IIIa Domenica di Pasqua – C

(Tempo di lettura previsto: 5 minuti)

 

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“Miseria e nobiltà, 1954″

 

 

In Ascolto del Vangelo secondo San Giovanni 21,1-19

Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.
Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».

 

Da dove vogliamo cominciare? E’ una tavola imbandita..
Se ti fossi già dimenticato della Pasqua e avessi archiviato cioccolato avanzato, chili superflui, parenti salutati e il pacchetto quasi completo di cerimonie religiose d’ordinanza.. potresti fermarti su Pietro che scazzato q.b. si guarda attorno, vede le facce smunte e pensierose dei discepoli sopravvissuti; sono desolati, arresi, inconcludenti. E così sbotta in quel meravigliosamente drammatico “io vado a pescare”.
Quasi a dire.. so fare questo, sono questo, non è cambiato nulla, torno a fare quel che so fare, torno ad essere quel che sono come non fosse accaduto nulla.. come se tutto il can can quaresima venerdi pesce pasquaconchivuoi fosse già un bel ricordo ordinario.. si ritrova solo col suo “io vado”. Non è già più “noi”. Sembrano un gruppo di adolescenti sul motorino nella piazzetta che il sabato sera non sanno dove andare, si boicottino le proposte a vicenda dicendo che non c’è nulla di bello da fare e restino ciascuno a mandare i propri uozap! A che è servita la Pasqua? All’orizzonte già le classiche pesche a vuoto.. non presero nulla.. tutto era cominciato così. Lo ricordate? Pietro si fida perchè quel Maestro lo ha stupito.. mentre lui così si riconosceva peccatore.. quanti di noi vivono vite “notturne”, ma non nel senso che vivono di notte un po’ scapestrati e trasgressivi, ma vivono di notte, come i pipistrelli, non prendono nulla, reti vuote, non vogliono prendere nulla, vanno a vuoto come un motore fuori fase..
Oppure se davvero sei riuscito a percepire qualcosa-Qualcuno in questa Pasqua.. sei riuscito a fermarti, rallentare, vivere con fede, ti sei lasciato toccare il cuore dalla Parola, dalle tante celebrazioni o sei riuscito a vivere bene il sacramento della riconciliazione magari, inspiegabilmente dopo anni.. allora puoi dire come Giovanni “E’ il Signore”.. e continuare in un dialogo fiducioso con Lui che ti permetta di vivere con un certo stile.. e riconoscere nella tua vita quei 153 grossi pesci.. quasi a dire.. questo tempo non è passato invano..
Se invece questo tempo quaresima-Pasqua avesse acceso qualcosa in te.. la voglia di cambiare, impegnarti, convertirti, affidarti.. porta del pesce.. Gesù non prepara la pappa pronta a nessuno ma mettendosi alla griglia chiede a ciascuno di coinvolgersi e fare la propria parte.. cosa abbiamo noi da portare, offrire e condividere di nostro? Quale capacità, passione disponibilità, competenza, desiderio.. offrilo, affidalo.. vivilo in maniera cristiana cioè più umana, magari nella chiesa, nella tua parrocchia.. o nel pianerottolo, nell’open space del tuo ufficio, in negozio o per strada.
Se infine fossi tutto questo ed il suo contrario o nulla.. non importa: mettiti comodo nel contemplare una delle pagine più belle e liberanti a mio modesto parere.. ma anche delle più studiate. E’ famosa per quelle coppie di verbi legate all’amore.
Le prime due volte Gesù chiede a Pietro se lo ama; gli risponde.. ti voglio bene.
La terza Gesù, che ha capito, gli va incontro e gli chiede se gli vuole bene.. e Pietro lo conferma.
E’ Lui a venire incontro a noi, il suo amore artigianale, la sua pazienza infinita, la sua premura fraterna, il suo profondo rispetto per i nostri limiti, capacità, tempi, ritmi.. per la nostra storia, per quel che siamo e non siamo, per quel che vorremmo essere o non siamo riusciti ad essere.. lo ritengo un dettaglio meraviglioso. Non è certo un invito alla resa, al condono esistenziale, all’arrendersi e lasciarsi vivere.. ne al piangersi addosso in un melenso “son fatto così”.. ma è lasciarsi amare per quel che si è contemplando un volto pazzesco di Dio nel Suo figlio Gesù che ci raggiunge sempre e solo li dove siamo, per venirci a prendere e portare, accompagnare attraverso strane inedite che grondino la speranza della quotidiana risurrezione.

 

IIa Domenica di Pasqua – C

(Tempo di lettura previsto: 6 minuti)

 

MAGNANI

 “Princesa” (Fabrizio De Andrè, Anime Salve, 1998)

In Ascolto del Vangelo secondo San Giovanni 20,19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

 

Forse comincio a perdere colpi: non mi ricordo se questo passaggio di Anna Magnani ha già ispirato l’attacco di qualche Goccia..
Ma mi sembra troppo efficace..
Gesù non ha ricevuto un corpo nuovo di zecca, come un figlio viziato che, sfasciata una macchina, ne riceva subito un’altra.
E’ risorto col corpo che era già stato Rotto, sfigurato, ammaccato. Era la sua storia. La storia delle sue relazioni, del suo amore, offerto, ricevuto, accolto, evitato, desiderato, negato.. storia di vicende ed esperienze, di alti e bassi, di episodi e rivincite. Usa quello per farsi identificare e dare un senso a tutto l’accaduto.. facendo recuperare ai discepoli il filo rosso dell’amore che lo aveva caratterizzato fedele oltre la morte.
Le mani con cui aveva scritto per terra davanti all’adultera, e toccato corpi feriti, gli occhi con i quali si era commosso di fronte a Gerusalemme, le labbra con le quali aveva baciato e parlato, le orecchie con cui aveva ascoltato la Parola di Suo Padre e le chiacchiere insulse dei 12; i piedi coi quali -instancabile- aveva girato dappertutto, le ginocchia sulle quali aveva pregato ecc..
Mostra agli spaventati discepoli chiusi in casa quelle sue ferite. Testimoni silenziose di un amore portato fino all’estremo suo possibile. Oltre non poteva.
Che significato ha questa parte di vangelo per noi?  Semplicemente riconoscere che per noi sarà altrettanto.
Risorgeremo col nostro corpo. Cioè attraverso il luogo, lo strumento che abbiamo usato e fatto usare per amare, parlare, comunicare, godere, rendere bello.. quello che ci ha permesso di essere quel che siamo e saremo stati. Significa che tutto sarà utile, nulla sprecato. Tutto troverà un senso o al limite.. non passerà invano.
Nessuna sofferenza, ruga, cicatrice, preoccupazione, sofferenza, oltraggio, ferita, umiliazione.. nessuna violenza ricevuta, fosse anche “solo” verbale.. nulla di quel che ci ha fatto cadere, abbattuto o fatto sognare e rivivere.. nulla andrà sprecato. Sarà tutto amore che ci verrà accreditato sul conto del cielo, della terra, della comunione. Sia quello dato che quello mancato.. e le loro conseguenze.
Sarà il nostro conto con il quale entrare nel giardino dell’incontro definitivo col Padre. La nostra dote.
Quel che abbiamo inciso anche a caro prezzo.. sulla pelle, sul cuore, sulle orecchie che non riescono a dimenticare certe frasi, sugli occhi che non riescono a cancellare quel che han visto, sui corpi che non dimenticano contatti imbarazzanti..  sarà tutto un unico conto.
Credere la risurrezione dei corpi è tremendamente più concreto, reale e bello, autentico di un normale reincarnarsi di fase in fase.. io non rinuncio alle mie rughe, alla mia storia, al mio passato.
E al presente che ne ho fatto venir fuori.
Amen.

 

“Pasqua in autostop” – Omelia Domenica di Pasqua nella Risurrezione del Signore – C

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Avete mai fatto l’autostop? Io si, diverse volte: da ragazzino, per sentirmi già grande e un po’ trasgressivo; ma anche in altre occasioni, l’ultima poco tempo fa. Da solo non ce la fai, un guasto alla macchina, perdi la coincidenza, un imprevisto. Hai bisogno di chiedere un passaggio. Altrimenti non arriverai mai dove vuoi o devi andare. Sei costretto a chiedere. Qualcuno deve offrirti un passaggio..
Pasqua deriva dall’ebraico “pesach” e significa proprio passaggio.
Pesach era il nome della pasqua ebraica, quella che Gesù si mette a celebrare coi discepoli trasformandola poi in ultima cena, con la lavanda dei piedi e la consacrazione del pane e del vino.
Quella pasqua per gli ebrei ricordava il passaggio del popolo d’Israele dalla schiavitù in Egitto, col faraone alla libertà verso la terra promessa. L’esodo insomma, attraverso il mar Rosso passando dall’altra parte. Verso una nuova pagina della propria vita, liberata, responsabile e autentica.
Gesù ha accolto questa pasqua ebraica trasformandola con la propria vita in pasqua cristiana. Lui é stato quell’agnello immolato una volta per sempre che ci porta dalla morte alla vita. Ha inaugurato nel suo sacrificio d’amore, la possibilità di passare dalla schiavitù alla libertà. Insomma ha liberato la possibilità di una alternativa, ci ha offerto speranza. Ha fermato la macchina davanti alla nostra vita. Possiamo salire e passare oltre.
Vorrei poter chiedere a ciascuno di voi, qui, adesso: che ci fai qui? Sei solo venuto a celebrare un rito vuoto, scontato, ad adempiere un precetto, fare un favore a tua mamma.. o hai bisogno di un passaggio? Per andare.. dove? Verso quale speranza?
Non ci sarà “Pasqua” se non ci mettiamo in questa prospettiva..
Ci faremo solo i classici auguri “passpartout” che vanno bene per tutto. Ma niente Pasqua. Vorrei oggi sentire che avete fame e un bisogno disperato di passare dall’altra parte. Che ciascuno di voi, di noi, ha toccato con mano che non ce la fa più a camminare come sta facendo, che si trova col cuore in panne o posteggiato ai margini della strada dove si é andato a perdere. Doveva essere una scorciatoia, pareva più facile, sarei stato felice e libero.. ma non ne esco più.. bella illusione. Stanco di un Dio lontano, estraneo, da gestire o temere, di valori cristiani per cui essere coerenti.. basta; stanco di riti, messe, preghiere celebrati senza cuore e senza senso, che non toccano la nostra vita. Che riconosciamo di aver perso la coincidenza con la pace e la speranza, di essere arrivati tardi all’appuntamento con la gioia.. Gonfi solo di frustrazione e impotenza, inebetiti dall’orgoglio, abbruttiti dalla rabbia, anestetizzati dall’indifferenza.
Solo se riconosciamo di non saper più come andare avanti, in alcune parti della nostra vita.. chiederemo un passaggio. Solo se inizieremo a sperare in un oltre, in una direzione, potremmo credere che ne valga davvero la pena.
Altrimenti ce ne torneremo a casa in tutti i sensi, rinunciando al passaggio, perchè non ci interessa andare li dove vorremmo.
Che spreco! Continueremo così a vivere da schiavi, incatenati alle nostre paure, a rapporti affettivi morbosi e mortali, a peccati e vizi invincibili, brontolando sterili lamentele, facendo i gargarismi con gl’immancabili buoni propositi. Continueremo ad essere morti dentro, conniventi con una fede sterile.  A far vincere la paura di vivere da risorti. La paura… la paura ha solo il potere che noi le concediamo!
Pietro e Giovanni corrono al sepolcro vuoto.. lo trovano in ordine, teli e sudario riposti con cura.
Mi viene in mente quando, durante un funerale, arriviamo in cimitero: spesso capita che la bara venga deposta nella tomba per terra. Mi piace notare la curiosità con cui i parenti si affacciano sempre, un po’ timorosi, alla buca nel terreno o nella tomba; cercano di vedere quant’é profonda, quanto spazio ci sia o dove sia la cassa di qualche altro defunto. Davanti ad un vuoto ci sporgiamo sempre per vederlo, misurarlo, quasi.. per capirlo.
Un po’ come Pietro e Giovanni ciascuno cerca di trovare qualcosa nella tomba. Forse anche noi siamo qui con qualche desiderio.
Abbiamo riconosciuto nel nostro cuore e nella nostra vita qualcosa di morto?  Troviamo in noi.. il bisogno di un passaggio?
Ecco l’oggetto del nostro credere. Potremmo chiederci: perchè crediamo nel Signore? Cosa speriamo ci possa fare?
Pietro e Giovanni vedono il sepolcro vuoto. Vedono il vuoto di tutto quello che avevano pensato e atteso dal loro Signore. Ma riconoscono che questo vuoto non é quello causato dall’infedeltà di Dio, ma quello a cui si é condannata l’illusione degli uomini. Vedono il vuoto che era in loro: non avevano ancora compreso la scrittura. Vedono il loro vuoto e finalmente credono. Si rendono conto che quel che cercavano é falso, inutile. Allora iniziano a credere in ciò che non si vede: nel Dio della vita che svuota i sepolcri costruiti dalla rassegnazione e che ti offre un passaggio.
Il vangelo cristiano é sempre e solo vangelo di Pasqua, di passaggio: cioè buona notizia, inedita, insperata di un Gesù che ti vuole raccogliere e portare dall’altra parte, verso una vita più vera e piena. Da dove ci siamo incagliati a dove possiamo ritrovarci.
Riconoscere che ne abbiamo bisogno sarà già un passo in avanti, fuori dal sepolcro.
Come é un mondo da risorti? Qual é il mondo che un cristiano risorto vorrebbe? Insomma, dove ci porta quel passaggio?
Vorrei immaginarlo con voi: un mondo in cui si prenda sul serio la Pasqua, il nostro diritto più bello da recriminare. Un mondo di cristiani risorti. Non più di devoti della via crucis, della sofferenza o del dolore. Si fermino pure al venerdì santo quelli li..ma non sono cristiani. Noi andiamo avanti..
Ma ve lo immaginate? Io non vedo l’ora di passare qui, ora, ad un mondo così, a quel regno di Dio. Un mondo concreto.. in cui non ci si fermi, ma si faccia un primo passo, in cui non si abbia che la paura di sprecare la propria vita, in cui si possa chiedere scusa e andare all’essenziale, si possa salutare per primi, fare “primi passi”, accontentarsi, avere tempo, darsi delle priorità, ascoltare i propri bisogni e vivere con Gesù a fianco, in cui si pensi all’altro e non solo e sempre a sè stessi e ai propri cari, un mondo in cui si possa scegliere di perdonarci, di andare oltre, di accoglierci per quello che siamo.. di saper coltivare la speranza e la forza, in cui crisi significhi opportunità, in cui libertà significhi scelta responsabile, in cui costruire assieme un futuro a partire da un bene comune, per tutti, corresponsabili e partecipativi, il mondo da risorti é fatto di persone non arrivate ma in cammino, non esperte ma sagge, non perfette ma disponibili, non credenti ma credibili.
Un mondo in cui ci si lasci amare da Dio non perchè siamo bravi e virtuosi perchè ne abbiamo bisogno, che é l’unica misura che un padre deve avere, non nonostante i nostri peccati ma perchè siamo peccatori. Un mondo da risorti, avremo 50 giorni, fino alla pentecoste, per comprenderlo, per allenare il nostro cuore a tutto questo. E lo ripeterò fino allo sfinimento!
Ecco il passaggio, quell’autostop da chiedere in questo tempo a Gesù risorto. Anzi.. forse.. ho sbagliato tutto. Non siamo noi a dover chiedere a Lui un passaggio.. siamo noi a doverlo far salire a bordo della nostra vita. Qualsiasi possa essere il sepolcro in cui ci troviamo. Facciamolo salire a bordo. Facendo entrare nei nostri cuori la sua parola accolta, la sua eucaristia, la preghiera come dialogo fiducioso e condiviso, il suo perdono nella riconciliazione, il suo stile di vita. Ecco insomma il modo in cui passare
Così vivremo da risorti, così passeremo ad una vita nuova, così vivremo la Pasqua.
Non vedo l’ora, ne varrà la pena, sarà un viaggio bellissimo, la meta non importa, preferisco il modo di viaggiare.