
Sono quasi 100, nella Bibbia i riferimenti ad un banchetto.
Nell’AT esprime il desiderio di Dio di essere in comunione con noi, come nostro alleato; nel NT, Gesù viene perfino accusato di essere un mangione e beone: dal miracolo a Cana ai pasti di festa nelle case, coi peccatori, scandalizzando i benpensanti, all’ultima cena. Fino all’Apocalisse in cui si parla di un banchetto celeste, in cielo.
La prima lettura lo testimonia, il profeta Isaia sembra non saper più come fare a dirlo, usando una serie di termini specifici di abbondanza e promessa: vivande grasse, cibi succulenti, vini raffinati. Al tempo non c’erano i supermercati e il cibo così era raro e per le persone abbienti…quindi qui è una promessa bellissima per gente che mediamente faceva fatica a mangiare tutti i giorni.
Quello di oggi è un annuncio di un Dio che ci vuole nella gioia, con tutte le sfumature possibili di questo termine, che nella Bibbia ricorre quasi 500 volte. Mi domando se come cristiani possiamo raccontare qualcosa di simile nella nostra vita feriale di membri delle comunità. Essere cristiani mi dà gioia, gusto?. Possiamo?
Pensate a quando ci invitano a cena, cosa proviamo, come pure a quanto sentiamo nel cuore quando abbiamo ospiti e ci diamo da fare per loro. È un invito che annuncia un Dio che pensa di noi: Voglio far festa con te, che tu mi senta dalla tua parte, qualsiasi cosa succeda. Io mi voglio prendere cura di te, festeggiare con te la vita che ti ho donato e stai cercando di affrontare; voglio offriti luce, pace, abbondanza, gioia. Voglio tu ti senta degno del mio amore, della mia alleanza, della misericordia con cui ti guardo.
Che tu ti riconosca mio alleato, stia bene, ti senta importante.
Il resto, tutto il resto, viene dopo ma non può prescindere da qui. Altrimenti continueremo a uccidere il figli per avere l’eredità come domenica scorsa…Nessun “cristiano a modo mio”, come va di moda oggi, può arrivare a questo, anzi.
Nessuna più lodevole iniziativa pastorale in parrocchia può far finta di niente: o trasmette questo o sta tradendo quello in cui presume di credere. O indica e accompagna a questo oppure meglio andarsene, come i mercanti del tempio cacciati da Gesù.
Sorelle e fratelli come ci poniamo di fronte a questo annuncio?
Quali resistenze, scuse, giustificazioni sentiamo? Proviamo in noi stupore e gratitudine? curiosità e desiderio di fare tale esperienza di Dio Padre? abbiamo voglia e umiltà di metterci in discussione o restiamo a rifiutare qualsiasi invito al banchetto, come racconta il vangelo, perché noi siamo già a posto o abituati o pensiamo ecc?
Vedete quello che succede nel nostro cuore è proprio quel no grazie di cui parla Gesù. E che il Padre ci chiede di convertire, per accogliere il messaggio di Gesù Salvatore, che ci annuncia una gioia e un gusto possibili qui e ora. E che troverà pieno compimento in cielo.
L’eucaristia qui è una cena, una festa che ci fa pregustare il banchetto del cielo in paradiso, coi santi e i nostri cari defunti.
Forse il vestito di cui parla la parabola è proprio almeno il desiderio di lavorare su questo annuncio e fargli spazio in noi, per vivere una salvezza e una festa che la nostra comunità è chiamata a far sperimentare e condividere.