“Te copo!” Omelia XXVIIa t.o. A ’26 durante Cristo

uccidere Gesù – gioba.it

   Caro Gesù, te lo dico dopo averci pensato un bel po’. È meglio che lasci perdere. Continua ad essere presente in mezzo a noi in maniera si dice sacramentale e nella nostra coscienza, da risorto, vivo. Ma non tornare giù, qui, coi sandali, i capelli da metallaro e la tunica. Faresti,… lo sento,… una brutta fine. Questa parabola ce lo ricorda. L’hai detta ai capi dei sacerdoti e agli anziani, a quelli insomma che gestivano il potere religioso, come dire… eri in parrocchia, in diocesi. Riusciamo a sentirne la drammaticità?

  Gesù sta predicendo il futuro. In faccia a chi ha già deciso di metterlo in croce. Di toglierlo di torno…e perché?   Sta predicendo il futuro: cioè io sono così e dico le cose, a voi non vanno bene ed eliminate direttamente la fonte che vi disturba.      Sta predicendo il futuro…da due mila anni, fino ad oggi.

Non solo perché poi è successo davvero  ma perché, credo, sapeva che sarebbe continuato a succedere, continuare ad ucciderlo.

Ti ammazzeremo lo stesso. Noi non abbiamo tempo per accorgerci di qualcosa di diverso. Come hai provato a fare 2000 anni fa, dicendo che la fede in Dio era credere in un padre di misericordia che ci ama, ma loro dovevano fare sempre le solite cose religiose per sentirsi a posto col sacro, utili o riconosciuti nel sociale. 

La fine la sappiamo, sei durato qualche mese, poi ti hanno comodamente eliminato, convinti di aver fatto proprio bene. 

Prima ti hanno osannato con le palme, poi hanno scelto Barabba.

  E tu l’avevi colto, raccontando in anticipo questa parabola.

Ti ammazzeremo lo stesso. Lo sento. Che non vuol dire a sassate o in croce. No. A volte mi guardo attorno, ascolto e mi dico che in realtà ti abbiamo già ammazzato, emarginandoti a poco a poco.

 Ignorare una persona, tentare di gestirla a modo nostro, isolarla, dimenticarla…è già rimuoverla, negarla, ucciderla.

Non c’è spazio per te in tante nostre riunioni, attività, gruppi o iniziative.   Abbiamo a cuore i sacramenti e le cose da fare ma non tu e il tuo messaggio.  Abbiamo il coraggio e l’umiltà di dircelo?

  Ci ritroviamo ma non ti invitiamo con noi. O ci sentiamo a posto se abbiamo fatto il minimo, senza pensarci, una preghiera meccanica, così siamo fuori del pensiero.

 Come cane del pastore mi domando: persone che faticano ad avere una vita di preghiera credibile (non solo dire le preghiere la sera se mi ricordo), che non vogliono accostarsi alla riconciliazione perché…, che non vengono mai a messa, che però partecipano ai vari gruppi parrocchiali dove però non si prega mai, né ci si confronta col vangelo, né ci si fanno domande di significato, come quelle del Papa nel foglio… che se ne fanno di Gesù e del vangelo? Perché pare basti essere in parrocchia, nel perimetro, e a posto così perché dobbiamo organizzare le cose per la parrocchia ma lo facciamo senza chiedere aiuto a Dio, cioè quello per cui la parrocchia esiste e che dà mandato di fare quelle cose, annunciate il vangelo…di cui però noi ci appropriamo, per farle come vogliamo noi, senza ascoltarlo anzi rimuovendolo a poco a poco, silenziosamente.  Ecco l’eredità da volere. 

Ti abbiamo dimenticato nelle decisioni, nel discernimento delle priorità, nell’ascolto di quello che siamo chiamati a fare come chiesa prima che come singoli gruppi, nelle attenzioni e nello stile evangelico. Ti abbiamo barattato e tradito nelle cose da fare e da far fare gli altri, in fondo noi stiamo bene lo stesso senza di te. 

Preferiamo il dio delle cose da fare, di cui però sbarazzarci quanto prima. Spesso ho la sensazione che stia tutto in piedi lo stesso senza di te e che quasi nessuno ci faccia caso.

  Chiediamo al Signore di non farci mancare la sua luce per riflettere, perché questo suo appello, dalla parabola, non cada nel vuoto; chiediamogli l’umiltà di saperci rimettere in discussione e avere Lui come desiderio; questo ci permetterà non solo di non continuare ad ammazzarlo ma di sentirlo risorgere dentro di noi.