Diversamente presente.. – Omelia Festa dell’ Ascensione 2013 – Anno C-

Per comprendere la festa liturgica dell’Ascensione bisogna rifarsi alla cultura dell’epoca, alla cosmologia, com’era concepito il rapporto tra il cielo e la terra. Dio era lontano dagli uomini e stava in cielo, e gli uomini naturalmente erano sulla terra. Pertanto tutto ciò che proveniva da Dio scendeva dall’alto, scendeva dal cielo, mentre tutto quel che andava verso Dio saliva verso il cielo.
Non ne siamo tutti
Questo è importante per comprendere questo brano, nel quale l’evangelista, con l’Ascensione di Gesù, non vuole indicarci una separazione di Gesù dagli uomini, ma un’unione ancora più intensa. Con l’Ascensione Gesù non si allontana dal mondo, ma si avvicina; la sua non è un’assenza, ma una presenza ancora più intensa.
L’Ascensione è l’ultimo atto terreno di Gesù: inaugura il tempo della Chiesa che va dall’Ascensione fino alla fine della storia, cioè al raduno universale, passando per noi, qui ora, adesso. L’Ascensione non riguarda solo la cronologia della vita del Signore sulla terra, ma la missione universale che è la caratteristica del compito lasciato da Gesù agli apostoli. In un tempo come il nostro, dove si vuole ridimensionare il Cristianesimo come realtà di una porzione dell’umanità, identificata in quella cultura occidentale che tanta parte ha avuto ed ha negli squilibri di giustizia mondiali, riflettere sull’Ascensione significa capire le fondamenta della nostra fede. Vuol dire anche rafforzare il rifiuto di una religione come supporto di una cultura o sponsor di una civiltà. Nel momento in cui Gesù «ascende al cielo» dichiara che lui é per tutti…che nessuna cultura lo può trattenere, che nessuna presunta trazione lo può tenere prigioniero, ne gestire o monopolizzare sentendosi dalla parte dei giusti…dicendo “noi”…perché egli ora, da quel momento, può esprimersi in ogni cultura, in ogni lingua, popolo e nazione.
Pensate alla bellezza ora di avere finalmente un papa che viene come ebbe a dire dopo la sua elezione…dalla “fine del mondo”. E che ha costituito una suo personale consiglio con un rappresentante di ogni continente per ripensare in maniera davvero cattolica, cioè universale la percezione che la chiesa ha di sè.
La Chiesa da allora è in stato di missione permanente, ma oggi lo è specialmente nei confronti di sé stessa per ricomprendersi in maniera più naturale e ampia.
Se c’è una «ascensione» vuol dire che prima c’è stata una «discesa», un’incarnazione che è avvenuta in «un popolo» concreto e distinto: ricordate il Natale? Gesù non è stato un uomo «generico», ma è stato un uomo «orientale, palestinese, ebreo». Con l’ascensione l’uomo Gesù, «ebreo di nascita», diventa il Dio di tutta l’umanità, colui che tutti i popoli e ogni singola persona possono incontrare nella testimonianza (missione) degli apostoli, nel Battesimo, nella Parola accolta.
Un altro elemento essenziale della festa di oggi consiste nel fatto che l’Ascensione è la risposta di Dio Padre all’obbedienza del Figlio: in lui si saldano per sempre l’umano e il divino, il tempo e l’eternità, il finito e l’infinito, l’onnipotenza e la caducità. L’Ascensione vuol dire che da ora non è più possibile una storia dell’umanità senza la storia di Dio e la storia di Dio senza la storia dell’umanità, di ogni singola persona umana, che diventa così «comandamento» visibile e incarnato della Presenza di Dio. Inizia l’èra della Chiesa, iniziano i penultimi tempi, i giorni della nostra esperienza che ci separano dalla fine del mondo, quando il Signore ritornerà di nuovo sulla terra per radunare tutti i popoli.
Nell’attesa noi celebriamo l’Eucaristia, il sacramento della missione e della parola, il sacramento che ci libera da ogni particolarismo e ci apre all’Ascensione, cioè c’introduce nell’intimità con Dio perché rivela a noi stessi che siamo nel mondo sacramento visibile della credibilità di Dio e testimoni del suo amore sconfinato. Ascensione per noi significa anche che nessuna «discesa» è definitiva, ma che dentro di noi c’è il DNA del mondo di Dio, il sigillo della sua vita, e che nessun fallimento può dire l’ultima parola su di noi perché siamo chiamati ad «ascendere» al cielo, ad andare in alto.

Si staccò da loro e veniva portato su in cielo. Come abbiamo detto all’inizio l’evangelista adopera il linguaggio culturale della sua epoca, in cui Dio era in alto, per cui tutto ciò che va verso Dio va in alto. L’evangelista vuole dire che in Gesù si manifesta la pienezza della condizione divina. Quell’uomo che le autorità religiose avevano condannato come bestemmiatore e al quale avevano inflitto la pena riservata ai maledetti da Dio, in realtà era Dio.
Chi bestemmiava non era Gesù, ma l’istituzione religiosa che, per il proprio interesse, lo ha assassinato. La conclusione del Vangelo di Luca è molto deludente. Infatti scrive: Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e – sorpresa finale -stavano sempre nel tempio lodando Dio.
L’evangelista vuole dire che non avevano capito assolutamente niente. Il tempio, il luogo che per Gesù era quello di massimo pericolo, il luogo che Gesù aveva detto essere un covo di ladri e che sarebbe stato distrutto, per i discepoli è il luogo di massima sicurezza. Ci vorrà la discesa dello Spirito Santo, la potenza di Dio, per farli uscire dal tempio e andare verso l’umanità, verso tutti i popoli pagani, come Gesù aveva loro richiesto.

Ascensione del Signore, 12 maggio 2013 – Anno C

juve

Un duomo bellissimo..
A tre giornate dalla fine le Juve è ASCESA al titolo di Campione d’Italia..

Lettura dal Vangelo di Luca 24, 46-53
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: “Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finchè non siate rivestiti di potenza dall’alto”. Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

Siamo alla fine del vangelo di Luca, l’evangelista della misericordia di Dio e della gioia.
Le battute finali dello stesso vedono Gesù risorto salutare i suoi discepoli.. pagina difficile e asciutta, ammettiamolo: interessante notare innanzitutto il succo del suo messaggio.. che andrà in tutto il mondo cioè riguardo due cose:
1. la conversione
2. il perdono dei peccati
La fede cristiana ridotta all’essenziale passa per queste due cose, continuare a restare “in bolla” cioè nella sua direzione e non nella nostra, avere Lui come capo cordata e quindi convertirsi, correggere rotta, cambiare, rimettersi in discussione e in gioco.. come un timoniere che sappia la direzione, ma che spesso la ricalibri meglio.. e la seconda cosa il perdono.. da offrire e chiedere..
Gesù non è sparito, ma ha iniziato ad esserci in modo diverso: la Sua parola da accogliere, meditare, pregare, consultare, frequentare (con un Vangelo o una Bibbia spesso a portata di mano) nella sua eucaristia di cui ci potremmo nutrire la domenica, ma anche magari un altro giorno durante la settimana.. meno scontato, con più calma e semplice essenzialità.. la carità, il chiedersi “e adesso tu Gesù come ti comporteresti concretamente in questa cosa, con tale persona, davanti a questa situazione??” e tanti altri modi..
Non ha più i limiti fisici corporei.. che lo “inchiodano” nello spazio tempo 2000 anni fa in Palestina.. ora può essere con ciascuno, sempre, ovunque.
La comunione dei santi..
Con l’ascensione la sua presenza non è diminuita, ma si è moltiplicata.

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Un camper di pace.. – Omelia VIa Domenica di Pasqua 2013 – Anno C –

Prenderemo dimora presso di Lui..
Che strana promessa. Dio non é lassù in alto nei cieli, tra le nuvole? Gesù non é appeso alla croce? O risorto chissà dove?
Che immagine curiosa. Prendere dimora, sa di “mettersi ad abitare.”
Mi viene in mente un camper, scusate la banalità.. io entro nel camper e lo guido, lo abito.. e il camper, con me dentro.. va in giro..
Forse essere cristiani non significa pensare a Dio lassù distante da noi, a distribuire a caso il bene e il male, a cui chiedere se siamo stati bravi o devoti.. ma ricordare quanto Giovanni ci ha annunciato per bocca di Gesù stesso.
Chi osserva la Sua Parola viene amato e.. Padre e Figlio prendono dimora, vengono ad abitare, si installano, si inseriscono.. si scaricano come una applicazione in noi. Diventiamo casa di Dio.
Siamo abitati dalla Trinità. Tanti piccoli camper. Abbiamo già ricevuto e inserito dentro i nostri sistemi operativi.. tutto quanto ci serve per vivere..
Questo accade innanzitutto il giorno del nostro battesimo, veniamo inzuppati nell’acqua santa, inseriti in relazione con Cristo risorto.
Tutte le volte che proviamo ad ascoltare la Parola e sentire che ci riesce a decifrare e interpretare.. tutte le volte che torniamo dalla comunione masticando il Corpo di Cristo.
O che viviamo con carità e attenzione all’altro la nostra vita e ci sentiamo bene, liberi, noi stessi.. lo stiamo assaporando.
Quando sentiamo che Lui ci da la forza.. sono tutte occasioni in cui da dentro di noi, dal nostro cuore, dalla nostra coscienza (con un rimorso o un disagio o un rimpianto.. ) ci sta guidando, provocando, assecondando. E’ in noi, lo dobbiamo contattare, pregare, riconoscere. Questa é la nostra fede.
Siamo diventati casa. Non gli facciamo schifo. Vengono ad abitare in noi.
Non esiste persona, vita, condizione, stato d’animo, scelta che non gli sia possibile abitare.
Giovanni nel vangelo prosegue con una limpida constatazione: solo se ami il Signore, allora e solo allora la sua Parola, il tuo desiderio e la tua volontà cominciano a coincidere. Altrimenti fai solo delle cose cristiane, non vivi da cristiano.
Come si fa ad amare il Signore Gesù? L’amore verso di lui è un’emozione, un gesto, molti gesti di carità, molte preghiere o sacrifici? No. Amare comincia con una resa, con il lasciarsi amare. Dio non si merita, si accoglie. Non si merita, ma si accoglie. Ecco la fede.
Viene a prender dimora. Non significa meno problemi o più garanzie o un talismano o un cornetto anti sfortuna.
Viene con noi anche dove andremo a cacciarci o chiuderci per orgoglio pigrizia noia ipocrisia.
Vuole abitare.. diventare casa, relazione, mano tesa, abbraccio fraterno, carezza di padre.. Colmare tutti i nostri debiti di amore stima e riconoscenza..
Farci sentire accolti, preziosi, riconosciuti..
Ci è rivolta qui una delle parole più liberanti di Gesù: il centro della fede non è ciò che io faccio per Dio, ma ciò che Dio fa per me. Al centro non stanno le mie azioni, buone o cattive, ma quelle di Dio, il Totalmente Altro che viene e mi rende altro.
Questo forse se lo prendiamo sul serio ci donerà pace: quanto sono banali e frettolosi, durante la messa, i nostri “scambi di pace”.. ci diamo la mano come fossimo al bar, ci facciamo gli auguri o le condoglianze o i sorrisi di saluto, le pacche sulle spalle, gli “ou, classe!”, ci auguriamo di tutto.. ma forse pensiamo poco che è la pace di Cristo. “la pace del Signore sia sempre con voi” si dirà infatti..
Lo scambio di pace che viviamo ogni volta che veniamo a messa.. non é un nostro gesto di solidarietà o educazione.
Stiamo augurando a quella persona che Cristo la riempia di pace.
Almeno guardiamoci negli occhi!!!!
Stiamo augurando che quella persona lasci venire a galla da dentro di sè la pace di Cristo che già la abita.
Questa storia del “dimorare” e della sua pace dovrebbe un po’ scuoterci. Quando guardo una persona, qualsiasi persona, soprattutto quelle da cui meno mi aspetto o con cui meno vorrei avere a che fare.. ecco.. li dentro c’è Cristo. Abbiamo il coraggio almeno di pensarlo? Pensate come sarebbero i nostri rapporti sociali se cominciassimo almeno a rifletterci. Li in quella persona vive la trinità.. é fatta a immagine e somiglianza di Dio, Cristo é morto anche per lei e per i suoi peccati.
Non come la da il mondo. . dice Gesù in modo preventivo, quasi sapendo che avremmo rischiato di banalizzarne il senso. La nostra pace spesso é così banale.. sa di.. lasciatemi in pace, basta volersi bene, non faccio del male a nessuno, non mi intrometto, non mi metto in gioco, son pacifico.. io la penso così, gli altri si arrangino
No.. la pace di Cristo é altro. Lui ci chiede di offrirla.. di diventare le sue mani, il suo sguardo, il suo abbraccio di pace.
La pace che il Signore offre ha radici più profonde e ali più lontane. Ci vuol far andare oltre noi stessi.
Vi lascio la pace, vi do la mia pace.. non la vostra.
Signore Gesù ti chiediamo, almeno per oggi, quando ci scambieremo la pace, di riconoscere nell’altro una persona abitata da te.. e di poterci sentire strumenti della tua pace, la pace del vangelo, la pace che tu doni, forse anche questo ci aiuterà a vivere nel nostro cuore la tua Pasqua.. o almeno a non smettere di desiderarlo.