“Non ci indurre in tentazione..” – Omelia Ia Quaresima 2018

(Un libro nuovo, un buon film, una battutaccia con chi so io, rispondere per le rime a chi se lo merita, fermarmi a guardare il tramonto, un concerto, il musetto col cren e purè, la mostarda col mascarpone…)

“Posso resistere a tutto tranne che alle tentazioni…” Oscar Wilde (geniale scrittore irlandese di fine ‘800) dice bene, con ironia, quanto accade in noi ogni volta che una cosa ci attrae e siamo in dubbio se acconsentirvi o meno. E’ una situazione concreta in cui siamo chiamati a decidere di noi. Ma in base a cosa? e perché?
Qualche settimana fa è tornato fuori il discorso della famosa traduzione del PN: “non ci indurre in tentazione”. In effetti l’immagine che ne esce di Dio è quella di uno esigente, che ti metta alla prova, per vedere se resisti, te lo meriti e sei bravo: a dire il vero non è esattamente questo il volto più evangelico di Dio Padre…eppure ha contribuito, lo sappiamo, a creare una certa mentalità. La tentazione è una sfida, che spesso è più facile perdere. Dio è esigente, noi deboli, indifesi. Ma soprattutto volubili, abbandonati a noi stessi, ai nostri sforzi. Ma la vita cristiana è davvero tutto qua? La traduzione migliore e imminente del PN, quando verranno pubblicati ufficialmente i nuovi testi liturgici, è molto più bella e soprattutto liberante: “non ci abbandonare nella tentazione”. Il volto di Dio allora è quello di chi ti tratti da adulto, consegnandoti la responsabilità delle tue scelte e le loro conseguenze, garantendoti che non ti giudica ne abbandona: è al tuo fianco, magari illuminandoti, nella coscienza, sui motivi che ti spingono o meno ad agire. Un Dio padre che ti conosce per quello che sei, bisognoso, ferito e volubile e ti sta accanto, accoglie e fa il tifo per te, che sei stato creato per amare, superando te stesso. La fede aiuta a realizzare a pieno sé stessi.
Mi pare molto realistica: la tentazione esiste. O meglio…reagiamo sentendoci tentati di fronte a certe cose e a quanto sembrino prometterci, come le Sirene per Ulisse: sarai migliore, più bello, forte, alla moda, te lo meriti, cosa vuoi che sia, starai meglio, sarai felice e soddisfatto. Noi abbiamo la tentazione o l’occasione per cogliere cosa c’è in ballo…come Pinocchio davanti alle promesse del gatto e la volpe. La tentazione è sempre occasione: burattino o persona? Chi voglio essere davvero? Posso sempre girare la clessidra e ricominciare.  E’ un modo in cui ci poniamo di fronte alla realtà, veniamo messi in discussione.
Ci si trova tra due estremi: tutto o niente è tentazione.

-Qualcuno pensa che non esistano tentazioni, tutto è lecito, se si può fare allora va bene: ma la nostra arroganza, ben camuffata, non ci porta lontano…ci ritroviamo in balia di noi stessi.

-Qualcun altro invece vede tentazioni dappertutto, cioè non si può, non si fa, non sta bene…il caro vecchio moralismo bacchettone, che vede peccati ovunque. Tra questi due estremi, forzati, certo…esiste la realtà in cui siamo immersi, la tentazione come una situazione in cui siamo, un appello. Ci aiuta a capire chi siamo, chi vogliamo essere e che rapporto abbiamo con la realtà. Gesù dirà che il male viene dalle scelte che facciamo nel nostro cuore, non dall’esterno! La realtà non è ne buona ne cattiva, siamo noi a renderla tale per noi stessi…dipende da come la usiamo.

Può diventare sempre occasione di crescita: come un casello autostradale, essere punto di arrivo o di partenza. Dipende da dove ci collochiamo: da cristiani, possiamo guardare alla realtà con gli occhi di Dio che ci incoraggia a scegliere non per il nostro bene ma per il nostro meglio. Lui, che ci ha creati, lo conosce e ce lo ispira. Cercando di essere sintonizzati con lui…lo ascoltiamo.
Non siamo neutri o indifesi di fronte alla tentazione ma il Signore ha posto in noi il desiderio di eternità, nel battesimo, siamo suoi figli, fatti per vivere come lui…allora la tentazione al ribasso, al darsela vinta, alla scorciatoia, può essere occasione per scegliere il meglio per noi e vivere nel vangelo
Chiediamogli la forza e la saggezza per riconoscerlo al nostro fianco, nel vivere le tentazioni come occasioni per il nostro meglio: ci accompagni perché questa quaresima non sia un tempo di allenamento a testa alta ma un trampolino verso la pienezza della vita nella risurrezione.

 

Domenica VIa T.O. – B

(Tempo di lettura previsto: 5 minuti)

 

In Ascolto del Santo Vangelo secondo San Marco 1,40-45

Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Altra “puntata” sulle prime ora di vita pubblica di Gesùbbbello come messia…salvatore, unto del Signore. Sta come prendendo le misure. Continuiamo con Marco quasi a spiarlo: oggi sembra davvero che stesse girando a telecamere spente. “Lo voglio”…  quasi gli fosse scappato…”tasi su!”, non dire nulla a nessuno… va’, mostrati, cioè fai le ritualità previste dalla tua fede… che non si accorga nessuno, come volesse nascondere e nascondersi.
Lo voglio, non posso farne a meno, non posso più trattenermi; come faccio? lo voglio. Voglio che tu sia purificato, salvato…molto più di guarito.
La lebbra allontanava dalla vita pubblica, escludeva dalla società, rendeva emarginati, distanti, diversi… il lebbroso con la sua richiesta pare patire più l’emarginazione che la malattia.
Lo voglio, sono venuto per questo. Lo voglio, è il mio desiderio più grande per te e per tutti: per questo sono nato, venuto, il presepio, i pastori, Maria e Giusepe, il battesimo e tutto il resto.
Per questo starò qui fino alla morte, perchè sono il salvatore. Non ne esco… Lo voglio, ci credo, lo desidero. Mi metto davanti all’umanità sofferente, individualista, isolata, affranta, bisognosa, assorta, disorientata e stressata, impantanata in una qualità scadente di vita e di fede, messa all’angolo da una religiosità asfittica e ammuffita, strangolata da idee mortifere di un dio mago pretenzioso distante e menefreghista..per non dire di peggio… o dalla forme coatte e irrazionali di una religione immotivata, anti umana e anti cristiana…
Lo voglio sii guarito..torna a vivere, ti tolgo io quel che ti consuma la vita e ti svuota..
il contatto rende di fatto impuro Gesù, per la religiosità del tempo. Gesù per purificare lui, inquina sè.
Si prefigura la morte in croce per farci vivere…. interessante…
In quello scambio c’è tutta la buona notizia di cui abbiamo bisogno: quali sono le nostre lebbre? da cosa ci sentiamo esclusi?
cosa offrire di noi al Suo contatto e come…

“La qualità della mia vita dipende da..” – Omelia Va TO B 2018

Voi preti avete sempre l’agenda piena, un sacco di impegni, ci sentiamo dire spesso; oppure, al contrario, lavorate solo la domenica di cosa vi lamentate; (come mai allora i seminari sono quasi vuoti?) cosa fanno i preti durante il giorno? ma io direi: 
cosa fanno i cristiani, dal lunedì al sabato, quando non son in parrocchia, tolta la famosa messa; la vita cristiana…sono cose religiosecristianedevote da fare o è fare in maniera cristiana, con stile evangelico, le tante cose ordinarie?
dovrei pregare di più o meglio…mi confidano spesso…oppure dovrei fare della mia vita una preghiera, una risposta ecco il senso!
   Continuiamo ad accogliere il vangelo di Marco che, quasi a puntate, ci offre uno sguardo reale, cronologico sulla vita di Gesù. Siamo ancora al 1° capitolo: dopo il battesimo, ha chiamato a sé i primi quattro discepoli, si è esposto commentando la Scrittura (vangelo di domenica scorsa) e ora, Marco riprende, esce dalla sinagoga dove lo avevamo lasciato e va a casa di Pietro. Inizia la chiesa: la vita pubblica di Gesù, il suo lavoro, la giornata tipo, cose se attraverso un reality, una telecamera, potessimo vederlo vivere da vicino. Come passava la sua giornata? e noi cristiani, come passiamo le nostre? Che qualità di vita riusciamo ad esprimere? Siamo affannati, stressati, sempre di corsa o sappiamo anche avere questo stile.  “Il Vangelo della vita, gioia per il mondo” ecco il tema dell’odierna giornata per la vita, sentiamo papa Francesco:
Punto iniziale per testimoniare il Vangelo della vita e della gioia è vivere con cuore grato la fatica dell’esistenza umana, senza ingenuità né illusorie autoreferenzialità. Il credente mentre impara a confrontarsi continuamente con le asprezze della storia, si interroga e cerca risposte di verità. In questo cammino di ricerca sperimenta che stare con il Maestro, rimanere con Lui lo conduce a gestire la realtà e a viverla bene, in modo sapiente, contando su una concezione delle relazioni non generica e temporanea, bensì cristianamente limpida e incisiva. La Chiesa intera e in essa le famiglie cristiane, che hanno appreso il valore nuovo della relazione evangelica e fatto proprie le parole dell’accoglienza della vita, della gratuità e della generosità, del perdono reciproco e della misericordia, guardano alla gioia degli uomini perché il loro compito è annunciare la buona notizia, il Vangelo. Un annuncio dell’amore paterno e materno che sempre dà vita, che contagia gioia e vince ogni tristezza.
Dirette e bellissime queste parole del Papa, ben commentano la seconda lettura, Paolo quasi grida alla comunità di Corinto “guai a me se non annuncio il vangelo”: mi chiedo, quanto un cristiano maturo, adulto e autentico, oggi, possa chiamarsi fuori, sentirsi esentato da tale espressione, da questo compito…la sera, prima di addormentarci, oggi sono stato bravo e bon o ho cercato di annunciare il vangelo con la mia concreta vita?
basta chiedere i sacramenti e venire a messa o far del ben in parrocchia per dirsi cristiani? Ma cosa significa annunciare il vangelo? espressione fin troppo nota…guardiamo a Gesù: la suocera guarita, la gente che lo cerca di continuo o che lo ascolta.          
Annunciare il vangelo cioè la buona notizia, significa dire e dare una nuova possibilità per tutti, un punto di vista diverso, di misericordia e fiducia, l’opportunità di essere salvati, cioè ripresi valorizzati,  recuperati. Significa che la mia vita, con stile cristiano, può dare salvezza alla vita degli altri. La qualità della mia vita dipende dalla qualità che riesco a dare alla vita degli altri: in famiglia, al lavoro, con gli estranei. Mi salvo così da ciò che mi isola e abbruttisce. Gesù fa lo stesso con noi. Ecco come ci salva.
I segni di una cultura chiusa all’incontro, avverte papa Francesco, gridano nella ricerca esasperata di interessi personali o di parte, nelle aggressioni contro le donne, nell’indifferenza verso i poveri e i migranti, nelle violenze contro la vita dei bambini sin dal concepimento e degli anziani segnati da un’estrema fragilità. 
Aggiunge che solo una comunità dal respiro evangelico è capace di trasformare la realtà e guarire dal dramma dell’aborto e dell’eutanasia; una comunità che sa farsi “samaritana” chinandosi sulla storia umana lacerata, ferita, scoraggiata;
una comunità..il cristiano si salva e salva, sempre e solo dentro una comunità, mai da solo, autonomo, privato e indipendente.
O Signore non sono degno di partecipare alla tua mensa ma dì soltanto una parola ed io sarò salvato… significa riconoscere che la messa che stiamo celebrando, la parola che accogliamo il canto assieme, il silenzio gustato, l’eucaristia, ci daranno qualità…e saremo quindi in grado, di annunciare il vangelo, o meglio, di essere vangelo gli uni per gli altri.
Diceva san Francesco ai suoi frati: predicate sempre il Vangelo e, se fosse necessario, anche con le parole!