo solo come un culto di cose da fare. 

Il rischio comune, anche a chi magari si percepisca ricettivo o a posto, è di non comprendere. Veniamo a messa da una vita ma il vangelo continua a non rinnovare mentalità, a non rinvigorire pensieri, a non alimentare le nostre decisioni.

   Allora credo si tratti di riconoscersi seminati, cioè sognati, desiderati, cercati e contemplati dal Padre; raggiunti, stimolati, destinatari di una grazia mediata dalla Parola di Gesù risorto e dai suoi sacramenti nella chiesa. Essere desiderati da Dio è un’esperienza al quale non veniamo introdotti abbastanza ma è il cuore di una rinnovata e liberante vita cristiana, altrimenti si scivola subito sull’essere addestrati a dover compiacere Dio, ma senza averlo incontrato o peggio veniamo addestrati agli espedienti perché Lui si accorga di noi, un continuo dover piacere e non dispiacere a un dio così noioso e banale.

  L’altra sera parlando con una persona ad un certo punto le dico una frase, che reputa bellissima e adatta alla sua situazione, bravo mi dice, grazie, ma io le faccio notare che è una parabola del vangelo e che come può sentire, il vangelo funziona, basta frequentarlo. Essere seminati allora significa solo condividere il raccolto. Riconoscerlo in noi e non trattenerlo. Spesso qualche collega mi chiede di Dio e gli parlo di Gesù e troviamo pace, mi confidava una persona; quella riconciliazione tanto ignorata e vissuta per sfida invece mi ha sbloccato, sento dire al Ceis… venire a parlare regolarmente con un accompagnatore spirituale mi ha fatto cambiare punto di vista sulla religione e ho scoperto la fede… mi conferma qualche altro…L’importante allora non è seminare ma condividere il nostro raccolto.

Sia questo il desiderio con cui vogliamo lasciar seminare da Lui… la nostra vita? No… intanto solo questa nuova settimana…

Scoprirsi e credersi abitati… Omelia XIVa to ’26

L’escatologia, di Ratzinger, L’escatologico cristiano di Moioli, Ripensare la risurrezione di Queiruga, Le cose ultime di Guardini, La vita trasformata di Castellucci e poi i testi di Schmemann e Von Balthasar ecc.  tutti libri intensi, affascinanti, che ho divorato con devozione durante i miei studi e non solo. E poi esco dall’ennesimo funerale, in cui ho cercato di balbettare qualcosa sulla risurrezione e la vita eterna a qualcuno che mi guardava con malcelata e annoiata indifferenza. E mentre sono in piedi vicino al carrofunebre aperto e alla salma, si avvicina una vecchietta, appoggia piano la fronte alla bara e poi sollevandosi, tra le lacrime, sussurra… Arrivederci X, saluta .. e fa qualche nome.      Ecco. Mi ha commosso e mi son chiesto a che servono tanti libri? 

Arrivederci cioè io sarò con te, lassù, la morte non è definitiva, saremo ancora assieme. Saluta tizio e caio, la comunione dei defunti, non moriamo a caso, c’è un posto preparato per noi, non perderemo la nostra identità, la storia e quello che siamo ma ci incontreremo ancora, siamo attesi in Dio e da Lui.

   Non credo la signora avesse letto i libri citati, ma pensando a questo vangelo ecco una persona che si è fatta piccola o meglio che vive la sua fede con naturale piccolezza, come creatura, cioè fidandosi di quello che Dio ci ha offerto, non rinunciando a pensare ma a voler capire tutto, con sufficienza, a valutare prima di fidarsi, a sé stessi e al proprio io..devo, io sono, io io…. a quanti, come dice il vangelo, si riconoscano stanchi e oppressi… il corpo e lo spirito allo sbando…ma accolgono la proposta di alzarsi e venire a Lui e mettersi sotto quel giogo leggero che pare solo un abbraccio che sostiene e accompagna, senza dover nulla spiegare.

  E ci annuncia, questo vangelo, che solo la vita di Gesù ci può rivelare il volto di Dio. Nessuno può fossilizzarsi sulla propria fede, religiosità e idea di Dio, nessuno può usarle per descriversi o giustificarsi…abbiamo sempre bisogno della vita di Gesù e del dono che egli ci fa, (chiediamoglielo!) per farci fare esperienza del Padre. Se non è paterno e misericordioso, non è Dio, e non ce ne dovrebbe fregare nulla di quel che ci hanno già detto, insegnato o pensavamo di avere capito. Il vangelo, buona notizia, è per noi una verità che deve venire prima e dopo le nostre esperienze, gavette, credenze o supponenze. La fede forse inizia così, come quando Gesù in Matteo continua a dire.. “ma io vi dico”. Qui c’è tutta la speranza inedita che per noi può essere solo dono da riconoscere e accogliere. Altrimenti ci sarà sempre altro prima a creare però confusione e soprattutto divisione. Non serve arrivare allo scandalo dello scisma coi lefevbriani (vi ricordo che c’è una frequentatissima comunità di laici e preti a un paio di km da qui) ma anche nelle nostre parrocchie, dove per nostre, lo dico per i più permalosi, non intendo mai esplicitamente fiera o selvana ma il nostro comune tessuto cristiano cattolico… i nostri contesti. Rischiamo di restare divisi tra le nostre cose da fare ma perdere sempre la visione di insieme… rivelare qualcosa del volto di Dio, far fare esperienza di Cristo e della sua risurrezione.

   E cosa ci rivela Gesù di Dio? pensiamo alla lettura di Paolo ai Romani, una cosa meravigliosa: lo Spirito di Dio abita in voi. Lo ripete due volte. Dal giorno del nostro battesimo in noi è presente, è installata una presenza dello spirito di Dio che ci rende figli cioè ci predispone e accompagna a questa esperienza del Padre, ci fa riconoscere che ne avremmo bisogno e diritto, ci guida, è uno Spirito che Dio dà ai nostri corpi e dunque sostiene la nostra volontà umana nel fare scelte, decidere, compiere azioni secondo la sua volontà. Solo così la vita cristiana non sarà sforzarsi di fare cose religiose o compiere il bene ma lasciarsi abitare e attraversare dalla vita dello Spirito che si manifesterà nelle nostre parole e opere, facendoci scegliere quanto ci rende creature, figli, fratelli e sorelle uniti tra di noi e non il resto. Namaste

Un po’ come la vecchietta del funerale, mi ha in qualche modo sintetizzato la visione cristiana davanti alla morte, al di là di tutti i libri che potremmo mai leggere.

Forse  questo divino in noi, potrà donarci davvero quella sensazione come di ristoro, cioè serenità, pace, accoglienza di cui parla Gesù stesso nel vangelo. E che affida alla vita di ciascuno di noi. Chiediamogli con umiltà, di desiderare e accogliere quanto vorrà rivelarci del padre, in modo da poter fare altrettanto gli uni per gli altri. rivelando non parole vuote ma esperienze credibili di vite ristorate dalla fede in Lui.

Rassicurati… Omelia XIIa domenica t.o. ’26 durante Cristo

Non abbiate paura, erano proprio queste le parole potenti con cui Giovanni Paolo 2, il 22 ottobre del 78, iniziava il suo pontificato invitando la chiesa a non temere, anzi ad aprire il cuore a Cristo.

Gesù le ripete 3 volte ai suoi discepoli, spaventati dal confronto con la realtà a cui li invia, non sembra facile, per loro, mettere in pratica quanto chiede. Un po’ come a noi, oggi, no? merce rara..

Sentiamole risuonare allora per prendere sul serio la nostra vita cristiana e non restare solo “de ciesa, religioso e devoto”.

   Tutti abbiamo paura: di fallire, di cambiare, di non contare nulla, di non farcela, di soffrire e veder soffrire chi amiamo e…

è il nostro limite umano e più reale. Ma Cristo ci invita a confidare nella fede in Lui e sentirlo accanto. Vuole rassicurarci sul fatto che la realtà può farci paura, è naturale. Ma Lui risorto è con noi.

La realtà ci spaventa in due modi, in noi e contro di noi: 1-dice che ci sono cose nascoste e segrete in noi che ci angosciano, cioè ci tengono schiavi della paura. Qualcosa di cui ci vergogniamo, che non vogliamo ammettere o riconoscere, qualche vizio o dipendenza, un peccato, qualcosa del nostro passato, di noi, della nostra educazione, che ci fa provare vergogna, colpa, che sentiamo ingiusto e ci fa chiudere, ci consuma rassegnati e fa morire a poco a poco, non vivendo una vita da protagonisti, libera e serena.

  Quante persone che ascolto spesso sono zavorrate dalla paura. E quando chiedo: la fede ti è di qualche aiuto? si cade dalle nuvole come se la nostra umanità non dovesse interessare a Dio o Cristo non potesse essere il nostro salvatore proprio anche dalla paura di essere ciò che meritiamo di essere. Lasciamoci lavare i piedi.

  E poi il vangelo rincara la dose: non c’è solo la paura che non ci fa vivere ma perfino la più grande, 2 quella di morire, di essere perfino uccisi. Qui Gesù provoca alla risurrezione: potrai anche morire, la paura più comune e ancestrale, spesso anche dissimulata, ma non temere. Sembra dire che qualsiasi cosa ci possa accadere qui sulla terra non è definitivo, a maggior ragione se grave o ingiusto: è il caso più estremo perché ci chiede di guardare oltre la vita terrena e confidare in Lui. Sarà solo Dio Padre ad avere l’ultima parola sulla nostra vita terrena. Siamo tutti chiamati a credere che quello che ci spaventa non è definitivo e che il bilancio della nostra esistenza non si chiude qui sulla terra ma prosegue e nella comunione, nell’incontro col padre della misericordia, quando torneremo alla nostra casa in cielo e lo contempleremo faccia a faccia… comprenderemo tutto e meglio. (cfr liturgia patria)

   Gesù allora, in questo vangelo ci rassicura, ecco secondo me il cuore di questa buona notizia oggi. Vuole rassicurarci, come la sua grazia nel sacramento del matrimonio (buona e cattiva sorte, salute e malattia), come nel battesimo, l’unzione per saper stare davanti alla realtà in maniera nuova, forte, scaltra, critica e libera.

(ti fortifichi) E ci rassicura non solo rispetto alle paure ma anche con quelle immagini tanto apparentemente banali quanto suggestive (capelli, passeri…) a dire: guarda che tu vali, io ti ho presente, conosco il tuo cuore. Niente della tua vita mi è estraneo, nulla in te soprattutto quello che temi o di cui ti vergogni, non mi interessa, anzi. Sentiti compreso e avvolto come in un abbraccio di misericordia, pazienza, comprensione e amore. Ecco alcuni ingredienti semplici con cui lavorare nella propria vita spirituale, nella fede al nostro modo di credere. Ci rassicura, cioè non gli sfugge niente, siamo conosciuti bene, mettiamoci a pregare innanzitutto con questa consapevolezza davanti a Lui e sentiamoci rassicurati.

  La paura non impedisce la morte, impedisce la vita. Ricordiamolo bene! E l’unico potere che ha la paura (diceva il filosofo Seneca) è quello che le attribuiamo noi, che le permettiamo noi di avere.

Chiediamo al Signore Gesù allora di non farci mancare la fede in Lui, giorno dopo giorno, imparando a parlargli delle nostre paure, perché ci doni la luce per comprenderne la radice e la forza per abitarle senza vergogna e affrontarle giorno per giorno con Lui a fianco. Sarà questo il modo in cui lo riconosceremo vivente e ci riconosceremo rassicurati e preziosi ai suoi occhi.